Commemorare le vittime impegnandosi contro guerre e violenze

4 NOVEMBRE. Proposta del Centro di Ricerca per la Pace, i diritti umani e la difesa della biosfera di Viterbo, Movimento Nonviolento e PeaceLink: «meno armi, più salute,ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici».

Commemorare le vittime impegnandosi contro guerre e violenze
locandina «Uomini contro», Francesco Rosi

«Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate» è la denominazione ufficiale della «festa» del 4 novembre, istituita nel 1919 a tributo della «vittoria» nella prima guerra mondiale, considerata dai governanti dell’epoca completamento del processo risorgimentale. La scelta della data cadde sul 4 novembre in quanto entrò in vigore l’armistizio di Villa Giusti a Padova tra Italia e impero austro-ungarico. Dal 1922 il regime fascista la denominò «Anniversario della Vittoria» e tornò alla denominazione ufficiale dal 1947, negli anni duemila l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio le diede nuovo impulso, con il ritorno a celebrazioni diffuse e poderose.

È consegnata alla storia la definizione che diede alla «Grande Guerra» papa Benedetto XV di «inutile strage», i libri di storia riportano che solo l’Italia ebbe 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti, molti di più di quanti erano gli abitanti di Trento e Trieste, in una guerra che – secondo Giolitti -  doveva essere evitata.

Il numero delle vittime, militari e civili – riportano le pubblicazioni dello storico Antonio Moscato – furono stimate in circa 40 milioni di persone: 21 milioni di feriti, 19 milioni di morti – di cui 9,7 milioni di militari, 8,8 milioni di civili – (4,2 nell’Impero ottomano e 1,5 in Russia). Gli Alleati perdono oltre 5 milioni di soldati (Russia 1,8 – Francia 1,4 milioni) e gli Imperi centrali circa 4 milioni (la Germania 2 e l’Austria-Ungheria 1,1 milioni). Anche i feriti si contano a milioni (5 in Russia; 4,3 in Francia e in Germania; 3,6 in Austria-Ungheria).

Ispirato al romanzo di Emilio Lussu «Un anno sull’altipiano», Francesco Rosi vi dedicò nel 1970 il film «Uomini contro», ancora oggi il più importante ritratto cinematografico della realtà delle guerre e – durante la prima guerra mondiale – della condotta dei vertici militari italiani. Ferocemente attaccato dal generale De Lorenzo, il film subì un durissima boicottaggio e Rosi subì una denuncia per vilipendio dell’esercito, accusa dalla quale fu assolto senza neanche arrivare ad un processo in tribunale.

I bilanci drammatici della prima guerra mondiale portano pacifisti e movimenti per la nonviolenza a criticare la retorica e l’idea che il 4 novembre sia considerata come una festa. Anche quest’anno, come già negli anni scorsi, il Centro di Ricerca per la Pace, i diritti umani e la difesa della biosfera di Viterbo, il Movimento Nonviolento e PeaceLink propongono «che il 4 novembre (nel rispetto delle norme per il contenimento della pandemia ) si svolgano commemorazioni nonviolente delle vittime di tutte le guerre, commemorazioni che siano anche un solenne impegno contro tutte le guerre e le violenze» e sia una giornata in cui rinnovare «l'impegno affinché non ci siano mai più guerre, mai più uccisioni, mai più persecuzioni» con iniziative di commemorazione, impegno morale e civile e «addolorato omaggio alle vittime della guerra e di azione concreta per promuovere la pace e difendere le vite».

Una proposta che le tre associazioni legano anche quest’anno all’attualità e ad un tema particolare. Quest’anno l’attenzione non poteva che concentrarsi sulla pandemia globale, sullo stato della sanità pubblica italiana e sugli immani sforzi per affrontare l’emergenza sanitaria.

«Meno armi, più salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici» è il loro appello: sostegno della «richiesta che l'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017 entrato in vigore dopo la cinquantesima ratifica» da parte dell’Honduras lo scorso 24 ottobre, una «drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano per l'enorme importo di decine e decine di milioni di euro al giorno» destinando i fondi risparmiati «per la sanità, l'assistenza, la ricerca scientifica orientata al bene comune dell'umanità, la difesa della vita, della dignità e dei diritti di tutte e tutti, la condivisione del bene e dei beni».

In quest’ottica l’appello rilancia la mobilitazione a sostegno della campagna «Un’altra difesa è possibile» attiva da diversi anni e che punta all’istituzione del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta (che dovrà comprendere i Corpi civili di pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo) per «dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra, e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale, cioè la realizzazione di una difesa civile alternativa alla difesa militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi».

L’obiettivo della Campagna è «dare uno strumento in mano ai cittadini per far organizzare dallo Statola difesa civile, non armata e nonviolenta – ossia la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; la preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; la difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni – anziché finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle vere minacce che lo colpiscono e lo rendono invece minaccioso agli occhi del mondo» e «aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che ripudia la guerra (art. 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il sacro dovere della difesa della patria (art. 52)» come già nel 2016 riportarono le tante associazioni promotrici.