EUROVISION SONG CONTEST 2021: vince il rock

EUROVISION SONG CONTEST 2021: vince il rock

Le vittorie riportate dall’Italia nel corso della competizione canora internazionale Eurovision Song Contest sembrano avere proprio una ricorsività più o meno trentennale: nel 1964 Gigliola Cinquetti aveva vinto con la canzone Non ho l’età; ben 26 anni dopo, nel 1990, Toto Cotugno vinse con Insieme, ed infine i Måneskin pochi giorni fa, ad altri 31 anni di distanza, si sono aggiudicati la vittoria dell’edizione 2021 dell’Eurovision Song Contest con la canzone Zitti e buoni.

Generi musicali molto diversi tra loro, quelli dei vincitori italiani dell’Eurovision, artisti dalle personalità differenti che si sono saputi esprimere di fronte ad un pubblico internazionale rappresentando la propria epoca.

Negli ultimi anni la musica italiana è stata interessata da un profondo rinnovamento sia dal punto di vista dei generi musicali che degli artisti: i talent show, che in gran parte hanno “imposto” un gusto musicale troppo commerciale rivolgendosi ai giovani in modo molto generico, sono stati però anche il contesto in cui si sono formati e lanciati artisti decisamente più interessanti e dalla forte personalità come Marco Mengoni e Noemi, e ovviamente come i Måneskin.

Come sappiamo, l’Eurovision Song Contest prevede che ogni nazione partecipante scelga di essere rappresentata da un cantante o da un gruppo che ha raggiunto traguardi importanti nel corso della propria carriera musicale. In Italia a partire dal 2015 il regolamento prevede che il nostro paese sia rappresentato dai vincitori dell’ultimo Festival di San Remo: quest'anno la band romana dei Måneskin ha infatti vinto l’edizione 2021 di San Remo, guadagnandosi quindi anche il diritto di competere all’Eurovision rappresentando l’Italia.

Certamente questo collegamento tra le due gare canore ha impresso una nuova modernità al Festival della città dei fiori: caratterizzato in precedenza da generi più melodici, dalla presenza di cantautori e canzoni d’amore, il Festiva di San Remo negli ultimi anni è stato contagiato da un gusto più internazionale in vista della partecipazione dei vincitori all’Eurovision. L’edizione 2021 del Festival, diretto e presentato da Amadeus, è stato interessato dalla presenza di artisti giovani e caratterizzati da una maggiore peculiarità dal punto di vista artistico: oltre chiaramente ai vincitori, arrivati sul podio con un brano rock, le sonorità esotiche di Gaia e quelle anni ‘70 di Colapesce e Di Martino, solo per citarne alcuni, hanno regalato ai telespettatori una scelta musicale molto ampia che si è vista secondo me in poche edizioni del Festival.

Altrettanto interessante artisticamente è come sempre l’Eurovision Song Contest, la gara musicale che si svolge annualmente dal 1956: ultimamente l’Italia, che dal ‘97 al 2011 non ha gareggiato pur essendo tra i paesi fondatori della manifestazione, recentemente è tornata alla ribalta con tanti artisti, facendo una scalata graduale verso il podio: nel 2015 il Volo si è aggiudicato il terzo posto con Grande amore, mentre nel 2017 l’Occidentalis Karma di Francesco Gabbani ha ottenuto il sesto posto; segue il quinto posto di Fabrizio Moro ed Ermal Meta ottenuto nel 2018 con Non mi avete fatto niente, il secondo posto di Mahmood con Soldi nel 2019, passando per l’esibizione di Diodato all’Arena di Verona l’anno scorso con Fai rumore (perché la gara non si è svolta normalmente causa covid) fino alla vittoria di quest’anno.

Le performance dell’Eurovision ogni anno sono sempre molto scenografiche e quest’anno non ha fatto certo eccezione: numeri di danza, giochi di luci e abiti particolari illuminano le serate della manifestazione. Quest’anno il gruppo italiano dei Måneskin ha acceso il palco indossando tute colorate, e ha conquistato i telespettatori all’estero con il ritmo di un brano rock.

Talvolta però lo svolgimento di spettacoli importanti come questo può essere accompagnato da giudizi troppo severi relativamente al look degli artisti o ai testi delle canzoni, da cui gli opinionisti prendono spunto per ricamare con fantasia: sul web si legge di alcune accuse gratuite lanciate contro la rock band relativamente all’uso di sostanze stupefacenti, che è stata smentita dagli stessi artisti con un test antidroga (per maggiori dettagli sulla vicenda si rimanda agli articoli specifici disponibili sui vari quotidiani nazionali on - line). La cantante Elena Tsagrinou è stata invece criticata da alcuni membri della comunità religiosa ortodossa per il testo del suo brano intitolato El diablo, che la giovane artista ha presentato all’Eurovision rappresentando Cipro. A volte quelle che dovrebbero essere occasioni di confronto culturale ed artistico sono rovinate dal pregiudizio e dal bigottismo secondo cui si tende a vedere il male ovunque, anche in un numero di canto o di danza, giudicando le stravaganze degli artisti, che esprimono semplicemente il proprio talento, come forme di chissà quale perdizione. Come si sa il linguaggio artistico può avvalersi di metafore molto forti per rappresentare stati d’animo intensi: questo non significa che il testo di una canzone vada interpretato necessariamente “alla lettera”, tirando in ballo i soliti inesistenti riferimenti al satanismo o alla droga. In ogni caso, un artista va valutato per quello che esprime sul palco, e chi segue ogni anno l’Eurovision è perché, semplicemente, ama la musica e lo spettacolo: i telespettatori degli altri paesi in gara hanno gradito la performance italiana ed hanno espresso il proprio parere con il televoto, permettendoci di vincere.

 

L'AZERBAIGIAN ALL’EUROVISION. UNA CANZONE SU MATA HARI: STORIA DI UNA BALLERINA SPIA

Dopo aver già partecipato all’Eurovision l’anno scorso con la canzone Cleopatra, quest’anno la cantante Efendi ha rappresentato nuovamente l’Azerbaigian con un altro brano sempre ispirato alla femminilità delle donne del passato, intitolato Mata Hari. Cleopatra e Mata Hari rientrano tra le donne tra le più famose della storia: vissute in epoche diverse, hanno avuto in comune il fatto di essere entrambe di grande fascino, ma anche di essere destinate ad una tragica fine. Su Cleopatra si è detto molto, tra storia e leggenda di un passato lontanissimo da noi, ma di cui si parla ancora. Più recente è invece il contesto in cui è vissuta Mata Hari, la ballerina che ha svolto il ruolo di spia durante la prima guerra mondiale.

Nata in Olanda nel 1876, dopo la fine del suo matrimonio con il capitano Mac Leod (matrimonio segnato dalla morte del figlio minore, avvenuta durante la permanenza in Indonesia), Margaretha Geertruida Zelle era tornata in patria: aveva perso l’affidamento della figlia maggiore in seguito alla separazione dal marito, e si era recata a Parigi dove cominciò a svolgere diversi lavori, per poi proporre le danze esotiche svolgendo esibizioni nei teatri della città francese.

Il pubblico era attirato dalle leggende raccontate sui misteri della religiosità orientale che la ballerina aveva ingigantito abilmente per costruirsi un personaggio. Lo scoppio della prima guerra mondiale comportò un drastico cambiamento dello stile di vita della danzatrice, fino a quando il console tedesco Alferd Von Kremer la incluse tra le spie tedesche. Il compito di Mat Hari (il suo nome d’arte, che significa Occhio dell’Alba in malese) era quello di raccogliere informazioni sugli eserciti olandesi e francesi, per poi riferirle ai superiori tedeschi. Nel frattempo però la ballerina cominciò a lavorare anche per i servizi segreti francesi, svolgendo quindi un rischioso doppio gioco in cambio di importanti somme di denaro da entrambi i fronti. Smascherata, Mata Hari fu sottoposta ad un processo: alcuni ufficiali ed ex amanti di Mata Hari chiamati a testimoniare cercarono di negare la sua attività di spionaggio, ma le dichiarazioni di due ufficiali francesi segnarono l’esito del processo. Mata Hari fu condannata alla fucilazione, eseguita il 15 ottobre del 1917.