Daniele ha denunciato la mafia. Ma lo Stato non ha fatto il proprio dovere

L'INTERVISTA CON VENTURA. Costretto a chiudere il locale, dopo aver subito minacce, furti e vessazioni di ogni genere, Daniele oggi lavora anche per onorare debiti legati ad una attività che non esiste più.

Daniele ha denunciato la mafia. Ma lo Stato non ha fatto il proprio dovere

Siamo tornati da Daniele Ventura, il giovane imprenditore palermitano vittima del racket; anche grazie alle sue denunce, sono stati arrestati 37 boss di mafia con accuse che vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata all’estorsione, alla rapina e al traffico di droga.

Costretto a chiudere il locale, dopo aver subito minacce, furti e vessazioni di ogni genere, Daniele oggi lavora anche per onorare debiti legati ad una attività che non esiste più.

Vittima di mafia e vittima di quello Stato che non riesce a difendere chi si ribella all’estorsione e alla violenza delle associazioni criminali; a Daniele è stato riconosciuto un danno biologico, con un 22% di invalidità, ma il risarcimento previsto per legge è fermo da oltre tre anni e non viene liquidato.

Ascoltato anche in Commissione nazionale antimafia, non ha ricevuto alcuna risposta, come spesso accade alle tante vittime di mafia che non piegano la testa e denunciano il malaffare. Nessuna vicinanza, nessun intervento da parte della Commissione antimafia Siciliana; assente anche il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Questo paese non vuole vincere le mafie, preferisce spesso accordarsi e “trattare”.

Chi denuncia è isolato dai propri concittadini, come è accaduto a Daniele Ventura, è abbandonato dalle istituzioni, è spesso dimenticato dagli organi di informazione. Non è facile denunciare: è rischioso e fa paura, ma soprattutto si viene lasciati soli.

Se lo Stato facesse la sua parte facendo sentire la propria presenza sul territorio, concreta e fattiva, forse molti cittadini troverebbero quel coraggio e quella forza necessari alla denuncia. Non ascoltare le vittime di mafia, lasciarle senza risposte e senza alcun aiuto, mette “moralmente” le istituzioni sullo stesso livello di chi estorce denaro e invia minacce di morte. 

Una politica ferma al palo nella lotta alle mafie, non ascolta il grido di allarme di alcuni magistrati eccellenti (Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Sebastiano Ardita fra gli altri) che stanno chiedendo molto altro rispetto ad una riforma della giustizia, voluta dalla Ministra Cartabia, che ancora una volta anziché favorire il contrasto alla criminalità, tende una mano a delinquenti, corrotti e mafiosi. 

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