Inchiesta Freccia, fioccano condanne ma per il giudice non fu ‘ndrangheta

‘NDRANGHETA IMPUNITA? Parte prima. Una sentenza che sta facendo discutere, quella pronunciata dal Gup di Milano nel processo Freccia contro i Cristello: cadono l’accusa di associazione mafiosa e la contestazione della relativa aggravante per le estorsioni.

Inchiesta Freccia, fioccano condanne ma per il giudice non fu ‘ndrangheta
Un blitz dei carabinieri fuori dalla discoteca Spazio, a Cantù, in Piazza Garibaldi - ph laprovinciadicomo.it

Controllo dei locali notturni e dei rivenditori ambulanti di panini, giri di estorsioni e traffico internazionale di droga. Ma, secondo il Gup di Milano, niente ‘ndrangheta. È arrivata nella giornata del 3 marzo la sentenza di primo grado del processo in rito abbreviato a carico dei 18 imputati finiti nella maxi-retata di giugno 2020 contro le (presunte) cosche del vibonese trapiantate in Brianza, denominata operazione ‘Freccia’. I Cristello sono stati condannati a 14 anni di reclusione insieme a Igor Caldirola. 12 anni sono stati inflitti a Domenico Favasuli, 10 anni e 8 mesi a Luca Vacca, 5 anni a Daniele Scolari. Due anni la pena più bassa. Le condanne ammontano nel complesso a 127 anni di carcere.

All’esito della requisitoria nell’udienza dello scorso 3 febbraio, i pm della Direzione distrettuale Antimafia di Milano Sara Ombra e Cecilia Vassena, titolari dell’inchiesta, avevano formulato diciotto richieste di condanna per 204 anni complessivi di carcere, fino a un massimo di 20 anni di reclusione per quattro degli imputati: i cugini Umberto e Carmelo Cristello, il primo residente a Seregno e il secondo a Cabiate, Luca Vacca, di Mariano Comense, e Domenico Favasuli, residente a Casignana (Reggio Calabria). Il giudice per le udienze preliminari ha però notevolmente ridimensionato il quadro: 16 le condanne emesse, a pene decisamente inferiori a quanto richiesto. In particolare, è caduta l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, da un lato, e la contestazione dell’aggravante mafiosa per le estorsioni, dall’altro.

Sembra quindi esser stata accolta la linea difensiva seguita dagli avvocati: nel caso di Carmelo Cristello, cugino di Umberto, si era messo in evidenza che chiamarsi Cristello non equivale ad appartenere ad una associazione mafiosa, e che in un precedente processo lo stesso soggetto era stato sì condannato per traffico di stupefacenti, ma assolto dall'accusa di 416-bis.

Al netto del dispositivo della sentenza, vale la pena evidenziare i fatti che ne sono posti alla base. Gli imputati risulteranno anche essere immuni in questo primo grado del processo da qualunque indice di appartenenza alla ‘ndrangheta. Tuttavia si può considerare comprovato, perché già accertato in altra sede processuale, che alcuni di essi facciano o abbiano fatto parte attivamente dell’organizzazione criminale calabrese. Umberto Cristello, in possesso di dote elevata conferitagli dal fratello Rocco, ucciso a Verano Brianza il 27 marzo 2008, è già stato condannato per 416-bis con sentenza emessa dal Gup di Milano nel luglio 2013 e passata in giudicato nel settembre 2015, nell’ambito dell’inchiesta ‘Ulisse’. Se non quello di capo e promotore, è acclarato il suo ruolo di partecipe al sodalizio mafioso presso la locale di Seregno, al cui vertice era succeduto a Rocco Cristello il cugino omonimo e, dopo il suo arresto il 13 luglio 2010 all’esito dell’inchiesta ‘Infinito’, in qualità di reggente, Peppino Corigliano.

Prima della morte del fratello Rocco, Umberto Cristello «coadiuvava quest’ultimo - si legge nelle carte dell’inchiesta Ulisse - nei traffici di droga e nella gestione degli investimenti dei proventi del traffico illecito». In regime di semilibertà dal 2009 (il che gli impediva di prendere parte ai vari summit), Umberto Cristello aveva manifestato in più occasioni ad Antonino Belnome, allora capo della locale di Seregno-Giussano, e al cugino Rocco (fratello di Carmelo) il proposito di vendicare la morte del fratello - «vendetta che sarà portata a compimento da questi ultimi con l’omicidio di Stagno Rocco», consumato a Bernate Ticino il 27 marzo 2010. Inoltre, aveva offerto la propria protezione ad Andrea Pavone, il consulente finanziario della Perego Strade al servizio di Salvatore Strangio, dell’omonima ‘ndrina di San Luca, che l’aveva sequestrato a bordo di un’auto insieme a un altro affiliato, Pasquale Nocera, entrambi in seguito condannati per 416-bis al termine del processo ‘Crimine’.

Allo stesso modo, anche Flavio Scarcella, che ha partecipato con Luca Vacca e Daniele Scolari a un’estorsione per l’acquisizione del servizio di sicurezza della discoteca “Modà” di Erba ed ha aiutato Vacca offrendo copertura a un’agenzia di sicurezza, risulta già condannato per associazione mafiosa dalla Corte d’Appello di Milano nel 2018 in qualità di partecipe alla cosca Barbaro-Papalia, tra Corsico e Buccinasco.

Storicamente va poi ricordato l’originarsi dei conflitti, in seno alla locale di Seregno, tra i Cristello e la rivale ‘ndrina Stagno dopo che, in un processo in cui era imputato, Rocco Stagno (violando il precetto dell’omertà) fece agli inquirenti il nome dell’“altro Rocco”, portando così alla cattura di Rocco Cristello. Da qui la scissione del «nucleo autonomo» degli Stagno, facente capo ad Antonio Stagno, scampato a uno dei tanti progetti omicidiari scaturiti proprio da questa rivalità, costata invece la vita, oltre che a Rocco Cristello, al boss de la Lombardia con ambizioni “secessioniste” Carmelo Novella, a Rocco Stagno e ad Antonio Tedesco.

Rivalità emerse anche dai rilievi investigativi da cui sono partite le indagini dei Carabinieri del Comando provinciale di Monza: quelli relativi al procedimento penale a carico di Paolo De Luca. Accusato di essere organico alla cosca Stagno, contrapposta a quella dei Cristello, De Luca è stato condannato per i reati di associazione mafiosa e di armi in primo grado a 13 anni nell’aprile 2017, pena rideterminata in appello a 10 anni con sentenza divenuta irrevocabile nell’aprile 2018.

Una serie di intercettazioni ambientali di questo processo permetteva di fare luce sul «riacutizzarsi del vecchio e mai sopito conflitto tra i Cristello e gli Stagno», con la possibilità del reiterarsi di nuovi fatti di sangue. «Un bastardone!! … Non ti devi (inc) fidare mai tutto di lui … che dei Cristello, è più pericoloso lui dei Cristello … In Spagna quanti cazzo di (inc) che spostavamo!», è la trascrizione di una conversazione del giugno 2016 tra De Luca e Nazzareno Stagno, figlio di Antonio, nella quale si allude alla figura Umberto Cristello, da poco scarcerato e sottoposto a libertà vigilata.

De Luca è pacificamente riconosciuto dai sodali come il capo della consorteria criminale, in grado di mettere a disposizione armi e di mantenere i contatti con la Calabria. La sua strategia - così nell’ordinanza dell’operazione Freccia - è «quella di lasciare che le due storiche fazioni si annientino tra loro e poter così egli, con il suo gruppo, occupare le porzioni di territorio lasciate libere: “lascialo andare!” ... “che si ammazzano tra loro… che ce ne fotte a noi! Lasciali fare... non ce ne frega niente a noi dei loro problemi…”».

Nel mezzo, gli esiti dell’indagine ‘Disco Italia’ del novembre 2015 nella quale sono rimasti coinvolti Domenica Cristello, sorella di Umberto e del defunto Rocco, e i due nipoti Emanuele e Simone Cristello, condannati in primo grado nell’ottobre del 2016 (la Cassazione avrebbe poi annullato con rinvio le condanne nel settembre 2018), oltre a Valeriano Siragusa, considerato il reggente della cosca, designato dallo stesso Rocco. La donna, della famiglia rivale, accusava De Luca di aver “consegnato” agli inquirenti i due figli del fratello Umberto. «I Cristello sono, il fratello collabora con la DIA - la replica di De Luca intercettato con un affiliato - ... Il fratello collabora con la DIA, e io gli sparato il figlio? … gli avevano messo le telecamere, che spacciavano fuori dal negozio, li hanno arrestati, (inc) queste cose? ... ho capito chi è, e io gli ho ammazzato il figlio ... C’è una guerra in corso tra di loro… ma guarda questa bastarda che va dicendo!».

De Luca il quale rincarava la dose: «Noi con loro non andiamo bene, perché loro erano contro gli Stagno, noi siamo contro da una vita con me». Senza peraltro vedere alternativa alla soluzione violenta del contrasto: «ha paura che li ammazziamo questi porciLo ammazzo… Lo buttiamo da una parte … quello che vuole… gli fanno fare la fine del porco… Gli faccio un lavoro bello bello pulitoi Cristello sono bastardi… lo sai cosa è… questa bastarda di Cristello parlava male di me… Questa famiglia la mandiamo distrutta».

Tra luglio e ottobre 2016, poi, in una serie di conversazione ambientali avute con un altro affiliato, De Luca propone di far pervenire ai membri della cosca Gallace di Guardavalle la falsa notizia della collaborazione di Umberto Cristello con la Dda di Milano, certo di scatenare la reazione violenta della casa madre nei confronti di Cristello e di fermare così la guerra con gli Stagno per il controllo del territorio tra Seregno e Giussano: «Ti ricordi quel fatto che vai a dire a quei cristiani... è giusto che gli accenni com’è, ma non dirgli diretto proprio… sai perché? U cristianu può pensare questi non vanno d’accordo magari e lo fanno apposta ... vedi che là sotto non girano belle notizie sopra Umberto ... senza dirgli mi ha detto quello…». Per poi accusare Rocco e Umberto Cristello di “infamità” per una loro presunta collaborazione con i servizi segreti.

Non è difficile immaginare quanto queste conversazioni, diventate di pubblico dominio dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado nei confronti di De Luca, possano aver contribuito a esacerbare ulteriormente i contrasti tra le famiglie Stagno e Cristello. Al rinfocolarsi di questi dissidi andrebbe fra l’altro ricondotto, secondo i magistrati, l’episodio della bottiglia incendiaria scagliata nell’aprile 2017 contro la porta d’ingresso del pub “Déjà-vu” di Giussano, di proprietà per il 50% di Nazzareno Stagno (locale chiuso nel dicembre 2020 per un’interdittiva antimafia). Una fonte confidenziale ha riferito agli inquirenti che «il danneggiamento al Déjà-vu [avrebbe rappresentato] una sorta di vendetta per le affermazioni fatte da De Luca nei confronti dei Cristello» e che «l’autore sarebbe stato Caldirola Igor», compagno di Katia Cristello, quest’ultima nipote di Umberto e cugina di Carmelo.

 

1.continua

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