I trent’anni di “Cose di Cosa Nostra”. Un’analisi epocale sul fenomeno mafioso - Parte II

MONUMENTI DELL’ANTIMAFIA/Parte II. Prosegue la recensione analitica del saggio scritto da Falcone nel 1991 con la collaborazione della giornalista francese Marcelle Padovani. Preziosa eredità letteraria che ci ha lasciato il magistrato, a ventinove anni dalla sua morte nella strage di Capaci e - va ricordato - a trentaquattro (tanti saranno nel 2021) dalla storica sentenza di condanna di primo grado nel maxiprocesso di Palermo a Cosa Nostra, istruito proprio da Falcone insieme a Borsellino e al pool di magistrati organizzato da Antonino Caponnetto.

I trent’anni di “Cose di Cosa Nostra”. Un’analisi epocale sul fenomeno mafioso - Parte II
Giovanni Falcone (ph tratta da lapoliticadelpopolo.it)
I trent’anni di “Cose di Cosa Nostra”. Un’analisi epocale sul fenomeno mafioso - Parte II

Cosa Nostra - afferma Falcone - è un’organizzazione criminale che si regge essenzialmente sull’obbligo di «dire la verità». Perché la verità - soleva ripetere ai colleghi - rappresenta per l’uomo d’onore «”una regola di sopravvivenza quando è libero, e maggiormente quando non lo è più. Se l’obbligo di dire la verità in presenza di un uomo d’onore non è più rispettato dai mafiosi, è segno inequivocabile che o sarà lui a morire o sarà il suo interlocutore ad essere soppresso”» (Cap. II). Piuttosto di rivelare fatti che, se interpellato, sarebbe costretto a dire, il mafioso tace (in ciò consiste l’«omertà»). Se egli decide di dissociarsi e di collaborare con la giustizia, per Cosa Nostra diviene da quel momento un «infame», esposto quindi ai sentimenti di vendetta di altri uomini d’onore.

Un ruolo fondamentale, però, è giocato dal «prestigio» di cui il pentito eventualmente goda in seno all’organizzazione. Quando il «traditore» Tommaso Buscetta è interrogato dal presidente della Corte d’Assise di Palermo, a parlare non è solo un pentito: è un uomo al quale sono stati uccisi due figli in conseguenza della sua decisione di collaborare, e di denunciare un’organizzazione che secondo lui aveva “rinnegato” i suoi principi fondamentali. Nessuno dei presenti dubita che lì, in quell’aula Bunker, sia lui in realtà l’unico “vero” uomo d’onore. Questo spiega il silenzio assoluto dei Corleonesi rinchiusi nei gabbiotti.

Falcone fa poi l’esempio e riferisce aneddoti su molti altri pentiti: Salvatore Contorno, Antonino Calderone, il “soldato” di Stefano Bontate Francesco Marino Mannoia (detto ‘Mozzarella), i non affiliati Vincenzo Sinagra, “estraneo” a Cosa Nostra, e Nicolò Trapani, contrabbandiere e narcotrafficante palermitano stipendiato dalle famiglie catanesi e calabresi. Ma un ricordo va anche a Leonardo Vitale, il primo storico collaboratore di giustizia, le cui dichiarazioni, rilasciate nel 1973, avrebbero trovato riscontro undici anni dopo in quelle di Buscetta. Sul momento, però, Vitale non venne creduto a causa di alcune aberrazioni mentali che lo affliggevano (tra cui la coprofagia). Fu ucciso poco dopo esser stato dimesso dal manicomio nel 1984. La rievocazione della sua parabola di vita induce Falcone ad auspicare che la nuova legge sui pentiti, all’epoca appena approvata (il 16 marzo 1991), assicuri ai collaboratori di giustizia adeguate premialità e protezioni.

«Sono dunque diventato - scrive Falcone - una sorta di difensore dei pentiti perché, in un modo o nell'altro, li rispetto tutti, anche coloro che mi hanno deluso, come in parte Contorno. Ho condiviso la loro dolorosa avventura, ho sentito quanto faticavano a parlare di sé, a raccontare misfatti di cui ignoravano le possibili ripercussioni negative personali, sapendo che su entrambi i lati della barricata si annidano nemici in agguato pronti a far loro pagare cara la violazione della legge dell’omertà.»

(Cap. II – Messaggi e messaggeri)

Chi scrive qui è il Falcone “uomo”, prima ancora del “magistrato”. L’uomo che si “immedesima” nel «dramma umano» di ciascun pentito, trovando argomenti che lo “confortino” nella sua «ansia di parlare». «Ma non ingannandolo mai sulle difficoltà che lo attendono per il semplice fatto di collaborare con la giustizia». (Cap. II).

«Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità. Questa avventura ha anche reso più autentico il mio senso dello Stato. Confrontandomi con lo “Stato-mafia” mi sono reso conto di quanto esso sia più funzionale ed efficiente del nostro Stato e quanto, proprio per questa ragione, sia indispensabile impegnarsi al massimo per conoscerlo a fondo allo scopo di combatterlo

(Cap. II – Messaggi e messaggeri)

In proposito, non si deve dimenticare che Cosa Nostra si regge anche sull’osservanza (il più delle volte solo a livello di facciata) dei più austeri valori di vita (ad es., non tradire la propria moglie, non trarre profitto dalla prostituzione, non praticare gioco d’azzardo, ecc.).

«Un uomo che ha avuto più di una moglie o intrattiene relazioni extraconiugali note in pubblico, che non è quindi capace di autocontrollo sul piano sessuale e sentimentale, non è un uomo affidabile nemmeno sul piano “professionale”. L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli. Le altre “sono tutte puttane”.»

(Cap. III – Contiguità)

Ciò, d’altra parte, non impedisce al mafioso di compiere le azioni più nefande e, in generale, di vivere nella e della più completa «anomia». Non importa che il mafioso di sottecchi non si attenga al “codice”, intrattenga rapporti extraconiugali, o si dedichi ad affari “proibiti”: l’importante è che non si faccia notare. Questi sono i portati della nuova «cultura urbana e consumistica» sulla mentalità del mafioso, che pure si mantiene fedelmente ancorato ai «valori fondamentali» dell’organizzazione. In questo mix tra innovazione e tradizione, gli uomini d’onore hanno capito di doversi adattare in certa misura a una realtà in continuo mutamento. Fermo restando che da sempre, «in un mondo privo di punti di riferimento, i mafiosi tendono a conservare la loro identità».

Infatti, chiarisce Falcone, non esiste una “vecchia” mafia contrapposta ad una “nuova” e più violenta della prima. Esiste solo la mafia. La quale

«si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a sé stessa

(Cap. IV – Cosa Nostra)

Dalla prima guerra di mafia ad oggi, Cosa Nostra ha conservato pressoché immutati i suoi caratteri. Quelli di un’organizzazione para-statale che, per quanto ancora restia a confondersi con il potere politico, tuttavia non esiterebbe (né, di fatto, ha mai esitato) a condizionarlo. E, se necessario, anche a impadronirsene, qualora le aspettative di profitto economico - sia illegale che legale - minacciassero di calare.

Ed eccola allora «farsi le leggi da sé», a cominciare dallo spostamento, in fase elettorale, di cospicui pacchetti di voti a favore dei candidati compiacenti verso questa o quella famiglia. O dall’infiltrazione diretta di suoi uomini all’interno di ambienti istituzionali - uomini non certo restii all’idea di interfacciarsi (il che è da sempre il tratto distintivo di Cosa Nostra) con quelli che ne costituiscono i massimi vertici. Ritorna così il tema della «doppiezza dell’anima siciliana», come la definisce Falcone: un «retaggio» della storia dell’isola, su cui il mafioso ha ricamato quasi una propria morale. Il mafioso

«[s]a perfettamente di dover vivere nell’ambito di strutture sociali, amministrative e politiche molto più forti della sua organizzazione, il che lo spinge a simulare cortesia, a mostrare una deferenza ipocrita. È l’atteggiamento di chi sa di trovarsi in situazione di inferiorità (in termini di strutture e di rapporti di forza, lo ripeto, non di valori), è consapevole che in caso di guerra - guerra vera - verrebbe inevitabilmente sconfitto e deve dunque accontentarsi della guerriglia, disporsi a subire la legge dominante. Appena la presenza dello Stato in Sicilia si indebolisce, il livello di scontro si alza. E il mafioso diventa più sicuro di sé, più convinto della propria impunità. Non dimentichiamo che la mafia è l’organizzazione più agile, duttile e pragmatica che si possa immaginare, rispetto alle istituzioni e alla società nel suo insieme.»

(Cap. III – Contiguità)

Per questo Cosa Nostra è sempre in cerca di consenso sociale. Stefano Bontate, ad esempio, negli anni ’70 si accreditò «agli occhi della popolazione locale» per aver ordinato di “far fuori” tutti i ladri del quartiere. Prima ancora, nelle campagne, il consenso era derivato alla mafia dalla cacciata dei «vecchi latifondisti» e dalla loro sostituzione con i «campieri», pagati dai mafiosi appositamente per sorvegliare la terra.

«Ma la mafia - chiosa Falcone - non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri. Mostra così il suo vero volto e si rivela per una delle maggiori mistificazioni della storia del Mezzogiorno d’Italia, per dirla con lo storico inglese Denis Mack Smith. Non frutto abnorme del solo sottosviluppo economico, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo stesso. A volte articolazione del potere, a volte antitesi dello Stato dominatore. E, comunque, sempre un alibi

(Cap. III – Contiguità)

È questa la mafia che colpisce e, in certo modo, “affascina” Giovanni Falcone. Sarebbero occorsi altri due anni prima dell’arresto di Totò Riina. E quindici prima della cattura del superlatitante Bernardo Provenzano, dopo che già nell’ottobre del 1995 lo Stato lo aveva in pugno in un casolare a Mezzojuso, dove si era rifugiato. Luogo che il confidente Luigi Ilardo aveva indicato al colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, e che solo per ordine del comandante del Ros Mario Mori (condannato in primo grado a 12 anni nel processo sulla Trattativa il 20 aprile 2018) si rinunciò all’ultimo ad espugnare.

Con riguardo poi alla preoccupante crescita delle mafie in una dimensione sempre più globale, abbiamo avuto processi e sentenze che certificano il radicamento delle organizzazioni criminali nelle regioni del Centro-Nord Italia, il dilagare della ‘Ndrangheta in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Valle d’Aosta, Piemonte e Toscana, il traffico illecito di rifiuti nella Terra dei Fuochi del Nord tra bergamasco e bresciano, e abbiamo il processo sulla Trattativa-Stato Mafia, in cui per la prima volta sono stati condannati in primo grado, insieme ai mafiosi, alcuni pezzi deviati dello Stato.

Oggi alla mafia non resta più nulla dell’originaria sicilianità. A Giovanni Falcone era ben noto dalle indagini bancarie (in primis quelle con cui istruì il processo Spatola del 1979) quanto la mafia “fatturasse” con il traffico di droga. E gli era noto come i mafiosi, pur disponendo delle competenze per svolgere loro stessi attività di impresa, tuttavia prediligessero la via del parassitismo per ragioni di mera convenienza: ormai la mafia si limita a riscuotere il pizzo senza più nemmeno (far credere di) assicurare protezione alla “povera gente".

2.continua

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