FRANCESCO JOVINE a 70 anni dalla sua morte

30 aprile 1950/2020. Nacque a Guardialfiera, piccolo paese adagiato sul crinale di una collina da dove si ammirano la valle del Biferno, dove trascorse la sua infanzia tra gente sottile e arguta, dei proverbi e condannata al suo stato di miseria e di antico abbandono. Sin da giovane studente, amò scrivere e nel 1934 uscì il suo primo romanzo, “Un uomo provvisorio”.

FRANCESCO JOVINE a 70 anni dalla sua morte
Opera grafica di Antonietta Aida Caruso

Libero Bigiaretti, appresa la morte di Francesco Jovine, distrutto dal dolore, si prestò a darne notizia con un “alto” necrologio: A noi – suoi colleghi - la morte di Francesco Jovine avvenuta domenica 30 aprile 1950 alle ore 7:45, ci è parsa ingiuriosa, inesplicabile. Proprio il cuore generoso e disordinato dell’amico, si è schiantato! Uno spirito che ha donato e richiesto amore a tutti: alla sua Dina, ai fratelli, al suo paese, alla letteratura. Abbiamo approfittato tutti del suo gran cuore che, per quarantasette anni, ha scandito il ritmo ampio e caloroso di un’esistenza piena di giuste passioni, di bontà e di lavoro spumeggiante. Lo scrittore di Guardialfiera ha conosciuto e rispettato i poverissimi contadini del paese, i cafoni senza pane, gli artigiani sventurati; l’esistenza mediocre del piccolo borghese e di un prete pittoresco. Ha conosciuto il duro lavoro intellettuale insidiato giorno per giorno dalla brutale avidità di coloro che reggono il “mercato”. Tutte le storture della società maledetta, Jovine le ha sperimentate, denunciate e patite in sé e negli altri.

 

Oggi, 30 aprile 2020, dopo tanto oblio e scarsa attenzione per lo scrittore molisano più attenzionato al mondo e, quasi del tutto dimenticato in Molise, vogliamo dedicare lui un pensiero che, mai così vivo, dovrebbe essere nelle menti di ognuno di noi.

 

Chi ha conosciuto Francesco Jovine ne racconta di uno scrittore senza tempo, pieno d’amore per la sua terra, il Molise, per la sua gente, per la sua Guardialfiera, dove era nato il 9 ottobre 1902.

Un narratore della penna piena di luce. Senza mai un tentennamento nel narrare il Molise, le sue terre, le sue genti, le bellezze e le storture, ha innalzato al cielo la rurale semplicità di un territorio che del lavoro e della vivida accoglienza, la forza della famiglia, quell’essere “cafoni”, legati da una fune indissolubile e mai “carceriera”, han senza tempo solcato i cuori e le menti del lettore, ponendosi come una finzione di bellezza che, all’occorrenza, diventa forza liberatrice di schemi e di negatività che attanagliavano allor le genti. Le stesse che, per sfamar loro ed i loro cari, si erigevan a paladini di libertà, vita ed orgoglio mai domo e mai autoreferenziale.

 

Un mondo, quello di Francesco Jovine, raccontato sempre in maniera autobiografica, sempre con il pianto in viso. Le tradizioni vengono osannate, le donne incensate e poste su piedistalli . Eroine nel combattere per il sogno della vita, la casa, un pezzo di terra, l’amore. Le stesse donne che piangono i loro cari e del “ Repuoto Molisano” dan contezza con litanie struggenti sino ad abbrividir le menti ed i cuori da accattonar la pelle per la loro forza emotiva. A distanza di 70 anni più si allontana il tempo della sua scomparsa e più vivo diventa il suo ricordo.

Nacque a Guardialfiera, piccolo paese adagiato sul crinale di una collina da dove si ammirano la valle del Biferno, dove trascorse la sua infanzia tra gente sottile e arguta, dei proverbi e condannata al suo stato di miseria e di antico abbandono. Diplomatosi a sedici anni col massimo dei voti, fece l’istitutore a Vasto e a Maddaloni, vinse il concorso magistrale classificandosi primo, insegnò per tre anni nelle scuole elementari di Guardialfiera; vinse il concorso di ammissione nella facoltà di Magistero e si trasferì a Roma dove ebbe come professori Giuseppe Lombardo Radice e Guido De Ruggiero; si laureò e vinse il concorso di direttore didattico, insieme alla moglie Dina Bertoni, che aveva sposato nel 1928.

Sin da giovane studente, amò scrivere e nel 1934 uscì il suo primo romanzo, “Un uomo provvisorio”. Il romanzo suscitò scalpore e fu censurato dal regime fascista poiché troppo esplicito alla condizione di inadeguatezza ed incertezza del popolo. Si dedicò alle condizioni del Meridione leggendo gli scritti di Giuseppe Maria Galanti e di Francesco Longano, e trasse conclusioni reali sulle condizioni misere delle genti e del “Contado di Molise”.

L’assalto al Mezzogiorno, alle terre dei demani ex-feudali da parte di una borghesia avida, che in modi fraudolenti e usurari si era progressivamente appropriata delle terre assegnate ai contadini e aveva ricostituito nuovi latifondi, nell’estate del 1941, lo vide in prima linea come difensore del popolo ed inviato del Giornale d’Italia scrisse:

                                          “Quando incontreremo le prime ulivelle

                                           magre, solitarie, in bilico sui dirupi,

                                           con i rami stenti, tormentati  dalla bufera,

                                           allora saremo in contado di Molise”.

Da qui, il legame ed i romanzi “Signora Ava” (1942), Le terre del Sacramento (1950).

Signora Ava, definito da Carlo Cassola “il più bel romanzo del ‘900”, è una storia corale che si svolge negli ultimi anni del Regno Borbonico e nei primi anni dell’Unità d’Italia. 

Jovine descrive il piccolo mondo dei contadini, dei galantuomini e dei preti di Guardialfiera. È un mondo visto attraverso i ricordi della fanciullezza, la voce e i racconti del padre, in una nostalgia favolosa, che mostra il volto remoto di una terra e di una gente di antico nome, ma avvolta nell’abbandono e nell’oblio. Jovine sa cogliere il segreto respiro di questo mondo, scrive senza pari un conoscitore principe, il prof. Antonio Mucciaccio.  

Guardialfiera è un paese con un ammasso di casupole di contadini grigie e affumicate, tra le quali spiccano i palazzotti dei galantuomini, come la vecchia e grande casa dei De Risio: Don Giovannino, ex colonnello di Gioacchino Murat nella grande armata di Napoleone, maestro dei figli dei galantuomini dei paesi del circondario e poeta d’occasione; Don Beniamino, arcidiacono vicario, “un prete enorme, detto il signor zio, alto, grasso, solenne, con occhi porcini”; Don Eutichio, scaltro, avaro, taccagno e sfruttatore dei sudori e delle fatiche dei contadini; Don Carlo, grasso, indolente e tardo d’ingegno, diventato medico a stento e tornato da Napoli a Guardialfiera, “come asino in mezzo agli zingari”.

Ci sono poi garzoni e serve e c’è don Matteo Tridone, prete povero, estroso e magro, in mezzo ad una schiera di preti grassi e ricchi, che si litigano le rendite ecclesiastiche della soppressa diocesi di Guardialfiera. Vi è il giovane don Stefano Leone, figlio di galantuomini possidenti di Guglionesi e studente di don Giovannino, che si infiamma di un amore chiuso e malinconico per donna Antonietta De Risio, ragazza di delicata bellezza. E vi è il giovane garzone Pietro Veleno, con la sua aria pensosa di contadino povero e rassegnato al suo destino.

Attorno a questi personaggi si muove tutta la società di Guardialfiera: galantuomini oziosi e intriganti, preti che si fanno dispetti e, soprattutto, la folla solitaria dei contadini senza nome e senza storia, che menano la loro vita di fatiche e di stenti. Le voci della caduta del Regno borbonico e delle imprese di Gariobaldo arrivano e agitano il piccolo mondo di Guardialfiera. I contadini reclamano e occupano le terre, ma i loro moti vengono repressi e soffocati nel sangue dai galantuomini e dalla guardia nazionale. Gli scampati si danno alla macchia e al brigantaggio. Poi, quando tutto passa, ogni cosa ritorna al suo posto, come se niente fosse accaduto.

“Ho voluto rendere il farsesco e il tragico, il rozzo e il raffinato senso della vita che hanno i nostri contadini; ho voluto farli cantare all’unisono con la terra generosa e matrigna e col cielo troppo lontano e irraggiungibile “le parole dello scrittore”.

Così anche il romanzo “Le terre del Sacramento”. Atmosfera soporifera di una cittadina di provincia: Calena (Casacalenda, la Kalene di Polibio), con i suoi galantuomini pigri e indolenti, decine di avvocati che trascorrono il tempo in interminabili liti, giovani poveri, ma non incolti, che si dibattono nelle strettoie di una realtà miserabile.

Casacalenda che dall’alto domina “laggiù Morutri” (Guardialfiera) con Le terre del Sacramento.   Le terre proprietà della famiglia Cannavale, per i contadini sono terre maledette. Enrico Cannavale sposa sua cugina Laura De Martiis, la quale mette mano con decisione alla ricomposizione e riorganizzazione del patrimonio. In questo immane lavoro chiede l’aiuto e la collaborazione del giovane Luca Marano, per convincere i cafoni di Morutri a lavorare per il risanamento delle terre, con la promessa di contratti di “enfiteusi perpetua”, fino a diventarne proprietari. Luca Marano, figlio di poveri contadini braccianti e mietitori, avviato alla carriera ecclesiastica che presto ha abbandonato, si mette all’opera, parla ai contadini e ne raccoglie la fiducia. Il barone Santasilia, però con inganno, se ne assicura la proprietà. Quando Luca si rende conto dell’inganno, incita i contadini ad occupare e seminare le terre del Sacramento, per farle proprie e ripagarsi delle fatiche e dei sudori spesi per dissodarle e metterle a coltura.

Corre l’anno 1922, a Calena i galantuomini, i borghesi e gli studenti del liceo comunale sono diventati tutti fascisti. Alla notizia che i cafoni di Morutri hanno occupato le terre, scatta l’allarme. Bisogna ristabilire l’ordine! Carabinieri e squadre di camicie nere con i camion partono da Calena, scendono a Morutri e si dirigono sulle terre del Sacramento. I contadini si difendono con le pietre e con le zappe, ma vengono arrestati e presi a fucilate. In uno di questi scontri viene colpito a morte anche Luca Marano e bagna col suo sangue le terre maledette.

“Quando la notte divenne buia, i vecchi accesero i fuochi alle spalle dei morti. A un tratto Immacolata Marano urlò:

 -  Luca, oh Luca!  -  Luca, spada brillante,  gridò una voce giovanile.

 -  Spada brillante, ripeterono in coro le altre.

 -  Stai sulla terra sanguinante.

La notte era buia e le voci si perdevano sulla terra desolata oltre il circolo di luce che faceva il fuoco, ancora vivo”.

Incredibile la potenza che questo scritto emana fuori dalle pagine insanguinate per una democrazia mai dimenticata e sempre cercata. Una potenza descrittiva che lancina i cuori trafiggendoli di passione, di vissuta empatia sino ad esaurirsi proprio con il pianto ed il dolore per la morte che assume a sé la forza vivida di una sconfitta che tornerà ad essere compromessa da una scommessa di vita ben più alta, sublime, senza tempo: l’Unità!

Jovine, ha dato sempre il meglio di se, in ogni scandir del tempo in sua vita terrena. Ha destato curiosità, passioni e grande ammirazione fuori dal Molise. Qualche anno addietro uno studioso belga dalle origini italiane, il prof. Jean Pierre Pisetta, docente di italiano alla Libera Università di Bruxelles, nel leggere la “Novella d’Oro di Michele” tratta dalla raccolta “Ladri di galline” del 1940, volle tradurla non dopo essere stato a Guardialfiera per conoscere da vicino il grande scrittore. Ne rimase sconvolto.

«Conoscevo Celestino V ma non immaginavo che il Molise potesse aver dato i natali ad altri illustri scrittori» Confessa Pisetta. «Chiedo scusa a tutti i molisani, non l’avevo mai sentito nominare Francesco Jovine. Incuriosito, mi procurai dei libri e son rimasto letteralmente folgorato. Quando scoprii il suo Viaggio nel Molise, mi venne l’idea di tradurlo in francese e cercare di farlo pubblicare in Belgio, dove sono nato e vivo. Nell’estate 2017, lasciando moglie e figli in ferie estive su in Piemonte, presi il treno per Termoli, e cominciai così a visitare i posti tratteggiati da Jovine negli 11 articoli del suo “Viaggio” attuato nel 1941. Da Termoli, la mia prima tappa fu Guardialfiera, paese nativo di Jovine. Nel fiabesco scenario di “Piedicastello”, cuore di questo paesello antico, trovai la sua abitazione nobile e modesta. E potei leggere sulla faccia, nell’atrio, una lapide molto bella che sintetizza in pieno il contributo alle lettere italiane sprigionato dalla passione per la sua terra: “Nel centenario e nel luogo della sua nascita, i Rotary Club di Agnone e Larino ricordano Francesco Jovine, che del Biferno, trasfigurato in sacramento, fece maestoso affluente della letteratura italiana”.   Così finì il mio breve soggiorno a Guardialfiera».

Un breve viaggio che ha lasciato il segno e che ha impresso la figura di un uomo che affascina ancora per la sua invincibile forma letteraria che lascia aperti scenari e conclusioni senza darne mai una certa, neanche a sé stesso. Signora Ava e Le terre del Sacramento, dopo tutto questo tempo, sono ancora disponibili per i lettori, e la sua memoria e grandezza è tenuta alta grazie ai vari Sebastiano Martelli, Francesco d’Episcopo che contribuiscono a tenere desta l’attenzione allo scrittore, cui però è mancato un apporto decisivo per alimentare l’attenzione degli studiosi, la disponibilità di un archivio dello scrittore che consentisse di utilizzare testi inediti, carteggi, diari, appunti, stesure di romanzi e racconti.

Nessuno scrittore italiano del Novecento ha un rapporto con la storia così peculiare come Jovine, la cui narrativa è fortemente interconnessa con i processi storici del Mezzogiorno. Con l’augurio di una sana e responsabile azione della politica, della scuola tutta e di tutti noi molisani nel riappropriarci di racconti di vita che emanano freschezza, solidarietà, vita vissuta e tanta bellezza, sperando di aver suscitato la curiosità per alimentare la conoscenza di uno scrittore, purtroppo trascurato dal nostro Molise, e per questo chiediam lui scusa, e che la sua penna ci permetta di mirar le sue magiche righe, dal sapore di un calamaio ormai senza più inchiostro.

Maurizio Varriano