Il lockdown infinito degli zoo

L'uomo soffre la solitudine per il lockdown temporaneo, ma negli zoo gli animali lo sono per tutta l'esistenza: eternamente rinchiusi, vivendo ogni giorno l’angoscia di una "non" vita.

Il lockdown infinito degli zoo

Dal 10 marzo 2020 l’Italia è entrata in lockdown e ha visto la paralisi dell’intero Paese, eccezione fatta per i servizi essenziali. Quasi due mesi di reclusione forzata, dove tutto sembra essere sospeso in un limbo tra la monotonia della routine casalinga e le notizie sugli ultimi aggiornamenti del CoVID-19.

In realtà la pandemia ha costretto il mondo intero a prendere provvedimenti drastici. Girano immagini e video che lasciano senza fiato: capitali mondiali vuote, strade deserte e silenziose, scenari degni del miglior libro di Stephen King. Se da un lato questa scenografia potrebbe incutere timore, l’altra faccia della medaglia è ben diversa. Lo spazio lasciato libero dall’uomo è stato colonizzato da tantissime specie animali che normalmente restano lontano dalla vita urbana. Papere con i loro anatroccoli in giro per le strade, conigli e lepri alla conquista dei parchi deserti, delfini che si avvicinano alle coste e persino cervi visti vagabondare nei centri abitati di montagna.

La situazione si è incredibilmente ribaltata: adesso è l’uomo ad essere rinchiuso. Questo momento dovrebbe servire come spunto di riflessione per capire cosa significa essere prigioniero e dover trascorrere il tempo della propria vita sempre nello stesso posto. Basta pensare ai milioni di animali rinchiusi all’interno di zoo o giardini zoologici.                                               

Ad oggi il WAZA (Associazione Mondiale di zoo e acquari) conta circa 1300 zoo affiliati e 250 giardini zoologici dove vivono tantissime specie diverse. Pur rispettando il Codice Etico (dettato da WAZA) per il benessere degli animali, essenzialmente delle linee guida affinché gli animali in cattività vengano trattati con rispetto, ci sono ancora molti punti interrogativi sulla loro effettiva corretta gestione.

Bisogna infatti considerare: la mancanza di spazio e di un habitat naturale adeguato, la privazione di una naturale struttura sociale, un ambiente povero di stimoli che possano motivarli e non li inducano a sviluppare depressione o stereotipie; la convivenza forzata con l’essere umano;

In sostanza, si dovrebbe garantire un’eccellente qualità degli vita ad esseri viventi che non hanno scelto di condurre un’esistenza simile. Senza considerare la realtà degli animali costretti a vivere nei circhi.

Le persone che in questi due mesi sono state chiuse in casa, iniziano ad accusare segni di malessere e di insofferenza. Si parla di tristezza, angoscia e perfino panico come risposte emotive comprensibili ad un cambiamento cosi repentino. La difficoltà a dare un senso allo scandire di giornate sempre uguali, magari con anziani o bambini da accudire. Bisogna far fronte allo stress di gestire l’inconsapevolezza del futuro e l’ansia del presente. Arrovellarsi il cervello su come passare la giornata senza possibilità di contatti sociali, cosi annoiati, soli e senza un’apparente scopo. La sensazione di vuoto interiore che si genera è veramente terribile, no? E sono passati “solamente” due mesi.

Gli animali che vivono negli zoo, trascorrono tutta la loro esistenza rinchiusi nello stesso posto e probabilmente convivono con la medesima logorante sensazione. Letteralmente una “non” vita. Se il loro scopo naturale è quello di vivere e di riprodursi,  li è stato negato persino quello. Gli animali in cattività ormai non sono né saranno animali selvatici che vivono in un ambiente selvaggio. Di selvaggio lo zoo ha ben poco.  Il loro ambiente di vita è completamente curato dagli umani, che devono prendere decisioni affinché risulti esteticamente funzionale. Certamente più per l’attrazione turistica, che non per l’animale stesso. Forse per capire veramente questo concetto qualcuno dovrebbe venire a bussare alle finestre delle abitazioni durante la quarantena, con la possibilità di sbirciare all’interno. Osservare i movimenti delle persone rinchiuse, ridere della loro goffaggine e magari scattare qualche foto. Questi visitatori potrebbero persino buttare un pezzo del loro panino al bambino che lo guarda annoiato, dall’altra parte della persiana.

Un po’ come Josh, nel libro di “Un uomo allo zoo” di Garnett, che si fa rinchiudere in un giardino zoologico nella casa delle scimmie. Secondo lui «escludere l’uomo da una collezione della fauna terrestre equivale a recitare l’Amleto senza il principe di Danimarca».  Questo sarebbe in linea con l’eterno pensiero antropocentrico dell’uomo. Non solo mettere sé stesso al primo posto e distruggere tutto quello che incontra sul suo cammino, ma arrogarsi anche il diritto di decidere per la vita degli altri. Nel caso di Josh, l’egocentrismo umano riesce persino a distogliere lo suardo dall’ “attrazione principale” ossia gli animali, e a catalizzare l’attenzione dei visitatori su un uomo che si è fatto rinchiudere in uno zoo per dare spettacolo.

Gli zoo e i giardini zoologici possono essere la salvezza di alcune specie destinate all’estinzione, il cui numero di popolazione è drasticamente diminuito. Rimanendo poche decine di esemplari, in natura non riuscirebbero più a sopravvivere. Ma solo in queste circostanze e in poche altre, l’esistenza degli zoo attualmente concepiti avrebbe un senso.

L’idea di un animale rinchiuso in uno spazio esiguo, dove la sua volontà e la sua energia vitale sono annullate, è ben rappresentata nella poesia di Rainer Maria Rilke, la “Pantera” [Traduzione di Sergio Pasquandrea]:

Il suo sguardo, scorrendo sulle sbarre,
è così stanco, che nulla lo ferma:
come se intorno avesse mille sbarre
e dietro mille sbarre, nessun mondo.

Morbido il passo, flessuoso e forte,
gira in cerchi più stretti, ancor più stretti,
come una forza danza intorno a un centro,
dove un’enorme volontà è in letargo.

Ogni tanto, in silenzio, si alza il velo
dalle pupille: e penetra un’immagine,

per la quiete tesa delle membra
va a posarsi nel cuore.

La pantera, ospite dei “Jardin des Plantes” a Parigi, ha intorno a se soltanto fredde sbarre di metallo. Felino fiero e maestoso, costretto a ripetere sempre gli stessi movimenti, disegnando un cerchio su se stesso, perché la reclusione lo sta portando verso la pazzia. Apre gli occhi, immaginando la libertà, ma davanti a lui ancora una gelida gabbia. Il suo istinto animale spento dall’egoismo degli esseri umani.

Che cosa si proverebbe a immaginare di svegliarsi ogni mattina nel proprio letto, guardare la stessa finestra e sapere di non vedere null’altro per il resto della propria vita? Veder affievolire lentamente la propria energia vitale, vivendo ogni giorno l’angoscia di una vita non vissuta.

Si potrebbe sfruttare questo tempo per capire come poter migliorare la propria vita e quella degli altri essere viventi. Un po’ di solitudine può rendere un individuo (che sa farne buon uso) più consapevole di se stesso. Solo vivendo determinate emozioni si può arrivare veramente a interiorizzarle, riuscendo così ad empatizzare con gli altri esseri viventi.

Tuttavia la bontà nei confronti degli animali, la cosiddetta kindness – e qui uso la parola kindness in senso letterale, per sottolineare il fatto che apparteniamo tutti allo stesso kind, cioè allo stesso genere, e che condividiamo tutti la stessa natura – è storicamente più diffusa di quanto lei creda.
(J. M. Coetzee, La vita degli animali).