Covid19, siamo in guerra o stiamo affrontando una grave un’emergenza socio- sanitaria?

La metafora del paese in guerra e del singolo malato-eroe è particolarmente rischiosa nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo: gli ospedali si sono trasformati in “trincee” e i medici che hanno perso la vita in “caduti”. Siamo dunque in “guerra” contro un “nemico” invisibile e potente. Ma è davvero così? E’ giusto avere una narrazione bellica?

Covid19, siamo in guerra o stiamo affrontando una grave un’emergenza socio- sanitaria?

Da due mesi a questa parte  viviamo all’interno di  una delle più grandi sfide storiche della nostra vita: affrontare e combattere il coronavirus. Nel nostro piccolo siamo tutti impegnati nel fare del nostro meglio per prenderci cura dei soggetti  più vulnerabili della nostra società, anche se ciò significa rimanere in auto-isolamento.

La durata della pandemia, e conseguentemente la gravità delle sue ricadute sul piano economico, sociale e politico dipenderà dai tempi necessari a trovare un farmaco antivirale in grado di contrastare il virus e soprattutto un vaccino. Ma, per quest'ultimo, i tempi sono più lunghi: dalla sperimentazione alla produzione, per poi arrivare ad una vaccinazione di massa, gli scienziati ipotizzano realisticamente circa 18 mesi.

 

Raccontata così la pandemia da coronavirus sarebbe, anzi è la più grave emergenza socio-sanitaria del nostro tempo. Eppure le parole con cui viene raccontata non fanno riferimento ad un vocabolario medico, a un linguaggio sanitario. No, niente di tutto questo. I grandi media e, sopratutto, gran parte delle istituzioni parla di una guerra in corso e, di conseguenza, utilizza una narrazione di guerra per raccontare quanto accade: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra, di medici come caduti sul fronte ecc.

La domanda, quindi, da porsi è: ma siamo davvero in guerra?

 

Ogni giorno che passa ci accorgiamo che il Covid-19 non conosce confini e richiede una risposta unitaria a livello globale. Parlare di guerra, di invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne. La lotta alla pandemia da coronavirus non è una battaglia del nostro Paese ma una battaglia comune dell’umanità. Tutte le spinte di tipo “nazionalistico”, pur dando l’impressione di avere giustificazioni comprensibili, sono fondamentalmente sbagliate: è proprio il virus, con la sua fenomenologia globale, a richiedere ineluttabili forme di governo internazionale.

 

La retorica della narrazione bellica utilizzata  è servita innanzitutto ad ammortizzare e motivare la sospensione delle libertà civili. A far accettare lo “stato di eccezione”. Certo le libertà sono state sospese in nome di una responsabilità collettiva per il contenimento dell’epidemia. Ma questa assunzione di responsabilità poteva essere richiesta ed esercitata solo attraverso l’imposizione di un sistema di divieti e sanzioni? 

Con il  “siamo in guerra” si è potuto mandare allo sbaraglio medici, infermieri e operatori sanitari senza che fossero forniti delle giuste protezioni (in molte parti d’Italia è ancora così) e farli lavorare anche 12 e più ore al giorno.  Quindi, di conseguenza, definirli eroi e “caduti di guerra” una volta ammalatisi e poi deceduti (nel momento in cui scrivo sono 122 i camici bianchi morti). Invece, smontare questo tipo di narrazione è fondamentale perché i medici sono innanzitutto dei lavoratori, e delle persone, che vanno tutelate come ogni altro lavoratore. Hanno il diritto alla salute e anche al riposo. La retorica bellica ha nascosto questa assenza di diritto e di tutela universale, giustificando come “eroe” chi ha perso la vita.

Ma la narrazione di "guerra" ha fatto in modo di svilire anche il ruolo del Parlamento. Sono state travolte le modalità e le procedure, annientando nei fatti le mediazioni politiche e calamitando gli umori di quanti chiedono risposte forti. Un esempio è la costituzione dei “comitati di esperti”, ovviamente omogenei politicamente e culturalmente al Governo. Questi, aggiungendosi ai DPCM, hanno reso il Parlamento ad un grande ufficio dove il legislatore, come un semplice impiegato, ratifica o al massimo polemizza con le scelte del Governo ma senza avere la possibilità di cambiarle e/o modificarle.    Mortificando, e nei fatti zittendola, non solo la democrazia ma anche la Costituzione più bella del mondo. 

Questa che stiamo vivendo, e combattendo, non è una guerra ma una grande emergenza socio-sanitaria.