«In Brianza si continua a perpetuare una cultura del malaffare»

‘NDRANGHETA E CAPITALE SOCIALE. Parla la dott.ssa Silvana Carcano, consulente della Commissione parlamentare Antimafia ed ex consigliera regionale in quota 5Stelle, autrice del libro “Fenomeno mafioso e corruzione nel Nord Italia: il caso della provincia di Monza e Brianza”. Sul mancato riconoscimento dell’associazione mafiosa nell’ambito del processo Freccia: «A prescindere dalle sentenze, ‘ndrangheta e malaffare sono sotto gli occhi di tutti: bisogna sollevare l’asticella della legalità e dell’indignazione popolare». Il vuoto culturale della Brianza: «I valori del denaro e della dura competizione rendono la ‘ndrangheta compatibile agli interessi di politica e imprenditoria: così la criminalità mafiosa costruisce il capitale relazionale alla base della colonizzazione del Nord Italia».

«La Brianza ha svolto un ruolo centrale nell’espansione della mafia al Nord. Si può anzi dire che essa abbia oggettivamente presentato nel tempo tutte le caratteristiche sociali, urbanistiche, economiche e funzionali alla realizzazione dei progetti dei clan: da quelli più primitivi, come i sequestri di persona, a quelli più sofisticati, come l’ingresso nell’economia legale o il condizionamento delle amministrazioni pubbliche.

Di fatto essa costituisce oggi un luogo decisivo di svolgimento della partita nazionale tra Stato e mafia, e segnatamente tra Stato e ‘ndrangheta».

Così scrive la dottoressa Silvana Carcano, consulente della Commissione parlamentare Antimafia, già consigliera regionale in quota 5Stelle e membro della Commissione Antimafia della Regione Lombardia dal 2013 al 2018, nel primo capitolo della sua opera “Fenomeno mafioso e corruzione nel Nord Italia: il caso della provincia di Monza e Brianza. Proposte operative da attuare all’interno delle istituzioni pubbliche, anche a seguito della pandemia da Covid-19” (2021).

Un lavoro che si prefigge l’obiettivo di dare, anzitutto, un contributo all’analisi sociologica e antropologica del fenomeno mafioso, riordinando in modo sistematico l’ampio materiale disponibile sul tema (monitoraggi dell’Osservatorio sulla Criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano, Relazioni della Commissione parlamentare Antimafia, Relazioni semestrali della Dia, carte di inchieste giudiziarie, ecc.). Ma, soprattutto, quello di fornire a politica, P.A., imprenditoria e società civile quegli strumenti operativi e formativi utili non soltanto a contrastare attivamente, ma anche a prevenire ed arginare l’incidenza di mafie e malaffare sul tessuto istituzionale, economico e sociale. Il tutto nell’ottica della promozione di una cultura della legalità il più possibile diffusa.

Prendendo le mosse dalla recente inchiesta giudiziaria sulla locale di ‘ndrangheta di Seregno - l’operazione ‘Freccia’ - che nel giugno 2020 ha disarticolato il clan Cristello, abbiamo chiesto lumi proprio alla dottoressa Carcano. Quantomeno per cercare di capire quali ripercussioni possa avere sulla lotta alla mafia una sentenza «anomala» come quella di assoluzione dal 416-bis emessa in primo grado il 3 marzo scorso contro i presunti esponenti della cosca. Al centro, più in generale, il tema della sensibilizzazione della cittadinanza brianzola sul problema della ‘ndrangheta e della colonizzazione da essa messa in atto nel Nord Italia.

«C’è da sottolineare un aspetto - spiega la Carcano - e cioè che il nostro lavoro, ben diverso da quello dei magistrati, non deve attenersi esclusivamente all’esito di una sentenza. Una norma morale è slegata da quella che è la sentenza di un tribunale, e viaggia con un suo percorso a sé stante. Non si conoscono ancora le ragioni per cui in questo caso è stata esclusa l’associazione mafiosa. Lo potremo sapere solo una volta lette le motivazioni. Ma, a prescindere da quello che accade nei tribunali, e quindi da eventuali condanne o meno, ciò che conta è quello che accade nella vita reale. Il cuore del lavoro che ho scritto è cercare di capire cosa sta accadendo a livello culturale nel nostro territorio. Perché certi fatti accadono, certi mutamenti li abbiamo visti. E il degrado non è solo di tipo culturale, ma ha riflessi anche sull’ambiente, sulla qualità di certi appalti, sui temi dell’evasione fiscale e degli atti corruttivi. Corruzione e malaffare sono sotto gli occhi di tutti.

Quindi, al di là dello sforzo che farà la magistratura per arrivare a provare l’associazione o l’aggravante mafiosa per determinati reati - e a volte non riesce proprio per la difficoltà che sta dietro certi meccanismi molto complessi - tutto quello che si è detto e ho provato a scrivere in questo testo è realtà. E quindi si auspica possa portare a delle conseguenze, e cioè a far agire (chi può agire) in termini di legalità, per far alzare l’asticella, appunto, della legalità e - soprattutto - dell’indignazione nei confronti del malaffare, che è ancora oggi a livelli veramente troppo bassi. Noi - denuncia la consulente dell’Antimafia - non ci indigniamo più nei confronti di ciò che è malaffare. E continuiamo anche a perpetuare una cultura del malaffare. A volte anche semplicemente con modalità e atteggiamenti di per sé leciti, ma che hanno un sottofondo, un humus culturale che aiuta e favorisce quello mafioso. Di questo dobbiamo renderci conto, è più una visione di visione culturale e sociologico, che prescinde dalle sentenze che poi emettono i tribunali».

Il rischio di una sottovalutazione e di un ulteriore abbassamento del grado di consapevolezza della presenza della criminalità mafiosa in Brianza e in Lombardia è già di per sé marcato «in condizioni ordinarie». A maggior ragione il rischio sussiste (e minaccia anzi di aumentare) in tempo di pandemia, durante il quale un’organizzazione criminale “liquida” come la ‘ndrangheta si è vista prospettare nuovi business: tanto nell’ambito delle attività illecite (prestiti a usura ed estorsioni nei confronti dei commercianti) quanto in quello dell’economia legale (reinvestimento di proventi illeciti nella rilevazione di ristoranti, bar, palazzine ed altri esercizi commerciali).

«Si consideri che - lo scrivo nel libro nelle primissime pagine - la provincia di Monza e Brianza nasce nel 2009, ma è solo un anno dopo, nel 2010, che il Codice penale ricomprende nell’ombrello del 416-bis la ‘ndrangheta, sino ad allora definita semplicemente come “un’organizzazione comunque localmente denominata”», spiega la dottoressa Carcano. «Quindi, ci sono degli aspetti a livello di procedura penale che sono ancora complicati e hanno a che fare con un’attività criminale davvero complessa. Ma il punto - osserva la consulente dell’Antimafia - è che dobbiamo partire dalla conoscenza del nostro nemico. Dobbiamo conoscere precisamente le regole del gioco e chi dobbiamo affrontare in questa partita. La criminalità organizzata è attiva 365 giorni all’anno, noi non possiamo permetterci di affrontarla a muso duro ma a fasi alterne». Si tratta cioè di riuscire a «generare un substrato culturale di conoscenza e consapevolezza» dell’esistenza e della forza del «nemico che andiamo ad affrontare».

Chiarisce l’esperta di criminalità organizzata che «tre sono i fattori che ci impediscono di conoscere il nemico: la rimozione della sua esistenza, il rischio di renderlo invisibile e il pericolo di travestirlo di qualcosa che non è. In tutti questi casi si dà modo alla criminalità organizzata di prosperare, lasciandole di fatto campo libero. Solo seminando legalità, conoscenza e consapevolezza si possono alzare le barriere all’ingresso».

Eppure, quello che è successo in Brianza e in Lombardia ha del paradossale, o almeno così sembra. Una civiltà più arretrata, espressione di una subcultura agropastorale, ha colonizzato una civiltà all’apparenza più solida e avanzata. Perché ciò è stato possibile? Sono davvero così incompatibili questi due mondi? Il tema principale che sottende al prevalere delle dinamiche culturali delle organizzazioni criminali su quelle del Nord è legato secondo la Carcano - che a sua volta esplicita di richiamarsi alle tesi formulate dal professor dalla Chiesa sulla ‘ndrangheta a Reggio Emilia nel libro “Rossomafia” - alla «forza delle relazioni sociali della ‘ndrangheta. Va da sé che il capitale economico sia un elemento essenziale per le organizzazioni mafiose.

Ma è il capitale sociale e relazionale che la ‘ndrangheta è in grado di costruire a renderla capace di colonizzare quello che dovrebbe essere apparentemente un territorio più progredito. Si dice “apparentemente” - precisa l’ex consigliera regionale - perché poi, in effetti, se si fa a vedere quali sono i valori di riferimento dei nostri territori, ne emerge che sono valori piuttosto fragili, perlopiù materiali: quello del denaro, del lavoro, del profitto, della competizione piuttosto dura. Sono scarsi invece i valori della partecipazione democratica, del rispetto delle istituzioni, della cittadinanza attiva, e così via. In uno scontro tra due culture come queste, i valori del profitto franano, perché è come se franasse un territorio senz’anima di fronte a un’aggressione così importante come quella della ‘ndrangheta, con il suo apporto di massicce quantità di capitali, che vanno a convergere con quello che è un valore cardine della società brianzola: quello, appunto del denaro. E quindi, grazie a queste relazioni, si riesce ad arrivare a colonizzazione del territorio»

Il capitale sociale è quindi il vero patrimonio delle organizzazioni mafiose. «Se non ci fossero tutti questi legami con politici, imprenditori, liberi professionisti, funzionari pubblici, dipendenti e funzionari delle banche - spiega Silvana Carcano - le mafie non avrebbero la possibilità di fare quello che fanno. Ce lo insegna anche il professor Sales, quando ci ricorda che la storia della mafia è storia d’Italia: se sono 200 anni che parliamo di mafia, evidentemente è perché da 200 anni c’è una collusione, uno stretto compenetrarsi del potere mafioso e del potere istituzionale. Un’aggressione violenta come quella delle organizzazioni mafiose non avrebbe una così lunga durata se dall’altra parte ci fosse uno Stato di diritto veramente convinto di sconfiggerla. È evidente invece che questo anti-Stato non è poi così anti-Stato, ma con lo Stato di diritto ci dialoga eccome, tant’è vero che sono molteplici - 15 solo nell'ultimo decennio - le operazioni e inchieste di mafia condotte in Brianza che coinvolgono politici, funzionari pubblici, collusi con le organizzazioni mafiose».

 

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