Il deserto dei centri commerciali

Forse andrebbe modificato, anche da parte dei cittadini, il modo di fare acquisti. Ma occorre rieducare gli stessi a scelte locali e più genuine.

Il deserto dei centri commerciali

È notizia di questi giorni che a Terni sarà realizzato un nuovo punto vendita, una grossa catena (conta oltre 800 punti vendita, più di 7.500 dipendenti e un fatturato, nel 2019, di 2,75 miliardi euro), da oltre 30 anni presente nel settore della grande distribuzione.

Il comune di Terni autorizza l'ennesimo sito commerciale: si parla di circa 1000 metri quadrati in una città nella quale la presenza massiccia di negozi e grandi punti vendita garantisce un'offerta che supera di gran lunga la domanda; una realtà, quella ternana, nella quale ogni giorno chiudono decine di attività soprattutto nel centro storico a causa di una crisi economica che ha radici profonde e lontane nel tempo; un territorio caratterizzato da una depressione economica da troppi anni non affrontata nel modo giusto dalle amministrazioni regionali e locali, almeno alla luce di tutto ciò che sta avvenendo in città.

Ecco, allora, l'ennesima cattedrale nel deserto: centri commerciali e sale da gioco sono diventati ormai nel capoluogo umbro "il fiore all'occhiello", una presenza sempre più diffusa e sempre più ingombrante.
Si parla da troppo tempo della necessità di un'economia alternativa e di un rilancio del territorio che vive pesanti ricadute per una grave e irreversibile crisi  legata all'industria pesante, le cui sorti dettano da decenni l'agenda economica e sociale di questa città.

Per ora non è possibile conoscere il numero di occupati nella sede ternana o se la proprietà deciderà di far lavorare ditte locali o portarle da fuori.
Ci chiediamo: era realmente necessario a Terni un altro punto vendita di queste dimensioni?

L'ennesima colata di cemento che cancella spazio verde alla città (un terreno che non appartiene al comune ma proprietà di un privato) e che toglie ulteriore ossigeno alle morenti attività commerciali esistenti. Nel periodo post covid la crisi non ha fatto che peggiorare una situazione già preoccupante e in città è evidente l’aumento delle attività chiuse; soprattutto per bar e ristorazione la situazione è drammatica. Dove è finito il progetto di rilancio del centro storico, il ritorno alle produzioni locali, la valorizzazione delle tante specificità?

Sempre più acceso si sta facendo il dibattito sulla dislocazione del mercato settimanale che, se svolto nelle vie del centro, potrebbe riattivare anche esercizi commerciali in grossa difficoltà. Per salvare il salvabile occorre un decisivo cambio di rotta nell'idea di città nel suo complesso e l'apertura di un altro punto vendita di grosse dimensioni, che poco incide in termini occupazionali, è decisamente un passo nella direzione opposta.
La scelta dei centri commerciali, luoghi di alienazione e di omologazione, non aiuta di certo un territorio in profonda crisi economica e culturale: forse andrebbe modificato anche da parte dei cittadini il modo di fare acquisti, ma occorre rieducare gli stessi a scelte locali e più genuine.