Covid-19 falcidia la Brianza: tra vaccini mancanti e carcere infetto, torna la minaccia dell’altro virus

MONZA. Mancherà un terzo delle dosi di vaccino previste. L’imbarazzo della Regione: i medici di base con più di trecento pazienti avranno solo quaranta dosi. Peggiora la situazione anche nel carcere: 38 detenuti sono risultati positivi al Covid. Ancora qualche disagio nelle condizioni degli agenti di polizia penitenziaria. In Regione, un sistema sanitario fallimentare: corruzione e malasanità favoriscono il sopravvento delle mafie.

Covid-19 falcidia la Brianza: tra vaccini mancanti e carcere infetto, torna la minaccia dell’altro virus
Un letto di terapia intensiva all'ospedale San Gerardo di Monza (ph mbnews.it)

Ats Lombardia ha comunicato che non riuscirà ad assicurare le dosi di vaccino antinfluenzale che aveva concordato di fornire ai medici di medicina generale: ci sarà il 30% di vaccini meno del previsto. Una scopertura che varia dai 90 ai 180 vaccini per medico di base. Medici e pazienti sono furibondi. E oltre al danno, pure la beffa: la distribuzione di questi pochi vaccini, prevista inizialmente per fine mese, è rinviata a metà dicembre. Ennesima fonte di imbarazzo per la Regione Lombardia, del tutto incapace di rispettare gli accordi presi con le strutture sanitarie territoriali per garantire una copertura vaccinale di almeno il 75% della popolazione over 65 o già gravemente malata. Dopo i tentativi fallimentari di appaltare la fornitura di vaccini ad aziende che offrivano prezzi da mercato nero, era prevedibile che le dosi ordinate a ottobre non sarebbero state sufficienti.

Prima medici, infermieri e Oss che mancavano o costretti a restare a casa perché impegnati in zone ad alto tasso di contagiosità con ospedali saturi di pazienti non distribuibili altrove. Poi la richiesta di Asst Brianza di assunzioni di personale medico dall’estero (dell’ordine di 3-400 unità) per colmare carenze di organico di medici mandati nelle strutture ospedaliere di Rho. Adesso l’allarme vaccini. Dichiara Ats: “La distribuzione sarà proporzionale al carico degli assistiti: per chi ha più di 300 pazienti arriveranno 40 dosi, da 200 a 299 ne arriveranno 30; da 100 a 199 arriveranno 20 dosi e per chi ha meno di 100 pazienti arriveranno 10 dosi”. Quindi, anche per chi avesse mille e più pazienti le dosi sarebbero comunque 40. O almeno questa è l’interpretazione che suggerisce il comunicato.

Dovrebbe essere ormai chiaro che il sistema sanitario lombardo non sia poi così efficiente e organizzato come si è sempre dipinto. La pandemia ha messo in ginocchio interi reparti del San Gerardo di Monza, dove giornalmente si convertono reparti normali in strutture attrezzate per affrontare l’emergenza epidemiologica. Le terapie intensive che si potevano realizzare durante l’estate e le assunzioni di medici e infermieri necessarie a operare ed assistere i pazienti Covid sono state di gran lunga inferiori a quelle pianificate. Ora che - sembrerebbe - siamo prossimi al picco dei contagi, il modello lombardo del partenariato pubblico-privato” - ovvero del pubblico depauperato dal privato - si è di nuovo rivelato del tutto inadatto a gestire la pandemia.

In data 26 novembre, in Brianza i nuovi positivi sono stati +666, quasi il doppio rispetto al giorno prima (+369), su 5'697 casi registrati in tutta la Lombardia e 3'118 guariti o dimessi. Il rapporto positivi/tamponi è pari al 12,8%: il giorno prima era del 12,2%, ma è comunque in diminuzione rispetto ai picchi del 16-17% toccati tra il 22 e il 23 novembre. Calano i ricoveri in terapia intensiva, ma ci sono stati comunque 207 decessi.

Le proposte dei sindacati dei medici sono rimaste finora inascoltate. Cosa si aspetta a migliorare l’assistenza domiciliare, ad assumere personale e stabilizzare i precari, a gestire con criterio le Rsa, evitando cioè i contatti tra positivi e soggetti di età avanzata che tanti morti ha causato tra marzo e aprile? Ma soprattutto, quando si smetterà di affidare la sanità a privati interessati unicamente ai lauti guadagni per le prestazioni mediche più costose e ad alimentare il circolo vizioso delle prenotazioni a pagamento, invece di assicurare un servizio più efficace, immediato e accessibile a tutti (salvi i costi del ticket, naturalmente)?

Di fronte a questo scempio, rischia poi di passare inosservato il dramma che si consuma nelle carceri infettate dalla pandemia. Nelle ultime ore trentotto detenuti sono risultati positivi al Covid-19 nel carcere di via San Quirico. Una diffusione repentina derivata in questi giorni dal contatto di alcuni carcerati con un compagno di cella positivo.

I detenuti contagiati sono stati subito messi in quarantena. Misure di sicurezza e di prevenzione in realtà erano già state adottate: isolamento dall’esterno, colloqui con i parenti limitati a non più di uno al mese, ampio ricorso alle videochiamate (solo per citarne alcune). Dallo scorso marzo è inoltre in funzione una tenda pneumatica all’ingresso del carcere per sottoporre tutti i nuovi giunti, ossia i detenuti appena trasferiti o arrestati. Qui vengono sottoposti a visita medica, e in caso di positività al tampone isolati nella sezione sanitaria presso il carcere di San Vittore. In questo caso, però, il virus potrebbe essersi trasmesso attraverso i sacchi di vestiario ricevuti dai detenuti durante le visite dei parenti.

Già abbiamo scritto della condizione difficile in cui versano gli agenti di polizia penitenziaria e, con essi, il personale medico, infermieristico e volontario chiamato per esigenze di servizio ad entrare e uscire dai cancelli del carcere: a fine ottobre, quattro poliziotti penitenziari e un infermiere sono risultati positivi al Covid. Oggi sono una decina, perlopiù a casa. Prima, in mancanza di precise indicazioni del Governo centrale sulla gestione della pandemia nelle carceri, la soluzione è stata l’isolamento coatto sul posto di lavoro e l’assistenza dei colleghi più generosi. Nessuna sanificazione, nessuna tutela, dispositivi di protezione insufficienti: fino a poco tempo fa gli agenti erano costretti a farsi bastare una mascherina a testa nell’arco di due o tre turni di lavoro, se andava male anche di una settimana. Grazie alle proteste dei sindacati, adesso gli agenti hanno in dotazione almeno una mascherina a testa. Anche se non tutte le carceri in Lombardia hanno adottato misure efficaci per prevenire e contrastare la diffusione del virus.

Nello stesso carcere monzese i tamponi richiesti dagli agenti su base volontaria non vengono effettuati con regolarità. Nonostante il distanziamento sociale e le misure di contenimento adottate, non è ancora a disposizione del personale di polizia l’uso di automezzi sanificati e di ambulanze per il trasporto di detenuti positivi. Avviene tutto con i blindati dell’amministrazione penitenziaria.

La situazione, quindi, è ancora pesante. Ma soprattutto quello che l’emergenza sanitaria fa dimenticare è la minaccia delle mafie - “l’altro virus” - sempre pronte ad accaparrarsi il mercato della fornitura di vaccini, camici e mascherine. È successo già dalla punta della Calabria alle sponde del Po che la ‘ndrangheta si impossessasse della distribuzione di medicinali attraverso una catena di farmacie e parafarmacie consorziate (l’inchiesta ‘Pharmabusiness’ condotta dalla Procura di Catanzaro ne sta rivelando le oscure trame): a maggior ragione ciò potrebbe ripetersi ancora più a Nord.

In un sistema dove le risorse sanitarie scarseggiano e si dà la possibilità alle persone di aprire il portafoglio per fruirne prima di altri (anche di chi ne ha veramente bisogno, ma ha il ‘difetto’ di essere povero), gli affari delle organizzazioni criminali prolificano. La corruzione che ammorba i gangli della pubblica amministrazione fa il resto del lavoro. E, per di più, si fa finta di non vederla. Siamo in una Regione dove un Governatore può affidare in via diretta una commissione di camici alla ditta della moglie e del cognato, dicendo che si tratta di una “donazione”, poi risarcita con 250mila euro provenienti da un conto svizzero. O alimentare tacitamente presunte irregolarità come quelle dell’accordo tra la multinazionale Diasorin e il Policlinico San Matteo per 500mila test sierologici pagati 2 milioni di euro. Tanto nessuno muove mai un dito. Quantomeno per far sì che questi signori, ad indagini in corso, si dimettano. E la finiscano di causare danni e ritardi nella gestione dell’emergenza sanitaria.

 

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