Di Matteo e la ricostruzione dei fatti

LETTERA. «Ho avuto modo di leggere parecchio su questa vicenda e mai ho letto questa ricostruzione dei fatti da parte del magistrato Nino Di Matteo».

Di Matteo e la ricostruzione dei fatti

Mi ha sorpreso che Marco Travaglio sabato 16 maggio abbia scritto che "Di Matteo ha accettato in prima battuta l'incarico agli Affari penali, allora Bonafede ha affidato il Dap a Bisentini ma poche ore dopo Di Matteo ha cambiato idea. Cosa legittima che però gli ha impedito di andare al Dap, già occupato".

Ho avuto modo di leggere parecchio su questa vicenda e mai ho letto questa ricostruzione dei fatti da parte del magistrato Nino Di Matteo. In particolare il 5 maggio, intervistato da Liana Milella di Repubblica, la ricostruzione dei fatti è stata questa:

«Era lunedì, il 18 giugno. Ero a Palermo, a casa, il giorno dopo sarei tornato a Roma, nel mio ufficio alla procura nazionale antimafia. Squillò il telefono una prima volta, con un chiamante sconosciuto. Non risposi.
Suonò di nuovo. Era Bonafede. Con lui non avevo mai scambiato una parola. C’era stato solo un incontro alla Camera nel corso di un convegno sulla giustizia e poi un altro alla convention di M5S a Ivrea. La telefonata durò 10 o 15 minuti».

Cosa le disse Bonafede?

«Mi pose l’alternativa, andare a dirigere il Dap oppure prendere il posto di capo degli Affari penali.
Aggiunse che dovevo decidere subito perché mercoledì ci sarebbe stato l’ultimo plenum utile del Csm per presentare la richiesta di fuori ruolo.
Richiesta che era urgente per il Dap, ma non lo era per la direzione degli Affari penali».

Che in quel momento però era occupato dalla collega Donati e che non conta più come ai tempi di Falcone perché nella scala gerarchica c’è un capo dipartimento?

«Esatto. Gli dissi che sarei stato a Roma il giorno dopo e mi sarei recato da lui al ministero».

Come finì la conversazione?

«Bonafede chiuse il telefono dicendo “scelga lei’”».

Insomma, lei poteva fare il capo di una polizia con un indiscutibile potere del tutto autonomo oppure stare sotto un capo?

«Proprio così».

Che accadde a Roma quel martedì?

«Entravo per la prima volta al ministero della Giustizia dai tempi del concorso. I colleghi che mi accolsero mi dissero ”lei viene qui su invito del ministro, altri vengono di loro iniziativa...”. Mi sedetti davanti a Bonafede e gli dissi che accettavo il posto di capo del Dap. Lui però, a quel punto, replicò che aveva già scelto Basentini, mi chiese se lo conoscessi e lo apprezzassi. Risposi di no, che non lo avevo mai incontrato».

Chiese al ministro perché aveva cambiato idea?

«No, non lo feci, ma rimasi sorpreso.
Devo presumere che quella notte qualcosa mutò all’improvviso.
Bonafede insistette sugli Affari penali
, parlò di moral suasion con la collega Donati perché accettasse un trasferimento. Non dissi subito no, ma manifestai perplessità. Siamo a giugno, disse Bonafede, lei mi manda il curriculum, a settembre sblocchiamo la situazione».

Il giorno dopo lei tornò in via Arenula.

«Sì, lo chiamai e tornai da lui per cinque minuti, il tempo di dirgli che a queste condizioni non ero più disponibile. Cose come queste sono indimenticabili. Come il nostro ultimo scambio di battute. Io gli dico di non tenermi più presente per alcun incarico, lui ribatte che per gli Affari penali ”non c’è dissenso o mancato gradimento che tenga”. Una frase che, se riferita al Dap, ovviamente mi ha fatto pensare».

[...]

Sono un lettore del Fatto sin dalla sua nascita e Marco Travaglio è stato sempre un giornalista/scrittore che ho apprezzato e stimato ... Non riesco a comprendere il motivo di questo atteggiamento in questa grave vicenda.

Armando Carta, Palermo