Approvata la legge sull'autonomia differenziata

PRIMA PARTE Il testo, dopo il passaggio al Senato nel gennaio scorso, è stato approvato alla Camera nella maratona notturna del 19 giugno

Approvata la legge sull'autonomia differenziata


Nella notte di mercoledì 19 giugno, dopo un lungo esame in aula, la Camera dei deputati ha approvato definitivamente il disegno di legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata”, che stabilisce le regole e il percorso con cui alcune regioni potranno chiedere maggiore autonomia nella gestione di specifiche materie.
Il testo era stato presentato in Parlamento dal governo a marzo 2023 e, dopo alcune modifiche, aveva ricevuto il via libera del Senato lo scorso gennaio.
In questi mesi l’esame in Parlamento è stato agitato:

i partiti all’opposizione hanno provato a rallentare i lavori al Senato e alla Camera facendo ostruzionismo e si è arrivato al colmo il 13 giugno quando un deputato del Movimento 5 Stelle è stato aggredito in aula da alcuni parlamentari della maggioranza mentre cercava di consegnare la bandiera tricolore dell’Italia al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli in quota Lega e storico sostenitore dell’autonomia differenziata.

La linea di pensiero è diversa tra chi sostiene che concedere maggiore autonomia alle regioni permetterà di migliorare i servizi per i cittadini e renderà la spesa delle regioni più efficiente e chi, invece, sostiene che concedere maggiore autonomia alle regioni aumenterà le disuguaglianze tra i territori e peggiorerà i servizi già carenti in alcune regioni.

Il rapporto e la divisione dei poteri tra lo Stato e le regioni sono piuttosto complessi. L’articolo 117 della Costituzione stabilisce che lo Stato, e quindi il governo centrale, ha il potere esclusivo di legiferare, quindi di fare le leggi, su 16 materie, dalla politica estera all’immigrazione. Il potere di fare leggi su altre 20 materie è invece definito “concorrente” dalla Costituzione e quindi, come suggerisce lo stesso nome, questo significa che sia le regioni sia lo Stato possono legiferare sullo stesso ambito. Tra le materie di competenza “concorrente” ci sono

  • la tutela della salute,
  • la valorizzazione dei beni culturali 
  • la protezione civile.

L’articolo 117 aggiunge poi che alle regioni spetta il potere di fare le leggi su tutte quelle materie che non sono di competenza «espressamente riservata» allo Stato.


La Costituzione dà la possibilità alle singole regioni di modificare i propri rapporti con lo Stato. Il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, infatti, stabilisce che le regioni possono chiedere di avere «condizioni particolari di autonomia» nella gestione delle 20 materie su cui può legiferare insieme allo Stato, e nella gestione di altre tre materie tra quelle che sono di competenza esclusiva dello Stato

  • l’organizzazione della giustizia di pace,
  • le norme generali sull’istruzione, 
  • la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

La concessione di maggiore autonomia delle regioni che ne fanno richiesta può avvenire solo con una legge dello Stato, approvata a maggioranza assoluta dal Parlamento (e quindi dalla metà più uno dei parlamentari), sulla base di un’intesa tra lo Stato e la regione interessata. Questo procedimento deve avvenire poi nel rispetto dell'articolo 119,

che impegna lo Stato a rimuovere le disuguaglianze territoriali.


Per capire meglio, è bene ribadire che queste regole non sono state stabilite dalla nuova legge approvata il 19 giugno dalla Camera, che non ha modificato in nessun punto la Costituzione. Quest’ultima, nella parte relativa ai rapporti tra lo Stato e le regioni, è stata modificata dal Parlamento oltre vent’anni fa, a marzo 2001, durante il secondo governo di Giuliano Amato, supportato da una maggioranza di centrosinistra. Successivamente la riforma è stata confermata a ottobre 2001 con un referendum costituzionale. Dunque, a differenza di quanto detto negli scorsi mesi da alcuni politici, se si volesse organizzare un referendum contro la legge approvata dal Parlamento, bisognerebbe organizzare un referendum abrogativo, e non un referendum costituzionale.

Cerchiamo di capire così il del disegno di legge appena approvato dal Parlamento, qui si può leggere il testo della legge.

La nuova legge definisce, così come riportato all'articolo 1, i «principi generali» da seguire per assegnare maggiore autonomia alle regioni che ne fanno richiesta, nel rispetto del già citato articolo 116 della Costituzione. In più, fissa la procedura con cui dovranno essere approvate le eventuali intese tra lo Stato e le regioni che vogliono più autonomia su alcune materie. Come abbiamo visto, l’articolo 116 della Costituzione dice che le regioni a statuto ordinario possono chiedere più autonomia su alcune materie (da qui il nome appunto “autonomia differenziata”), ma dice anche che è compito della legge stabilire i principi e le procedure da rispettare per assegnare questa maggiore autonomia.

Il comma 2 dell’articolo 1 del disegno di legge approvato dal Parlamento specifica una cosa importante, su cui si discute da anni a proposito di autonomia. La nuova legge stabilisce che alle regioni può essere concessa maggiore autonomia solo dopo che siano stati determinati i cosiddetti “livelli essenziali delle prestazioni”, un’espressione spesso abbreviata con la sigla “LEP”. Tra i LEP, spiega la Costituzione, rientrano tutti quei

«diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».


In parole semplici, dalla sanità all’istruzione, passando per i trasporti, i LEP comprendono tutti quei servizi che lo Stato deve ritenere indispensabili per tutti i cittadini, senza distinzioni sul territorio in cui vivono, dal Nord al Sud, dal Centro alle Isole.

Domanda delle domande: come si determinano i LEP? Questa è una questione che divide l'Italia in due e di cui si parla da parecchio tempo. L’articolo 3 del disegno di legge sull’autonomia differenziata approvato definitivamente dalla Camera stabilisce la procedura per cercare di risolvere questo problema e determinare i livelli essenziali delle prestazioni.

Entro due anni dall’entrata in vigore della nuova legge, il governo dovrà stabilire i LEP con uno o più decreti legislativi, ossia quei provvedimenti con cui il governo può legiferare dopo aver ricevuto la delega dal Parlamento. In questo caso, la delega è stata data dal Parlamento proprio con l’approvazione definitiva del disegno di legge sull’autonomia differenziata.

Nel determinare i LEP, il governo dovrà seguire i principi e i criteri fissati dalla prima legge di Bilancio del governo Meloni, quella per il 2023, approvata alla fine del 2022. Questa legge di Bilancio ha istituito la

“Cabina di regia per la determinazione dei LEP”,

presieduta dal presidente del Consiglio e composta da alcuni ministri. Questo organismo ha vari compiti, tra cui l’individuazione delle materie riferibili ai LEP. Per supportare il lavoro della Cabina di regia, a marzo 2023 il ministro Calderoli ha nominato il

“Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” (CLEP),

con 61 esperti presieduti dall’ex giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese.

Alla fine di ottobre 2023, però, il Comitato ha pubblicato un rapporto, lungo più di 140 pagine, con le conclusioni del proprio lavoro. Nell’introduzione di questo rapporto, Cassese ha sottolineato le difficoltà incontrate dagli esperti nel determinare con precisione che cosa siano i LEP, usando parole che rendono l’idea della complessità dell’argomento.

«La scarsa chiarezza, talvolta anche semplicemente linguistica, la frammentarietà degli interventi legislativi e la varietà delle pronunce della giurisprudenza, specie costituzionale, in tema di individuazione dei LEP determinano la difficoltà di operare una definizione completa, materia per materia, ambito per ambito, di ciascun livello essenziale delle prestazioni»

ha scritto Cassese.

«L’attività svolta può dunque definirsi come un’esplorazione “in terre incognite”, collocate tra previsioni normative più o meno parziali, interpretazioni giurisprudenziali, veri e propri vuoti di disciplina, indicazioni rinvenibili al più solo implicitamente. Esplorazione nella quale si è ritenuto opportuno preferire la valorizzazione del confronto di opinioni, studi, orientamenti diversificati, via via emersi, con l’obiettivo di valorizzare la pluralità dei punti di vista, quale strumento più efficace per adempiere al compito assegnato, quello di offrire un’analisi istruttoria quanto più completa e ampia possibile».

Tra le altre cose, il Comitato guidato da Cassese ha proposto una distinzione tra le materie per cui è necessario determinare i LEP e quelle per cui questa necessità non esiste. Nello stabilire questa distinzione, il Comitato ha deciso di escludere dalla determinazione dei LEP le materie che

«non sono configurabili come prestazioni in favore dei cittadini, perché attengono a funzioni regolatorie e di controllo»;

le materie che

«non sono associabili alla tutela dei fondamentali diritti civili e sociali»,

e le materie che

«non contemplano spazi di autonomia legislativa e funzioni amministrative che possano esigere la determinazione di livelli essenziali».

Le materie che secondo il Comitato non hanno conseguenze dirette sui LEP sono nove sulle 23 su cui le regioni possono chiedere maggiore autonomia. Tra le materie escluse ci sono, per esempio,

  • i rapporti internazionali e con l’Unione europea delle regioni
  •  la protezione civile.

immagine di copertina pixabay

LEGGI ANCHE:

- L'autonomia differenziata che divide, ancora una volta, il nord dal sud Italia