Giovanni Filocamo, la pittura dell’anima e dell’eros  di Rocco Zani

A quasi cinque anni dalla sua scomparsa ricordiamo – con la cronaca dell’ultimo incontro -  l’artista calabrese che ha fatto dell’immaginifico e del sogno la centralità della sua narrazione.

Giovanni Filocamo, la pittura dell’anima e dell’eros   di Rocco Zani
Giovanni Filocamo - Autoritratto

Venti anni dopo. Di quel tempo trascorso la memoria si fa compagna grama eppure efficace per riafferrare bagliori, sguardi, finanche profumi. Venti anni dopo ritorno nello studio di Giovanni Filocamo – aggrappato su un poggio della città vecchia, crocevia e intrico di stradine collinari – e ritrovo la luce di allora, le pile di tele brunite, gli oggetti raccolti e archiviati come “vigilie” di nuovi intendimenti; le cornici sfrenatamente barocche che riscrivono i contorni di un volto, di un albero, di un’allegoria; o gli scrigni di legno in cui lui depone, quasi sarcasticamente, frammenti di corpi in cartapesta.

E’ innanzitutto un racconto di memorie quello di Filocamo. Una cronaca di indizi che riaffiorano – inesauribili – dal suo tempo, dalla sua terra, dal suo essere uomo del sud, al di là degli stereotipi che potrebbero aggredire o sanzionare questa condizione.

E’ in questa “matrice territoriale” – che ha offerto alla pittura novecentesca italiana figure di rara intensità – che si è mossa e si muove tutta la dinamica narrativa di Filocamo pittore. Lui reggino che attraversa le Eolie e riscopre le terre della deserta Pentedattilo; luoghi di frontiera e di sbarchi, terra di filastrocche primitive, di lampi, di cammini, di parole e corpi che sanno di sale e pietra, di sconfinamenti e di ascolto.

Questo incontro rifugge l’ordinarietà di un calcolo temporale, mette alla porta un “accertamento” meticoloso dell’incedere e raccoglie minuti frammenti narrativi come se la laboriosità dell’intero racconto si mitigasse in piccole finestre, in sguardi sfogliati, in ormeggi lievi. E non c’è calcolo che tenga, non c’è misura del dialogo, piuttosto mistura di corpi e luoghi, di ore ed anni, di frescure e penombre. E scorrono allora – in un irrituale corteo processionale – le storie raccolte, gli umori, finanche gli indugi.

E non è un caso che le allegorie amorose si fondano, in una sorta di intesa bifronte, con i “territori” ludici della propria esistenza. Ma cosa è più sensuale? I corpi sommessamente denudati e posti come icone immaginifiche o l’opportunità di animare luoghi improbabili di minuti e affollati richiami?

Direi che la pittura di Giovanni Filocamo è uno “sgambetto” retinico in cui lo svelamento   quasi rigoroso del racconto – con colori e segni tersi – pare arenarci dinanzi alla sua tangibile compiutezza. In verità ogni costruzione è un avvicendamento altro da cui ripartire, sostare, riandare ancora. E’ un sovrapporsi di memorie, storiche e confidenziali, un viaggio infinito nel proprio sentire rimestato in presenze collettive.

E allora finanche il “liturgico” è occasione di rimpatri personali e di ritocchi simbolici; perfino i luoghi  - smascherati dal colore – sono agore di dolci pentimenti, di riverberi onirici, di gioco.

 “I miei dipinti sono a volte popolati“ scrive Filocamo “da inconsueti motivi decorativi, come stendardi, cornici finemente intagliate e cartigli barocchi… nella simbologia araldica, cosiddetta parlante, esistono delle figure fantastiche e sorprendenti… Si tratta di figure che hanno un forte spirito ironico o addirittura uno sfacciato senso scherzoso”. Come a recuperare – di continuo – sulla tela un bagaglio bambinesco fatto di accenti, di crocicchi, di aromi, e a dare ad esso – ma lo si vuole davvero? – una percezione narrativa che ristabilisca il senso del tempo, e in questo, della propria presenza. Piace archiviare la memoria a Giovanni Filocamo. E di questa l’anima inconsueta, quella dileguata, quella che non sopravvive al consuntivo ordinario e che pare sciogliersi ad ogni nuovo divenire.

Lui l’afferra,  per segni e litanie, repertandola all’interno di altre memorie, più tangibili o rassicuranti – gli scrigni, le finestre, le “cornici finemente intagliate” – per farne testimonianza dell’improbabile, del sogno, del gioco. Direi di Filocamo che è un testimone non ancora abbrutito, insolente, vivo.

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