Il teatro più piccolo del mondo si trova in Umbria

In questo difficile periodo di chiusura prolungata, a causa della pandemia, il Teatro rischia la chiusura definitiva.

Il teatro più piccolo del mondo si trova in Umbria

E' il teatro più piccolo al mondo. Con meno di 200 metri quadri di superficie il Teatro della Concordia è la dimostrazione che "la civiltà non si misura a cubatura né a metri quadri", come lasciarono scritto le nove famiglie che vollero la sua realizzazione nel 1808: con 37 poltrone in platea e 62 posti dislocati in due ordiini di palchetti, il Teatro della Concordia conta un totale di 99 posti. Ora di proprietà del comune di Monte Castello di Vibio, il bellissimo borgo umbro dove il teatro sorge, la struttura conosce nel 1993 la sua rinascita con il restauro e la costituzione di un'Associazione di promozione sociale, la Società del Teatro della Concordia, che si occupa della gestione e della valorizzazione della struttura.

In questo difficile periodo di chiusura prolungata a causa della pandemia, il Teatro rischia la chiusura definitiva: una grandissima perdita culturale e sentimentale, un danno inestimabile per l'intero borgo in cui il Teatro rappresenta motivo di sviluppo e attrazione turistica.

Ne abbiamo parlato con Edoardo Brenci Pallotta (nella foto in alto), Presidente della Società del Teatro della Concordia.

Dottor Brenci come è iniziatana sua avventura che ancora oggi la lega al piccolo e prezioso teatro umbro?

«Era un momento bello per Montecastello di Vibio agli inizi degli anni ‘90, c’era fermento, vi era il sentore nell’aria di riappropriarsi del teatro rimasto chiuso per oltre 42 anni, con i lavori che stavano terminando da parte del Comune divenuto proprietario. Agli inizi il teatro era proprietà di alcuni privati, nove famiglie lo costruirono nel 1908 e rimase tale fino all’esproprio degli anni ‘80 quando iniziarono i lavori di restauro realizzati grazie a finanziamenti europei; questo ha permesso alla regione dell’Umbria di essere la prima regione a restaurare ben 18 teatri storici. Io mi sono avvicinato perchè ero rientrato in Umbria e nel mio paese natio; sono stato coinvolto in una commissione di studio indetta dal Comune di Monte Castello di Vibio per valutare quali potessero essere gli obiettivi, le attività da svolgere e chi avrebbe gestito un bene storico di tale valenza che magari la macchina comunale non sarebbe riuscita a gestire. Ho cercato di comprendere le necessità dettate dalla comunità, dal buon vivere civile dove l'economia (soprattutto agraria) era venuta meno, anche perchè in molti, negli anni ‘60 e‘70, avevano preso la strada verso la vicina capitale per cercare qualcosa di più proficuo con cui vivere, abbandonando quindi il paese e le terre. Compresi l'importanza del riappropriarsi del bene storico, con un’idea che oggi posso definire geniale: lanciai la proposta del pacchetto turistico” week end in Umbria nel teatro più piccolo del mondo”.

A questo abbiamo lavorato sia per creare movimenti turistico-culturali, sia per creare il teatro-museo, al quale abbiamo legato una storia e un vivere emozionale che ancora oggi è sfociato in diverse e particolari utilizzazioni della location, come si vede nel nostro sito Teatropiccolo.it. La macchina organizzativa è molto fragile, ma ha portato risultati notevoli nei primi anni; c'era anche un albergo a Monte Castello di Vibio ora chiuso. Nel 2002 Poste italiane ha dedicato un francobollo al Teatro della Concordia,una cosa molto ambita per un bene storico come questo; il Presidente della Repubblica di allora, nel 2002, inviò una targa d’onore congratulandosi con la comunità per il recupero del bene culturale e del tessuto culturale che attorno ad esso si poteva svolgere. Io mi ci sono dedicato con passione al progetto perché è il mio paese. Monte Castello che non era conosciuto e doveva essere un polo culturale europeo: un trend sempre positivo nonostante le molte difficoltà, dalla recessione del 2008 ad oggi con questa pandemia che ci vede costretti a tenere le porte chiuse. Per sopravvivere possiamo solo attingere agli avanzi di gestione degli anni precedenti e per questo mi rallegro con me stesso per una sana gestione che ha portato sempre ad avere risparmi accumulati. Nonostante tutto, in questi 25 anni, l’Associazione ha speso oltre 400mila euro per la valorizzazione del bene storico, denaro destinato al valore incrementale di una comunità intorno alla quale si crea anche una coesione sociale.»

Può raccontarci quali iniziative si sono svolte presso il Teatro fino a prima della pandemia che vi ha costretto a fermarvi?

«Le iniziative sono state quelle di incidere sugli obiettivi dell'associazione, che sono appunto la gestione del bene, la promozione turistica del territorio, la possibilità per gli artisti anche internazionali di esibirsi, soprattutto i giovani. La location è stata anche destinata per eventi personalizzati come matrimoni civili, lo svolgimento di convegni, eventi a sorpresa. Il business maggiore restano comunque le visite emozionali, un percorso che porta a conoscere fatti, circostanze e curiosità che in questi duecento anni sono accaduti all’interno del Teatro; non ultima la storia degli affreschi nei quali sono celate anche dolorose storie di amore e che hanno tenuto legato alla cittadina il pittore Cesare Agretti. L'artista non terminò il suo lavoro a causa della morte della giovane fidanzata, originaria di Montecastello di Vibio; lasciando l’opera incompiuta, mandò dopo trent’anni suo figlio Luigi a terminare l’opera degli affreschi a dimostrazione del forte legame che lo legava a Monte Castello.»

Un vero e proprio gioiello architettonico posto in un caratteristico borgo dell'Umbria, Monte Castello di Vibio. Il Teatro è anche un'attrazione per i turisti che vengono a visitare l'Umbria?

«Il teatro è una attrazione internazionale, facciamo un discreto numero di visitatori ogni anno e questo ci permette di sostenere le attività svolte dalla associazione.»

In questo momento non è possibile tenere aperta la struttura e la cosa mette seriamente a rischio la riapertura. Avete lanciato un appello per far sopravvivere Il teatro di Montecastello. Cosa chiedete?

«La pandemia ha chiuso le porte per gli eventi, ha ridotto il numero degli accessi, sui 99 posti disponibili se ne possono utilizzare solo 8 in platea. Nel 2020 abbiamo perso il 65% dei visitatori, abbiamo perso il 100% degli eventi e questo ha comportato una grossa perdita economica; andiamo avanti grazie al 5x1000 e agli avanzi di gestione, abbiamo un contributo erogato dal comune che non è tuttavia sostenibile a compensare i costi di gestione.Chiediamo di poter fare anche attività alternative, di poter attingere a bandi per sviluppare attività attraverso il web e lo streaming per far conoscere la nostra realtà anche attraverso la rete; proviamo ad attivare raccolte fondi destinate ai beni culturali, ma non trovano un grande riscontro.»

Cosa stanno facendo le istituzioni per evitarne la chiusura definitiva e a chi vi siete rivolti?

«L’appello è stato rivolto ampiamente attraverso i media e i social; le istituzioni non fanno molto, solo il Governo centrale con i suoi emendamenti e ristori ha destinato qualcosa, nel nostro caso si tratta di cifre minime. Le istituzioni non elargiscono contributi a fondo perduto, magari sarebbe importante supportare le no profit e le associazioni private che sono in forte sofferenza.»

Per molti professionisti e addetti del settore, la chiusura dei teatri (e più in generale dei luoghi dove si fa cultura), significa la perdita del lavoro e un' importante crisi di tutte le realtà ad essi collegate. Ma vi è anche un notevole danno umano e sentimentale per l'impossibilità di poter accedere a contesti in cui "rifocillare" mente e spirito in un periodo tanto complesso come quello che il mondo sta attraversando. Quanto il Teatro rappresenta in tal senso una assenza importante?

«La nostra associazione, che ha molti anni di attività alle spalle e si basa sull'impegno dei volontari, ha sviluppato un'esperienza gestionale da mettere a disposizione della comunità e a beneficio di risorse umane intraprendenti; per questo si è voluta dotare di due lavoratori dipendenti, due giovani donne alle quali è stata data la possibilità, dopo un periodo di tirocinio come volontarie nelle attività del Teatro della Concordia, di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Grazie a loro le visite sono state garantite anche in questo periodo, ma le risorse finanziarie stanno scemando: questo significa sofferenza sotto l’aspetto umano del lavoro dipendente, che si va a perdere, ma comporta inoltre una sofferenza nel proseguire l'opera di rivitalizzazione di un borgo che stava morendo e che continuerà a morire. Intorno a tutto questo si crea disaffezione e sconforto.»

Quale è in questo momento il suo maggior timore e insieme il suo sogno più grande?

«Il forte timore è che si vadano a chiudere le attività in essere: ci auguriamo di ricevere sostegno anche attraverso le erogazioni dei sostenitori che ci seguono online, entrate che ci possano permettere di mantenere la visibilità della struttura in questo nuovo anno appena iniziato e arrivare nel 2022 scacciando i timori della pandemia: vorremmo poter tornare emozionalmente, con le lacrime agli occhi, alla riapertura del Teatro ai visitatori che scelgono di venire a Monte Castello di Vibio, salire al borgo che ha le cinta muraria a forma di cuore. Questo è appunto il paese con il cuore.»

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Prenditi cura dell’Arte e della Cultura che il Teatro della Concordia custodisce dal 1808.

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