Il caso Lombarda Petroli e la trascurata questione ambientale

UN DISASTRO IMPUNITO/Parte prima. Illustrati i fatti storici e l’inaccettabile ‘schifio’ del processo sul disastro ambientale del Lambro del febbraio 2010. Incongruenze, dilemmi irrisolti e fatti ancora controversi: i sabotatori dei silos della Lombarda Petroli rimangono tuttora ignoti e a piede libero. Il movente dei cugini Tagliabue (proprietari di LP): secondo l’accusa, disfarsi dei prodotti illecitamente stoccati. Ma nel 2019 la Cassazione invalida le prove: motivo in più per soppesare la tesi ‘alternativa’ avanzata dal giornalista Marco Fraceti nel libro "L’onda nera" nel Lambro.

Il caso Lombarda Petroli e la trascurata questione ambientale
Il deposito della Lombarda Petroli a Villasanta (ph mbnews.it)

È la notte tra il 22 e il 23 febbraio 2010. Un violento acquazzone si abbatte sulla Brianza. La protezione civile si vede costretta a dichiarare l’allerta arancione. Ovunque sottopassaggi allagati, corsi d’acqua in piena, tombini che saltano: le condizioni meteo non potrebbero essere più proibitive.

Forse proprio per questo quelle stesse circostanze si tramutano nell’occasione perfetta per il "delitto perfetto".

Sotto la pioggia battente, per giunta col favore dell’oscurità, soggetti non identificati si introducono furtivamente nel sito della Lombarda Petroli, ex raffineria adibita dal 1984 a deposito di stoccaggio e movimentazione di combustibili in un’area di circa 300.000 mq a Sud del Comune di Villasanta, di proprietà dei cugini Giuseppe e Rinaldo Tagliabue.

Intorno alle 3:30 del mattino i malintenzionati si dirigono verso i 29 serbatoi dell’impianto. Aprono manualmente le valvole di sette di essi - che evidentemente sapevano essere pieni di prodotto - e, digitando i relativi comandi sulla pulsantiera del ponte di carico, ne fanno fuoriuscire circa 3.000 tonnellate di idrocarburi. In realtà, il sabotaggio riesce solo per quattro di quei silos. I prodotti si riversano nelle cinque “vasche di contenimento” API (American Petroleum Institute), dove una parte di essi verrà poi ripescata. Un’altra finisce invece nel “collettore Est”, e da qui arriva dritta al depuratore ALSI diMonza – San Rocco” controllato da BrianzAcque Spa. Quindi, nella misura eccedente la soglia massima di contenimento, gli idrocarburi si riversano nel Lambro (e, per naturale affluenza, nel Po). La marea nera galleggiante sulla superficie del fiume viene segnalata la prima volta intorno alle 4:30 del 23 febbraio. Lo sversamento proseguirà tuttavia fino alle 8:00 del mattino.

Il fatto è senza precedenti. Un disastro ambientale di proporzioni inaudite.

Ma il tema passa presto in sordina, dato che alla pista investigativa dell’associazione a delinquere finalizzata al “disastro colposo” (inizialmente contestato nell’ordinanza di custodia cautelare del 16 settembre 2010 nel capo A, ma poi scomparso) subentra un indirizzo di natura ben diversa, che darà luogo anche ad un acceso contenzioso tributario.

Non senza forti pressioni e condizionamenti da parte dei media e dal perenne spauracchio della prescrizione, la Procura monzese apre subito un fascicolo. A sollecitarla, anche il ritrovamento di alcuni appunti nel corso delle perquisizioni e l’acquisizione di una lettera anonima recapitata alla redazione di “Striscia la notizia”. Sulla natura dolosa dell’operazione non vi è alcun dubbio, fin dai primissimi accertamenti. Eppure, gli inquirenti ipotizzano - ordinando anche perizie in tal senso - che i proprietari della Lombarda Petroli abbiano premeditato di sversare gli idrocarburi al solo fine di evadere accise per svariati milioni di euro che avrebbero dovuto pagare sulle quantità di prodotto stoccate nei sette serbatoi sabotati. Quantità di cui sarebbe stato loro intento occultare al fisco il reale ammontare. E che spiegherebbero la discrepanza, rilevata nel corso delle indagini, tra «prodotto sversato» e «prodotto mancante» risultato superiore al livello di tolleranza consentito - anche alla luce della situazione contabile (il cosiddetto “pre-inventario”) fornito ai pm dagli stessi imputati.

A ben vedere l’impianto accusatorio non convince del tutto, e per una serie di motivi. In primis, il fatto che il deposito sarebbe stato definitivamente chiuso alla fine del 2010: i cugini Tagliabue avrebbero potuto fruire di questa “copertura” - necessitata dallo smantellamento stesso dell’impianto - per insabbiare il traffico clandestino di carburanti. Al che si aggiunga la considerazione - avallata pure dalla sentenza di primo grado del Tribunale di Monza - che la quantità di prodotto eccedente rispetto alle giacenze contabilizzate avrebbe comportato un aumento dell’IVA per non più di 80.000 euro.

Ma, soprattutto, quel che lascia interdetti è la palese incompatibilità tra l’assunta finalità fraudolenta dell’atteggiamento mantenuto fino ad allora da due navigati imprenditori brianzoli come i cugini Tagliabue e la catastrofe ambientale (a dir poco clamorosa) che, nel perseguire tale obiettivo, si è originata.

Tante e tali incongruenze (a dispetto dei risultati investigativi e peritali) da indurre la parte più sagace dell’opinione pubblica, di cui fa parte anche Marco Fraceti, giornalista pubblicista e direttore dell’Osservatorio Antimafie di Monza e Brianza “Peppino Impastato”, ad indagare a fondo per tentare di ricostruire il più probabile movente dell’azione criminale dei vari soggetti coinvolti.

«La scintilla che ha scatenato la mia curiosità - dice Fraceti - è che se tu vuoi evadere le tasse cerchi di eludere, di nasconderti, di non farti vedere. Invece questi signori, che secondo i pm volevano evadere le tasse, hanno attirato l’attenzione di mezzo mondo su di loro».

Nell’ottobre 2014 la sentenza di primo grado manda assolti i cugini Tagliabue, titolari della Lombarda Petroli, e l’ex direttore dello stabilimento Vincenzo Castagnoli. Condannato invece a 5 anni di reclusione per disastro doloso il custode Giorgio Crespi. Nell’aprile 2016 la sentenza della Corte d’Appello di Milano modifica in parte quella di primo grado: attenuata la condanna a Crespi (1 anno e 6 mesi, pena sospesa), riconosciuto il disastro colposo con conseguente condanna nei confronti di Giuseppe Tagliabue (1 anno e 8 mesi, più altri 9 per reati fiscali) e confermate le assoluzioni di Castagnoli e del cugino Rinaldo (quest’ultimo, fra l’altro, prescritto nel giugno 2020 per presunte violazioni relative al pagamento delle accise). L’azienda è inoltre condannata a risarcire le parti civili per i danni da sversamento. Nel luglio 2017 la quarta sezione penale della Corte di Cassazione conferma il verdetto di secondo grado, derubricando un reato di estrema gravità quale la devastazione ambientale ad un mero fatto di natura civile-amministrativa. E così mettendo la parola fine a una vicenda giudiziaria durata sette lunghi anni che ha lasciato giudizialmente impuniti gli esecutori materiali del sabotaggio, tuttora ignoti e a piede libero.

Peraltro, proseguirà fino al novembre 2019 il contenzioso tributario intentato dall’Agenzia delle Dogane nei confronti di Lombarda Petroli per il pagamento di 9 milioni di euro di accise evase. Cifra che, in base alle verifiche condotte dai doganieri, deriverebbe proprio - si legge nel verbale di accertamento - dall’imponibile degli oli minerali eccedenti «non giustificati dalla documentazione contabile», nonché dagli “ammanchi” di prodotto risultati oltre la soglia massima di tolleranza, dopo che «era stata riscontrata in sede di accesso una contabilità parallela».

Respinta in prima battuta dalla commissione tributaria provinciale di Milano, l’istanza di annullamento dell’accertamento promossa dalla Lombarda Petroli viene accolta in appello, e quindi confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione tributaria. La quale ha pure negato «valore ufficiale» alla «ritenuta contabilità occulta» dei cugini Tagliabue - secondo la Corte nientemeno che delle «schede redatte a mano» destinate a un «uso meramente personale». E qui i misteri si infittiscono. Perché il movente criminale in origine ravvisato nella volontà di sbarazzarsi degli idrocarburi illecitamente trafficati e depositati nei silos sembrerebbe cadere, e con esso - ad ogni buon conto - lo stesso impianto accusatorio.

Sulla vicenda, e per tutta la durata dei processi, Marco Fraceti ha condotto un’inchiesta, da cui è scaturito un libro, dal titolo: L’onda nera nel Lambro. Il caso Lombarda Petroli e lo sversamento abusivo di idrocarburi (Mimesis, 2019). Un testo animato dall’aspirazione di rendere giustizia a una realtà dei fatti verosimilmente svoltasi in modo diverso da come accertato nei tre gradi di giudizio. E di poter riparare, anche favorendo una riapertura del caso, all’inaccettabile “schifio” di un processo che ha visto i danni causati da sabotatori senza scrupoli alla flora e alla fauna che vive sulle sponde del Lambro e del Po passare, di fatto, in secondo piano. Quando, invece, si è accertato che delle 3mila tonnellate di idrocarburi sversati circa 500.000 kg sono andati dispersi. Finendo irrimediabilmente per inquinare ed atrofizzare la natura rivierasca e tutto l’ambiente circostante.

1.continua

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