Caro Benigni, grazie!

Ha fatto molto parlare di sé l’interpretazione del Cantico dei Cantici offerta al Festival di Sanremo dal comico toscano. Ma è andato davvero così lontano dal testo?

Caro Benigni, grazie!
fonte: agensir.it

Scriveva Dietrick Bonhoeffer nelle sue lettere dal carcere, raccolte nella sua opera celeberrima Resistenza e resa, al suo interlocutore e amico il pastore Eberhard Bethge «Del Cantico dei Cantici ti scriverò quando sarai in Italia. In effetti lo vorrei leggere come un cantico d’amore terreno. Probabilmente questa è la migliore interpretazione “cristologica”». Era chiaro al teologo luterano tedesco quale fosse il fondo su cui è costruita l’architettura del poema biblico.

Dirò la verità, mi aspettavo il vespaio che si è sollevato dopo l’interpretazione che Roberto Benigni ne ha offerto al Festival di Sanremo nella serata dedicata alle cover. Un po’ ripensai a quelle che ci furono quando Benedetto XVI in Deus caritas est parlò della dimensione erotica dell’amore. Quasi che riconoscere una dimensione erotica all’amore fosse peccato.  Me lo aspettavo perché, ormai, è risaputo la Bibbia è ancora il libro più venduto, ma probabilmente quello meno letto. E sono altrettanto sicuro, e spero di non offendere nessuno, che la maggior parte di coloro che hanno giudicato ed etichettato come deviata l’interpretazione del comico toscano non hanno letto il Cantico dei Cantici.

Mentre lo ascoltavo, lasciai ripassare nella mia memoria gli insegnamenti del mio maestro Giorgio Mazzanti e la meravigliosa pagina del Commento al Diatessaron di Efrem il Siro, che mi permetto di richiamare qui per voi: “Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla. La sua parola è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti (...).

Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. (…) Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura” (…).

Credo fermamente che se tanti avessero conosciuto il travaglio con cui il Cantico fu accolto nel canone delle Scritture probabilmente avrebbero reagito diversamente.

Sì, perché il Cantico dei Cantici è uno schietto canto d’amore umano tra lui e lei, tra uomo e donna, tra amato e amata. Canto di passione e nostalgia, di eros ed ebbrezza. Sconcertavano e – a quanto pare – sconcertano ancora il suo carattere passionale e la sua qualifica di supremo canto dell’umanità. La descrizione stessa della relazione di uomo e donna era avvertita come motivo di scandalo. O per lo meno così la percepiva un certo ambiente religioso ebraico prima e cristiano dopo.

Altro problema era quello di stabilire il tipo d’amore che il Cantico descrive in tutta la sua forza erotica dirompente e in tutta la sua energia rivoluzionaria, senza evitare passaggi che potevano apparire ambigui e compromettenti.

Il Cantico questi problemi lì ha sempre avuti. La sua spregiudicatezza ha spinto alcuni dei suoi interpreti – ebraici e cristiani – a sfumare e anche “epurare” certe sue espressioni. E ha spinto altri a farne una preminente ed esclusiva lettura “spirituale”. Come tanti pensano ancora. Alla radice di questi atteggiamenti c’è spesso la convinzione che la sessualità e la passione erotica siano qualcosa che non si addice a Dio e che quindi vada tenuta lontana da lui. Insomma diciamo spesso che la Chiesa è rimasta indietro su questi temi… ma non è che poi si stia troppo più avanti…

Eppure il testo sacro riporta che proprio Dio ha voluto e creato la realtà di uomo e donna, maschio e femmina; che Dio stesso ha forgiato con le sue mani il corpo umano; che il Dio non sessuato ha voluto la sessualità umana, giudicandola in modo altamente positivo: vide che era una realtà molto buona.

Nella prima creazione era stato l’uomo a formulare il proprio canto davanti alla donna “essa è carne della mia carne”, mentre la voce della donna era rimasta sospesa… Il Cantico invece dà voce alla donna, si apre con un comparativo molto umano “migliori del vino i tuoi amori; le tue tenerezze sono più dolci del vino”, canta l’amato e le gioie dell’amore, canta l’amore esaltante di amato e amata. Canta l’amore umano. Come non lasciare che il cuore batta forte insieme alla passione con cui nel capitolo terzo è raccontata la passione della sposa che, nella notte nel suo letto, cerca l’amato del suo cuore. Lo cerca ma non lo trova. E allora corre fuori e lo cerca e lo trova… e lo stringe e lo conduce con sé nella stanza nuziale.

Non è questo il luogo per farne una lettura attenta ed estesa, ma il Cantico va colto e accolto come genuino poema dell’amore nuziale umano. Questa sua dimensione non va saltata per affrettarsi a darne subito una lettura spiritualizzata o peggio moralizzante. Qualsiasi altra lettura (spirituale, cristologica, ecclesiale, morale) si voglia fare del Cantico non può prescindere da tale constatazione. Lo spessore umano effettivo di un amore tra uomo e donna, è la base e il punto di partenza di qualsiasi messaggio ulteriore che si voglia trarre dal testo.

E allora… grazie, Benigni! È stato bello lasciarsi trasportare dall’entusiasmo con cui hai cantato l’amore. Grazie per aver ricordato a tanti l’esistenza del Cantico. Grazie per aver ricordato a tanti cristiani che parlare di sessualità non è sinonimo di scandalo e peccato. Grazie per averci ricordato che la passione è parte integrante dell’amore.

Grazie per aver ricordato a tanti – cristiani e non – che spesso, diremo il più delle volte l’amore richiede coraggio. Il coraggio di andare oltre la convenzione, il coraggio di andare oltre i pregiudizi, oltre gli schemi.