Il treno dei bambini di Viola Ardone

Ritorna la nostra recensione quindicinale con un libro dal forte valore storico, sociale e psicologico. Il libro Il treno dei bambini, Einaudi Edizioni, di Viola Ardone, è considerato il caso editoriale dell’ultima Fiera di Francoforte, in corso di traduzione in 25 lingue.

Il treno dei bambini di Viola Ardone

La storia è ambientata a Napoli nella Seconda Guerra Mondiale e porta alla ribalta una pratica che i comunisti adottavano nei riguardi delle famiglie meno abbienti che popolavano i quartieri sotterranei di Napoli e del Sud in generale.

Partivano dunque, treni carichi di bambini dal Meridione d’Italia, diretti verso il Nord dove venivano accolti da famiglie, anche loro legate alla missione comunista, che avevano la possibilità di accudirli e curarli.

Nella prima parte del romanzo ritroviamo una fotografia della Napoli pulsante, viva, contorta sulle debolezze che diventavano quadruplicate in quella realtà e in quel periodo. Si incontrano così personaggi inquietanti che disarmano anche i sentimenti più teneri come quelli rivolti ai bambini che spesso venivano sacrificati nella loro possibile crescita sana, dall’egoismo e dall’ignoranza del comportamento degli adulti.

Eppure anche questi bambini sarebbero diventati adulti.

Ed è il caso di Amerigo, figlio di Antonietta, madre anaffettiva, che conosceva solo il disprezzo e il disonore e che, alla proposta di Maddalena, la maestra buona, comunista, accetta che il figlio salga su quel treno insieme agli altri bambini, per andare incontro ad un’avventura nuova, come nuova era la città e sconosciute le persone che avrebbe incontrato.

Amerigo viene accolto da Derna, donna sola con la passione per il “Partito” che si appoggia alla famiglia della cugina che ha due figli ed un marito.

Qui Amerigo, dapprima scontroso, riuscirà ad armonizzare il suo vissuto, tanto diverso per il modo di vivere, ma tanto uguale alle esigenze di tutti i bambini della sua età.

Quel mondo sano, contadino, denso di affetto comincerà ad essere la sua seconda pelle e, quando scoprirà la passione per il violino, conosciuto attraverso Alcide, marito di Rosa, la cugina di Derna, si legherà ancora di più a quel mondo lontano dalla realtà napoletana.

Molto interessante è la descrizione dei luoghi, delle abitudini e dei sapori del Nord come la nebbia scambiata per fumo, o la mortadella che Amerigo la definisce prosciutto con cerchi bianchi e i profumi della campagna della Pianura Padana con lo scandire morbido dell’alternarsi dei cicli produttivi e così anche le attività dei bambini abituati andare a scuola e vivere nel caldo tepore delle loro case, circondati da affetto e dedizione.

Pur ricordando con nostalgia sua madre o la “Zandragliona”, personaggio tipico napoletano raffigurabile nella popolana dal cuore d’oro, Amerigo sentirà lo strappo della partenza quando dovrà ritornare a Napoli.

Ritrovare Napoli, infatti, avrà ripercussioni negative sull’umore di Amerigo, che quando si vedrà defraudato anche del piccolo violino regalatogli da Alcide perché venduto dalla madre, con un colpo di testa, prenderà un treno, la sera tardi e ritornerà da Derna al Nord.

Qui rimarrà per sempre, qui studierà il violino e diventerà famoso, qui tutti i suoi sogni si avvereranno, ma rimarrà, quella parte intima nel suo cuore che lo riporterà a Napoli quando la madre muore. Ed è qui che si sentirà dapprima estraneo, ma poi dilaniato dal senso di colpa e trafitto dagli occhi del nipotino che lo scruta, quasi implorante, ormai con il padre nei guai ed una famiglia assente.

Rivedrà in quegli occhi, accesi di speranza come solo quelli di un bambino possono essere, e ritroverà un po' di sé. Quel sé abbandonato tanti anni prima, incustodito e tenuto a bada dalla nuova dimensione quella attuale. La stessa dalla quale non riuscirà però a farsi trafugare quel nocciolo originario di senso della vita che sta nelle radici di ogni essere umano.

Il libro offre uno spaccato della realtà sociale dell’epoca, nella quale si innesta una storia personale intensa che diventa collettiva.

La sofferenza di Amerigo nell’essere diviso in due identità diverse,  rappresenta il dramma dei tanti bambini e bambine a cui, in quell’epoca, non era concesso il privilegio di essere figli curati dalle madri biologiche, che erano pur sempre le loro madri, ma vivevano distaccati dagli affetti profondi per ricostituire “altrove“ una identità capace di sopportare e superare le difficoltà reali del quotidiano vivere.

Viola Ardone, nella sua opera di ricerca storica, si appropria delle storie raccontate dai tanti bambini e bambine che hanno vissuto questa esperienza nonché dei documenti dell’epoca, come le opere di Giulia Buffardi, Simona Cappiello,  Manolo Turri Dall’Orto, Alessandro Piva  e Giovanni Rinaldi  “le cui opere sulle vicende storiche che fanno da sfondo al mio romanzo - dice la Ardone - possono rappresentare preziose occasioni di approfondimento per il lettore.