Domenica delle palme. Un augurio di pace.

Il desiderio del cuore espresso in una parola piccola piccola, quattro semplici letterine poste a racchiudere speranze e sogni di una comunità provata che cerca “un segno”: la pace.

Domenica delle palme. Un augurio di pace.

La sveglia. Poi come ogni mattino, il primo pensiero rivolto a chi si ama. Poi la preghiera. Poi uno sguardo al telefono: la notifica dice 114 messaggi da leggere su whatsapp. È la “Domenica delle palme”. Tante immagini di colombe, di palme, di rami d’ulivo, di Gesù e tante frasi: “Buona domenica delle palme. Ti auguro tanta pace e serenità”, “Auguri di pace e serenità”, “Il mio augurio è che questa domenica ci porti tanta pace e speranza in questo momento difficile per tutti noi”. Poi qualcuno più audace con citazioni dalla Scrittura, la benedizione di san Francesco… e così via. In tutti una parola torna con insistenza: pace!

Il desiderio del cuore espresso in una parola piccola piccola, quattro semplici letterine poste a racchiudere speranze e sogni di una comunità provata che cerca “un segno”, che cerca una strada per uscire dal buio di questo momento che ha svuotato le nostre città, che ci tiene chiusi in casa, lontano da chi amiamo, che ci nega qualunque libertà, che ci consegna notizie terribili ogni giorno: nuovi contagi, nuovi morti… tanta paura. E forse quell’augurio di pace tende ad esorcizzare proprio queste paure e l’angoscia di questo momento.

Il sottofondo: il silenzio surreale di strade vuote. La ferrovia poco distante dalla mia finestra, deserta. Una giornata appena tiepida, con il sole che cerca di farsi spazio e il suono di campane a distesa grande da campanili di chiese che sanno che oggi rimarranno vuote, chiuse. Proprio oggi, una delle domeniche nell’anno in cui le chiese sono maggiormente affollate: da chi crede, da chi non sa rinunciare al rametto di ulivo benedetto… e anche di chi non crede. Quel rametto che addobbava le nostre tavole, posto come “segno” nelle nostre case, sulle tombe dei nostri cari, nel parasole dell’auto, quest’anno non ci sarà.

Quest’anno il segno dell’amore e della pace è restare a casa, stare in casa per prudenza, per contenere il più possibile il contagio, per rispettare il sacrificio di quei tanti che, anche oggi, come nei giorni scorsi e come in quelli prossimi lottano e sperano accanto a chi soffre, a chi ha contratto il virus. Di quelle tante meravigliose donne e quei tanti meravigliosi uomini che senza limitazioni richiano la loro vita ogni giorno perché la nostra non si fermi, che si spendono per alleviare la sofferenza dei più sfortunati e sconfiggere questo male che, subdolo e silenzioso, si insinua nella vita di troppi, fino a negarla. Nel cuore di tanti altri, fino a spegnere la speranza.

È a loro che penso oggi, con particolare trasporto. A quelle donne e a quegli uomini. Sono essi la traduzione più vera di questa Domenica delle palme. La loro passione incarna e attualizza quella del Cristo. Nella liturgia, quella di oggi, questa domenica si chiama Domenica di passione e segna l’inizio della settimana detta “santa”, quella in cui lo sguardo e il cuore dei credenti sono rivolti al segno dell’Amore: la passione, la morte, la discesa agli inferi e la Risurrezione di Gesù Cristo dai morti: fonte e culmine della fede cristiana. Un Amore che si alimenta e vive di quella passione. E d’altra parte non c’è amore vero che non si traduca in passione, in offerta di sé incondizionata.

È la grande lezione che la Vita ci sta rivolgendo in questo tempo. Diciamocelo con franchezza, scevri da qualsiasi condizionamento partitico, eravamo alla deriva dell’amore. La pace, la solidarietà, la condivisione, il sacrificio per l’altro erano ormai in balìa dell’odio, dell’indifferenza, della autosufficienza. È il grande rimprovero della vita quello che stiamo vivendo in questi terribili giorni. Da soli non si va da nessuna parte. Non esiste precedenza, non esiste colore, non esiste provenienza, né credo, né appartenenza: esiste l’uomo, nella sua verità, nella sua passione.

Questo tempo ci aiuta certamente a comprendere forse meglio che nulla è scontato, che un abbraccio, un saluto, un bacio, una passeggiata mano nella mano sono doni preziosi. Che la vita dell’uomo, di ogni uomo ha bisogno di tradursi in passione per l’altro. E che questa passione non può durare il tempo del virus, ma che come quella di Cristo, deve diventare l’essenziale. E allora sì che #andràtuttobene. Andrà tutto bene, quando l’uomo tornerà ad amare veramente con più gratuità, con più semplicità.