Il contrappunto dell’anima sulle note di Remo Anzovino

“Dove le parole finiscono, inizia la musica”.

Il contrappunto dell’anima sulle note di Remo Anzovino

Come non convenire con Heinrich Heine quando, nel Cortile d’Onore di uno dei più bei capolavori dell’architettura e dell’arte tardo-rinascimentale, progettato e decorato da Giulio Romano, con la luce dei raggi che, al calar del sole, via via si affievolisce sulla trabeazione dorica, improvvisamente si iniziano ad ascoltare, accogliere, interiorizzare le note suonate con tale leggiadria al pianoforte dal Maestro Remo Anzovino?!

Palazzo Te, la villa mantovana gioiello del Rinascimento italiano, dal tramonto in poi ieri ha fatto da meravigliosa cornice ad un vero e proprio viaggio dell’anima con il musicista e compositore che, attraverso progetti discografici e colonne sonore cinematografiche, ha legato il suo nome a personaggi e fatti della Storia, dell’Arte, della Letteratura e dello Sport di valore universale quali Frida Kahlo, il disastro del Vajont, Vincent Van Gogh, Claude Monet, Paul Gauguin, Muhammed Ali, Pier Paolo Pasolini, l’ossessione nazista per l’arte degenerata – è autore delle musiche del film “Hitler contro Picasso e gli altri” –, Galileo Galilei, Tina Madotti.

 

Nel mistero del silenzio, che cerca di esprimersi attraverso le sensazioni che si avvertono e le emozioni che si provano, l’ascolto delle musiche suonate dal Maestro con profonda intensità e passione,  trasportano il pubblico in un altrove fatto di ricordi, attese, desideri. La musica, infatti, ha questo grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.

Melodie delicate, che sembrano quasi sfiorarti con un petalo e accarezzarti dolcemente, come Hallelujah, Following Light, Vincent, si alternano a melodie più vivaci e briose, come Transoceano, Sulla corda, Istanbul, Metropolitan, che ti trasportano, invece, su una giostra, sulla corda con un funambolo o ti fanno incedere tra i passi di un tango o di un valzer.

Attraverso l’ascolto di emozionanti e avvincenti musiche, pagine bianche vengono riempite nelle menti, nei cuori, negli animi di chi sta partecipando al concerto in un’atmosfera suggestiva, a tratti magica, con fiato sospeso e occhi ora lucidi ora socchiusi: lettere, parole, righe di gioia, dolore, euforia, smarrimento, letizia, mestizia riempiono di inchiostro vivo quelle pagine non più bianche.

Le musiche d’Arte del Maestro ti conducono negli abissi profondi dell’Io e poi ti fanno risalire; mettono l’ascoltatore  “per l’alto mare aperto”: un mare aperto inesplorato, sconosciuto, periglioso. Un mare aperto burrascoso, dove si può anche naufragare con il pensiero e l’immaginazione. Porti lontani si intravedono, i cui fari, se spenti, non illuminano la rotta, ma, se accesi, ti indirizzano, guidano, accompagnano. Il “viaggiatore immobile” – così Anzovino considera il pianoforte a coda –  consente al pubblico un viaggio di fantasia, un viaggio interiore di scandaglio del proprio animo, di scoperta e riscoperta di limiti e potenzialità, in una gamma completa di baratri e altezze delle nostre emozioni umane.

 

Sulle note di Remo Anzovino seguiamo Vincent Van Gogh nei meandri di una vita segnata dal tormento e dalla solitudine, ma sulle stesse note lo vediamo anche sognare di fronte alla vista incantevole delle stelle. Le note di Frida viva la Vida ci fanno, invece, sperimentare la forza di Frida Kahlo, in grado di trasformare il dolore – fisico e interiore – in amore per la vita, quasi a riecheggiare “della vita il doloroso amore” dell’Ulisse di Saba.

 

Che cosa fa allora la Musica in un luogo simbolo del Bello artistico, in cui prevalgono la perfezione delle forme, l’armonia, l’ordine, la misura, canoni peculiari del Rinascimento? Fa raggiungere l’estasi, che coincide con l’omonimo brano eseguito nella scaletta del concerto. Ma cosa si intende per estasi? L’estasi (dal greco ex-stasis, letteralmente “essere fuori”, “stare fuori di sé”) si ha quando il nostro spirito si esalta, rapito e totalizzato da qualcosa; è l’amore assoluto e totalizzante per quel quid – una persona, un oggetto, un valore, un ideale – che rimane isolato, incondizionato, completo in sé, privato di tutto il contorno superfluo.

Ieri sera allora, grazie alla bravura, all’abilità, alla sensibilità del Maestro Anzovino, la musica si è confermata ancora una volta la regina delle arti: sprofondando l’ascoltatore in un flusso indeterminato di emozioni ed immagini, gli ha fatto rivivere l’esperienza stessa dell’infinito.

Seppur per sole un paio d’ore di esperienza estatica, in luogo dei rumori della guerra e delle voci dissonanti della politica, abbiamo potuto saggiare finalmente la sola vera musica per le nostre orecchie.

 

Quella musica che, come sostiene E.T.A. Hoffmann, è “la più romantica di tutte le arti, il suo tema è l’infinito, il misterioso sanscrito della natura espresso in suoni, che riempie di infinito desiderio il petto dell’uomo, il quale solo in essa intende il sublime canto degli alberi, dei fiori, degli animali, delle pietre, delle acque!”.