COVID, nessuna tutela per gli agenti penitenziari. Ritorna lo spettro delle rivolte

MONZA, VIA SANQUIRICO. Poliziotti penitenziari considerati “esseri umani di seconda fascia”: ancora insufficienti le misure di prevenzione del contagio fra gli agenti. Il sostituto pg Maresca sulla minaccia di nuove proteste: “Detenuti al 41-bis vanno curati nelle carceri”.

COVID, nessuna tutela per gli agenti penitenziari. Ritorna lo spettro delle rivolte
Alcuni agenti di polizia penitenziaria con la mascherina (ph money.it)
COVID, nessuna tutela per gli agenti penitenziari. Ritorna lo spettro delle rivolte

Quattro poliziotti penitenziari e un infermiere positivi al Covid. Lo scorso 25 ottobre, dalla casa circondariale di Monza in via Sanquirico, il segretario di Uil polizia penitenziaria Domenico Benemia ha lanciato l’allarme: «Qui si continua a lavorare con la preoccupazione di non essere abbastanza protetti». Protezione che certo non manca ai detenuti, i quali restano nel complesso isolati dai contatti con l’esterno. Gli incontri con i parenti sono limitati a uno al mese, per massimo un’ora e in colloqui tra singoli (oltre il limite, si può solo con videochiamata).

Gli stessi ‘nuovi giunti’ - ovvero i detenuti appena arrestati o tradotti da altre carceri - in base alla normativa vigente dai primi di marzo nelle carceri lombarde, vengono indirizzati in un’apposita tenda pneumatica allestita all’ingresso, per essere sottoposti a triage sanitario e, in caso di positività, trasferiti illico et immediate (subito e immediatamente) in isolamento nella separata sezione creata presso il carcere di San Vittore (o nell’area medica più vicina). Così è accaduto, per esempio, lo scorso 30 settembre, nei confronti di tre detenuti risultati positivi al tampone.

Sono piuttosto gli agenti di polizia penitenziaria a rimanere - secondo il sindacato - i soggetti maggiormente esposti ai pericoli di contagio: vero è che misure e protocolli di sicurezza sono già previsti per tutti membri del personale (educatori e volontari inclusi) che entrino nel perimetro dell’istituto, oltre ad avvocati e magistrati. D’altro canto, però, «c’è un continuo viavai di persone che arrivano dall’esterno. Che ne sappiamo noi dei giri e dei contatti che tutte queste persone hanno avuto prima di arrivare in carcere?». Insufficienti anche i dispositivi sanitari di protezione, mascherine in primis, in dotazione agli agenti: a Monza se ne ricevono tre a testa, in altre carceri anche una al giorno, o tre a settimana.

Quella in atto - lamentano i sindacati - è una vera e propria discriminazione nei confronti degli operatori delle carceri: gli agenti risultati positivi sono costretti all’isolamento sul posto di servizio, in caserma o in locali appositi, dove sono assistiti dai colleghi che portano loro cibo e biancheria pulita. I poliziotti penitenziari - a giudizio di Benemia - «vengono considerati come esseri umani di seconda fascia»: ogni volta che si registrano casi di Covid tra gli agenti, non viene effettuato «nessun intervento di controllo e sanificazione dei luoghi di lavoro, sanificazione che dovrebbe essere fatta con mezzi e prodotti conformi alle esigenze».

Dal 1° novembre, in compenso, su disposizione del direttore del penitenziario Maria Grazia Pitaniello, si è data facoltà agli agenti di sottoporsi al tampone su base volontaria. «Un’attenzione - ha dichiarato il referente del sindacato - che contribuisce a portare almeno un po’ più di serenità e tranquillità tra tutto il personale».

Elemento di distensione è parso anche derivare da un evento singolare, forse unico, che ha riguardato proprio il carcere di Monza. Lo scorso 13 marzo la totalità dei detenuti ha sottoscritto un documento ufficiale con il quale la popolazione carceraria si è impegnata ad astenersi dall’organizzare o partecipare a rivolte o proteste. Atti che hanno invece caratterizzato tra il 7 e il 9 marzo, in piena pandemia, lo scenario di molti istituti di pena: due su tutti - per limitarsi al caso lombardo - i carceri di San Vittore, dove addirittura si sono viste le fiamme, ed Opera, per cui invece il 1° settembre scorso sono stati rinviati a giudizio 22 detenuti per i reati di resistenza e minaccia a pubblico ufficiale, danneggiamento, incendio.

Ciò detto, molti indizi danno da pensare - pure a Monza - che la questione delle rivolte nelle carceri sia tutt’altro che archiviata.

Il rischio che simili episodi si ripetano nella seconda ondata di Covid è sempre in agguato. A denunciarlo è il sostituto procuratore generale di Napoli Catello Maresca, in un articolo comparso su juorno.it. Era il 7 marzo quando la bozza di dpcm fatta circolare anzitempo dai giornali dava la stura a un’escalation di proteste e agitazioni da parte di detenuti e loro familiari contro la sospensione dei colloqui in carcere e la limitazione di permessi premio e semilibertà. Ora la stessa cosa sembra ripetersi, dopo le nuove misure restrittive varate dal Governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

«L’obiettivo - scrive Maresca - dovrebbe essere quello di assistere dignitosamente i detenuti», soprattutto quelli in precarie condizioni di salute, ma di farlo in ogni caso «all’interno delle carceri».

Il pericolo è che ancora una volta si finisca per scarcerare coloro che l’onda delle agitazioni hanno senza dubbio cavalcato: i boss mafiosi. Il Governo parrebbe aver pensato a prevenire un simile scenario: all’art. 30 del decreto Ristori, è stato reintrodotto l’’indultino’, misura prevista già nel mese di marzo che - spiega Maresca - consentiva di disporre gli arresti domiciliari in favore dei detenuti cui restano da scontare non più di 18 mesi di reclusione, anche se residuo di pena maggiore. Con una differenza: nel precedente decreto Cura Italia non veniva espressamente esclusa la possibilità di «scioglimento del cumulo delle pene per i reati di mafia e di terrorismo». Ne è conseguita la scarcerazione di boss condannati a una pena risultante da una somma di condanne per reati di tipo sia mafioso che comune: come nel caso - ricorda Maresca - di Antonio Noviello, imprenditore del clan dei Casalesi, rilasciato dal carcere di Asti perché la pena che gli restava da scontare, degli oltre 16 anni che gli furono inflitti, era dovuta anche a reati comuni.

Le nuove norme - continua il magistrato napoletano - dovrebbero impedire una simile operazione: il carattere «ostativo» del reato mafioso parrebbe prescindere dalla sommatoria di pene derivanti da altri reati. Senonché tale correzione vale solo «quando, in caso di cumulo, sia stata accertata dal giudice della cognizione o dell’esecuzione la connessione […] tra i reati la cui pena è in esecuzione». Un requisito che, al di là dei tecnicismi, limita la portata restrittiva del divieto di scarcerazione anche per delitti di mafia e terrorismo. Al che si aggiunge - conclude Maresca - la totale assenza, nella circolare del Dap del 22 ottobre, di disposizioni sulla «"gestione straordinaria" dei detenuti con patologie diverse anche gravi» durante il periodo dell’emergenza epidemiologica.

In particolare, il provvedimento sconta la mancanza di criteri-guida per le Asl nel trattamento dei detenuti “più pericolosi”. Basti vedere il caso di Pasquale Zagaria, la temibile ‘mente economica’ dei Casalesi, detenuto al 41-bis e scarcerato lo scorso aprile dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari «per l’impossibilità di effettuare controlli medici» in una struttura sanitaria evidentemente incapace - causa Covid - di curarlo. Un fatto che non si sarebbe verificato, se solo le autorità competenti avessero condotto «screening precisi delle patologie più diffuse ed analisi del rischio scarcerazioni per i mafiosi con patologie. Con conseguente logico potenziamento delle strutture e dei reparti sanitari interessati».

A questo hanno portato quelle che il Garante nazionale per i diritti dei detenuti ha definito le “manifestazioni di protesta collettiva” avvenute nelle carceri tra il 7 e 9 marzo, ma proseguite fino al 20 aprile.

Un braccio di ferro, quello ingaggiato fra lo Stato e i criminali più pericolosi, in cui il primo aveva firmato la propria resa con la famigerata circolare del Dap del 21 marzo (sospesa fortunatamente lo scorso 17 giugno), che aveva scaricato sulla magistratura di sorveglianza il compito di valutare - su indicazione dei direttori delle carceri e previa perizia al riguardo - l’opportunità della revoca del 41-bis a detenuti con patologie gravi, tali da renderli particolarmente esposti al rischio di contrarre il Covid. Come se il 41-bis non offrisse di per sé le condizioni ottimali per prevenire qualunque forma di contagio.

Ad ogni modo, lo Stato lancia alle mafie un segnale inequivocabile: i boss sono tornati sul territorio. Ci è voluto un decreto del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, approvato lo scorso maggio, per consentire il rientro in carcere di 111 mafiosi ai domiciliari: e ciò imponendo ai magistrati di sorveglianza di rivalutare entro 15 giorni l’attualità dei motivi legati all’emergenza sanitaria.

Sulle scarcerazioni dei boss la Dna ha aperto un’inchiesta. Alcune indiscrezioni diffuse da Repubblica lo scorso 22 luglio, hanno consentito di ipotizzare che dietro le rivolte costate la vita a 13 carcerati (tutti morti di overdose) tra Poggioreale, Rebibbia, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere, con il ferimento di 245 tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria e 12 milioni di danni, vi sarebbero proprio i boss mafiosi. Quale miglior occasione, infatti, per reclamare con la violenza dallo Stato condizioni più favorevoli. Un’azione sovversiva che - stando al rapporto del Garante dei detenuti - si preparava già da dicembre (con le proteste dei 24 detenuti nella sezione di alta sicurezza del carcere di Salerno), poi fatta propria in tempo di pandemia dagli “uomini d’onore”. Così d’onore da non aver esitato a far leva sulla fragilità di poveri detenuti tossicodipendenti per spezzare le reni ad uno Stato che, immancabilmente, ha dato seguito alle loro richieste.

 

FONTI:

https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/235-politica/80732-covid-e-svuotacarceri-appello-di-maresca-curare-i-criminali-pericolosi-in-carcere-evitiamo-altri-casi-zagaria.html

https://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/coronavirus-carceri-e-il-modello-monza-i-detenuti-si-impegnano-a-evitare-pro_1344846_11/

https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/virus-in-carcere-mascherine-col-contagocce-1.5644532

https://www.poliziapenitenziaria.it/carceri-italiane/

https://www.ilgiorno.it/sud-milano/cronaca/rivolta-detenuti-opera-coronavirus-1.5466065

https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/primi-casi-di-covid-in-carcere-tre-detenuti-positivi-al-tampone-1.5558450

https://primamonza.it/cronaca/carcere-di-monza-tra-agenti-in-malattia-e-isolamento-precauzionale-per-i-nuovi-detenuti/