Il trentesimo anniversario di “Cose di Cosa Nostra”. Un’analisi epocale sul fenomeno mafioso

MONUMENTI DELL’ANTIMAFIA/Parte III. Ultima parte del nostro commento al libro “Cose di Cosa Nostra” di Giovanni Falcone (e Marcelle Padovani), a trent’anni dalla pubblicazione della prima edizione nel ’91. Prosegue e si conclude la descrizione del sistema mafioso, degli affari criminali posti in essere nelle varie epoche da Cosa Nostra e delle strategie per combatterla.

Il trentesimo anniversario di “Cose di Cosa Nostra”. Un’analisi epocale sul fenomeno mafioso
Giovanni Falcone (ph cosavostra.it)

Dei rapporti di contiguità «economica, ideologica e morale» tra mafia, società civile e imprenditoria Falcone parlava già ai primi degli anni ’90. Vent’anni più tardi l’avremmo chiamata «area grigia» o «mafia dei colletti bianchi», ovvero quella classe di soggetti, imprenditori e amministratori pubblici, dominata da una commistione di interessi (e di valori) mafiosi e non mafiosi. Un aggregato di persone che, pur svolgendo una funzione pubblica o un’attività d’impresa “legale” a tutti gli effetti, si rivelano tuttavia propensi a colludere o a cedere a minacce, intimidazioni, estorsioni e - nel caso di dirigenti e dipendenti della P.A. - ad accordi corruttivi con i mafiosi.

Così la mafia estende il proprio controllo sul territorio.

Così la mafia si serve del tessuto economico e degli apparati pubblici centrali e periferici per perseguire i propri affari illeciti, o riciclarne in forme legali i proventi (soprattutto in attività imprenditoriali e in appalti pubblici).

E può farlo direttamente, infiltrando propri affiliati nella compagine societaria o negli organi amministrativi di un ente; o - ad un maggior livello di profondità - avvalendosi degli stessi soggetti preposti, ad esempio, a questa o quell’impresa come meri prestanome per attività gestite “di fatto” da un «cervello economico» di tipo mafioso.

Falcone, nel ’91, aveva già capito tutto questo. Lo testimonia il verbale di collaborazione di Antonino Calderone, il quale rivelò a Falcone come fosse riuscito a ottenere, insieme a suo fratello Giuseppe, il controllo dell’impresa dei Costanzo, ricchi imprenditori catanesi. Al punto da diventare «responsabili della sicurezza dell’azienda e degli stessi titolari». Ad essi veniva imposto di pagare il «pizzo» come contropartita della «protezione dei cantieri». Il tutto senza che si assistesse alla benché minima reazione o denuncia nei confronti di tale illegittimo condizionamento dell’attività. In questi casi, non occorre la necessaria complicità o connivenza del soggetto perché si configuri un’azione illecita da parte di questi. L’imprenditore

«sa bene che lo Stato ha il monopolio dell’esercizio della forza per cui egli, affidando tale esercizio ai mafiosi, attribuisce loro un potere che non può delegare e che essi non possono esercitare. E sa perfettamente che cosa questo comporta: se qualcuno si presenterà in cantiere o in ufficio a chiedere a sua volta una tangente, i mafiosi reagiranno con l’intimidazione, la violenza, forse l’omicidio.»

(Cap. III – Contiguità)

Infiltrazione e radicamento delle mafie, tanto in Sicilia quanto nel resto d’Italia e del mondo, sono state da sempre sottovalutate da una politica che ha preferito coltivare la leggenda della «vecchia e nobile mafia» che ormai avrebbe ceduto il passo a quella «nuova», più feroce e violenta. Niente di più falso, come dimostrano le numerose ed efferate stragi di mafia (e di Stato) in cui sono morti uomini delle istituzioni e rappresentanti della società civile, e che fin dagli albori hanno minato alla base la Repubblica e i suoi valori fondanti: nel 1947 la strage di Portella della Ginestra uccide 11 sindacalisti (più altri tre in seguito alle ferite); nel 1963 l’esplosione di un’autobomba a Ciaculli causa la morte di sette militari; nel 1969, nella strage di viale Lazio a Palermo viene eliminato in modo ‘spettacolare’ il capo della famiglia dell’Acquasanta Michele Cavataio; nel 1970 il fallito golpe Borghese vede il coinvolgimento di alcuni mafiosi; nel 1971 viene assassinato il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. E, nel frattempo, si è assistito all’espansione dei traffici di Cosa Nostra: dal controllo sul contrabbando di sigarette degli anni ’70 a quello sul traffico di eroina degli anni ’80. In tutto ciò - denuncia Falcone - le autorità hanno permesso che sul fenomeno mafioso calasse «una cappa di silenzio».

«Non si è compreso, o non si è voluto comprendere, che dietro tali episodi vi era una sola e unica mafia. Eppure, basterebbe rileggere i rapporti di polizia degli anni Sessanta per scoprire che certi personaggi importanti, poi divenuti i capi, vi erano già citati; che la struttura di base dell’organizzazione era nota (si fa persino menzione dei capi decina e dei rappresentanti).»

(Cap. IV – Cosa Nostra)

Mentre le attenzioni del mondo politico, della magistratura e delle forze dell’ordine erano tutte concentrate sulla repressione del terrorismo, Cosa Nostra accresceva il traffico di stupefacenti. Per decenni, fino almeno alla soglia degli anni ’80, si è fatto di tutto meno che combattere la mafia. E così, adesso, «grazie alla debolezza della repressione, la mafia prospera in tutti i settori dell’economia» (Cap. IV).

La seconda guerra di mafia (1981-’83) cristallizza, secondo Falcone, il concetto stesso di “unitarietà” di Cosa Nostra. Apparente casus belli, la bramosia mostrata da alcune famiglie e, in particolare, dal boss di Cinisi Gaetano Badalamenti nell’intessere rapporti con il Nord America fin dagli inizi degli anni ’70 per il traffico di stupefacenti, la qual cosa avrebbe suscitato l’ira dei Corleonesi capeggiati da Totò Riina e Luciano Leggio. In realtà, però, il conflitto è conseguenza di “rivalità” che «risalivano a decine di anni prima»: la guerra fu solo «il momento della resa dei conti di annosi conflitti di famiglie e di territorio, e dunque di competenze». Un conflitto che porta nel 1978 a numerosi morti su entrambi i “fronti”: Francesco Madonia della famiglia di Vallelonga, legato a Leggio; Giuseppe di Cristina, capo della famiglia di Riesi, Giuseppe Calderone, dalla parte di Badalamenti. Nell’81 sarà la volta di Stefano Bontate, ucciso con la lupara, e Salvatore Inzerillo, a colpi di kalashnikov. Tutto ciò a riprova del fatto che, sì, le fazioni contrapposte erano due, ma il «problema sollevato dalla guerra di mafia» era nei fatti un «problema di potere».

D’altro canto, il problema che si deve porre lo Stato, e quindi la magistratura impegnata nella repressione del fenomeno mafioso, è invece - secondo Falcone - un «problema di strategia». Bisogna smettere di affrontare la mafia con provvedimenti “emergenziali”. «È necessario studiare strategie differenziate a seconda del tipo di mafia che si deve affrontare». Nel caso di Cosa Nostra, fondamentale è «accumulare dati, informazioni, fatti fino a quando la testa scoppia […]. Il resto sono chiacchiere, ipotesi di lavoro, supposizioni, semplici divagazioni. A queste fantasie preferisco il necessario atteggiamento di contabile dei militari americani che durante la guerra del Golfo valutavano ogni giorno l’entità dei danni inflitti e subiti» (Cap. I).

È in queste parole che, volendo, si condensa anche il “metodo Falcone”: «combattere la mafia seguendo la traccia dei soldi», ovvero compiendo una scrupolosa ricostruzione delle movimentazioni bancarie, anche attraverso l’analisi di centinaia di migliaia di assegni, coi ritmi di lavoro - massacranti anche per il più zelante dei magistrati - che solo il giudice Giovanni Falcone era capace macinare. Un metodo che solo lo scorso 17 ottobre, la Conferenza Onu dei 190 Stati parte della Convenzione Onu contro la criminalità transnazionale, in occasione del ventesimo anniversario della stipula dell’accordo, è stato riconosciuto di importanza fondamentale per l’affinamento delle tecniche di contrasto al fenomeno mafioso in tutti i Paesi aderenti.

Tanto più se si considera che «il mafioso che si è arricchito illegalmente e si è inserito nel mondo economico legale […] non perderà mai la sua identità, continuerà sempre a ricorrere alle leggi e alla violenza di Cosa Nostra, non si libererà della mentalità di casta, del sentimento di appartenenza a un ceto privilegiato. Gli Inzerillo, gli Spatola, i Teresi erano tutti imprenditori assai competenti nel loro campo, l’edilizia. Ma rimanevano mafiosi» (Cap. V). Rimarranno sempre gli indici rivelatori del tipico «criterio mafioso» mirante a condizionare, in modo diretto e indiretto, il potere in tutte le sue forme (economico, politico, istituzionale, imprenditoriale).

«In Sicilia - sostiene il siciliano Giovanni Falcone - per quanto uno sia intelligente e lavoratore, non è detto che faccia carriera, non è detto neppure che ce la faccia a sopravvivere. La Sicilia ha fatto del clientelismo una regola di vita. Difficile, in questo quadro, far emergere pure e semplici capacità professionali. Quel che conta è l’amico o la conoscenza per ottenere una spintarella. E la mafia, che esprime sempre l’esasperazione dei valori siciliani, finisce per fare apparire come un favore quello che è il diritto di ogni cittadino».

(Cap. V – Profitti e perdite)

Traffico internazionale di stupefacenti, commercio illegale di armi, condizionamento illecito di gare d’appalto, appropriazione di fondi erogati dalla Comunità europea: questi gli affari su cui Cosa Nostra ha più lucrato nel corso del tempo. Ed ha potuto farlo, in una dimensione tanto nazionale quanto internazionale, sfruttando le fragilità di una coercizione statale ed europea “a maglie larghe” e, per questo, rivelatasi perlopiù inefficiente, inefficace o distratta (Cap. V).

Questo perché in Italia - argomenta Falcone - si è creduto di poter affrontare la mafia «coi soliti pannicelli caldi, senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l’apparato repressivo e senza il sostegno della società civile» (Cap. VI). Un discorso che, mutatis mutandis, potrebbe benissimo essere trasposto nei giorni nostri.

«I politici si sono preoccupati di votare leggi di emergenza e di creare istituzioni speciali (vedi l’Alto Commissariato per la lotta contro la mafia, istituito dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ndr) che, sulla carta, avrebbero dovuto imprimere slancio alla lotta antimafia, ma che, in pratica, si sono risolte in una delega delle responsabilità proprie del governo a una struttura dotata di mezzi inadeguati e priva dei poteri di coordinare l’azione anticrimine»

(Cap. VI – Potere e poteri)

Falcone si dice in parte critico nei confronti della legge Rognoni-La Torre del 1982, che introdusse il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e misure di prevenzione come il sequestro dei beni («non sembra che abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia»), pur riconoscendone l’importanza fondamentale nel colpire “ricchezza” e “guadagni” dei mafiosi grazie allo strumento della confisca dei beni di provenienza illecita. Auspica invece che la svolta in senso “accusatorio” del processo penale segnata dal nuovo codice del 1989 possa portare alla «ricerca della prova dei reati specifici», dato che nel dibattimento ormai sdoganato quale “luogo privilegiato di formazione della prova” è resa «estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per i delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa» (Cap. VI).

La tesi di Falcone non potrebbe essere più chiara:

«anche con il nostro arsenale legislativo complesso e spesso contraddittorio si può impostare una vera e propria azione repressiva in presenza di delitti senza autore e di indagini senza prove. Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto. […] Non attardiamoci, quindi, con rassegnazione, in attesa di una lontana, molto lontana crescita culturale, economica e sociale che dovrebbe creare le condizioni per la lotta contro la mafia. Sarebbe un comodo alibi offerto a coloro che cercano di persuaderci che non ci sia niente da fare.»

(Cap. VI – Potere e poteri)

Lo Stato non può rinunciare a perseguire il fenomeno mafioso, perché è proprio la repressione a consentire la ricostituzione delle «condizioni per un ordinato sviluppo». In questo lavoro occorre essere «professionali» e non mostrare segni di cedimento di fronte alle mafie. Falcone ricorda quindi l’importanza del maxiprocesso di Palermo, momento chiave nel quale si è per la prima volta messa a nudo la «vulnerabilità» dell’organizzazione mafiosa («Cosa Nostra può essere portata in tribunale e condannata»).

È anche vero che la guerra alla mafia si può combattere soltanto attraverso il «lavoro di gruppo» e il «coordinamento investigativo» con le autorità giudiziarie straniere, scongiurando sul piano interno i «rischi di sovraesposizione» dei singoli. Purtroppo, come tutte le guerre, anche quella contro le mafie ha fatto nel tempo tanti, troppi morti fra poliziotti, militari e magistrati - vengono ricordati Emanuele Basile, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Beppe Montana, Carlo Alberto dalla Chiesa.

Falcone nega l’esistenza di un fantomatico “terzo livello” di delitti commissionati a Cosa Nostra da una sorta di «Cupola politica» che, come un “burattinaio”, ridurrebbe la mafia a «semplice braccio armato di trame politiche». Tuttavia, è inevitabile per il magistrato domandarsi (già allora!) «come mai non siamo ancora riusciti a scoprire i mandanti degli omicidi politici». Il motivo starebbe nella ricchezza e nel potere accumulato da Cosa Nostra, sempre più incisiva nell’ostacolare lo sviluppo delle indagini. Questo cementa più di ogni altra cosa il «sistema di potere» mafioso: la tendenza della politica «affarista» a lasciarsi condizionare - e quindi a colludere - con una criminalità mafiosa che promette voti e guadagni assicurati. Con le ripercussioni che già conosciamo su valori fondanti del nostro paese quali Libertà e Democrazia.

Il tono di Falcone diviene negli ultimi capoversi tragicamente profetico:

«Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere

(Cap. VI – Potere e poteri)

Che Stato è quello in cui viviamo? Uno Stato in cui, come suole ripetere Nino Di Matteo, si viene considerati 'eroi' quando ci si limita a fare il proprio dovere (ad esempio, applicare la legge). Laddove questa dovrebbe essere considerata in un paese civile la 'normalità'.

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