Gian Carlo Riccardi, storia del disincanto e del rifiuto

A cinque anni dalla sua scomparsa ricordiamo una figura emblematica e significativa dell’arte novecentesca. Cronaca e indizi in una lettera mai spedita.

Gian Carlo Riccardi, storia del disincanto e del rifiuto
una immagine di Gian Carlo Riccardi

Caro Giancarlo,

le lettere accompagnano – assai spesso – incontri ravvicinati carichi di irruzioni e sbalordimenti, di silenzi benevoli o di ragionamenti appena abbozzati. Questa, che mi accingo a scriverti, sembra la depositaria di tutto ciò: le trame di una visita recente, le pause generose, l’impeto per un nuovo capitolo, il dubbio benefico che si fa compagno di strada lungo percorrenze appena tracciate. D’altro canto al privilegio epistolare non rinuncio. Perché è una sorta di isola confidente nella quale è possibile, al di là di ogni altrove, riversare gli oggetti del viaggio per rivalutarne poi, con maggiore attendibilità, il senso prioritario.

Le storie di Giuseppe Bonaviri – mi piace ricordarlo – sono rocambolesche, come i suoi “paesaggi”: in preda a bagliori feroci, a tenebre scellerate, ad avanzi di prospettive; una sorta di girotondo bambinesco che invade – per ombre e solarità – il centro e la banlieu, il cielo e il sottosuolo stipando di cori le vie e i muri, gli occhi del passante, il cuore. Colmando la Storia di mille storie minute.

A questo ho pensato visitando di recente il tuo studio affollato come il baule del clown. Fino all’inverosimile, come i luoghi di Bonaviri scrittore.

 

C’è la tua storia - e in parte la nostra - su quelle pareti private finanche di un minimo respiro; c’è il segno corroso - e corrosivo al contempo - che recitava i salmi in un tempo fatto di sorprese fragili, di appuntamenti lunari, di  incanti benevoli: il racconto di una “normalità” finalmente restituita, nella sua ingenua benevolenza, all’umanità reduce dalla lunga notte deicida.

Hai riannodato metri di dolore depositandolo semplicemente sulle tele affinchè ognuno ritrovasse il senso della parola smarrita. Gli anni “veloci” del dopoguerra, caro Giancarlo, quelli sospesi tra cumuli di sofferenza indicibile e squarci del divenire. E tu, appartenente alla razza premonitrice, a ripristinare di continuo la memoria come direttrice inevitabile del presente.

 

C’è il tempo della biacca e del nero incondizionato, di una scrittura orfana di ogni presumibile pigmento come se l’attore avesse deciso di tacere per sempre celando il suono nel fondo del baule.

C’è la tua storia - e sufficientemente la nostra - su queste pareti che non hanno più respiro.

C’è la storia del disincanto e del rifiuto, della noia che si addensa come nebbia al limite del fiume di fango.

C’è il silenzio prezioso che si fa regola quasi monastica e sostiene - regge - un tempo in cui la presenza è merce di scambio.

 

Ma ora che sono qui, nella penombra di una sala che rimanda ai nostri occhi l’eco penetrante di mille racconti, hai ancora la forza - e il desiderio - per “un altro giro di giostra” come direbbe Terzani. E la pigrizia teatrale che accompagna la tua età matura pare disfarsi nella nuova frenesia narrativa. D’altra parte sono qui per questo, allertato, ancora una volta, dalle pieghe di un capitolo inedito.

 

Me lo avevi preannunciato con la solita, incurante distrazione - teatrale anch’essa? - come se queste opere - ora andremo a vederle, caro Giancarlo - fossero appunti esili del tuo tempo presente o minuscole note da “archiviare” come probabile volano di un itinerario a venire.

Ma non è così, mi pare.

Dinanzi a me costruisci il nuovo atto di una commedia infinita - e per questo sorprendente - affidando alla parola sommessa e al tango delle dita il resoconto del nuovo viaggio.

 

Ripartiamo da qui. Da queste tavole che scorrono come fotogrammi preziosi ed aprono nuove “falle” nella tua storia - e fortunatamente nella nostra - rimunerandola, anziché mortificandola, di inediti respiri.

Facciamo appello, di solito, ad un comune intendimento, ad una sorta di “rassicurante e reciproca” incomprensione per sottolineare la precarietà del vissuto, come se non volessimo davvero scorgere il senso solare di questo destino di affollata afflizione. Ci fa da guida la dimenticanza, la presunzione ottusa di rinnegare le “misere” regole dei padri millenari, quelle che hanno scortato il tempo per farne approdi utili per successive navigazioni. Le abbiamo ignorate fino a dimenticarne l’intima essenza.

 

E non ci resta che certificare il malessere, incapaci, oltremodo, di immaginare una presumibile terapia.   

Ripartiamo da qui caro Giancarlo, da queste riflessioni brevi che consumiamo come prologo ozioso

Ho il privilegio – ancora una volta – di vedere per primo le tue opere nuove. Esse non sono il seguito naturale di un percorso comunque collaudato da anni di “rifornimento”. Mi appaiano invece come un consolidato accampamento di idee posto ai margini della brughiera dove la nebbia e il fumo celano il vociare e gli occhi. Mi pare, caro Giancarlo, che in questa “stazione” tu abbia raccolto – depositato poi – non soltanto i resti scarniti del lungo viaggio, bensì ciò che, assai probabilmente, custodivi con scrupolo quale cifra di un linguaggio unico, talvolta affiorato  per scampoli preziosi, di nuovo seppellito, e ancora riabilitato.

Hai radunato sulle tavole del nuovo racconto I principi mai barattati, quelli che comunque confezionano la profezia della Storia.

 

Andiamo per ordine: il colore nella sua ostinata presenza; il disegno, severo nella sua essenza liberatoria; e il senso, quasi cadenzato, di una inespugnabile “sospensione”. Termini questi che rimanderebbero ad una maturità domiciliata in un territorio esclusivamente immaginifico, compenso generoso per chi ha dettato i tempi della fatica e del rimorso, per coloro che hanno posato l’occhio in spazi ancora bui, suggerendo agli altri gli strali di una storia tutta da scrivere. Una giusta mercede diremmo, per chi ha, fino in fondo, osservato la “dottrina” della ricerca.

Nulla di più – teatralmente – ingannevole.

 

Le immagini che osservo per la prima volta sono la testimonianza di una denuncia penetrante, non più mutuata dalla poetica dell’assenza – cromatica, narrative, segnica – bensì codificata attraverso il drammatico capovolgimento delle nostre tenere verità: brucia la piccolo dimora in ognuna delle tue tavole e volano frotte di omini flessuosi con mani di paglia e volti di cera; il cane – irriconoscibile e lugubre  – delapida ogni spazio con la malizia del cadmio e le nuvole fanno sosta in cieli improbabili.

E’ il tuo tempo questo – e naturalmente il nostro – inconciliabile e indegno. Inattendibile. Come lo sono gli omini di paglia e i cani mostruosi.

 

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