Ingroia: «L’unica ragione per accelerare la strage di Borsellino era collegata alla Trattativa»

SCELLERATE TRATTATIVE STATO-MAFIA/Parte 2^. È proseguito il dialogo di WordNews con l’avvocato ed ex Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, nella seconda diretta della nostra rubrica “Diamo voce”: «Dopo il conflitto col Presidente della Repubblica, l’indagine sulla Trattiva si è fermata. Si è fatta terra bruciata intorno ai pm di Palermo». Dell’Utri: «Ambasciatore della mafia che convinse Berlusconi a cedere alle richieste mafiose. Così nacque il “nuovo” progetto politico». Depistaggio di via d’Amelio: «Scarantino fu imbeccato dal pool di La Barbera. Tinebra compiacente». E poi i sospetti su Riggio, le dichiarazioni di Palamara sul “Sistema” interno alla magistratura, il legame tra la strage di via d’Amelio e la scoperta della Trattativa da parte di Borsellino, l’auspicio di una riapertura del caso Manca.

Ingroia: «L’unica ragione per accelerare la strage di Borsellino era collegata alla Trattativa»
La scena post-strage in via d'Amelio - ph esperonews.it
Ingroia: «L’unica ragione per accelerare la strage di Borsellino era collegata alla Trattativa»

«Questo è il primo processo nella storia del nostro paese in cui espressamente si dice: “Voi, capimafia e uomini dello Stato, avete tutt’insieme commesso lo stesso reato contro lo Stato. Un reato di minaccia per costringere lo Stato, a colpi di bombe e di stragi, a scendere alle condizioni che la mafia vi chiedeva”, cioè alla nuova tregua»: questo il commento di Antonio Ingroia dopo aver riascoltato la lettura del dispositivo della sentenza da parte del Presidente della Corte d’Assise di Palermo Alfredo Montalto.

Un processo, quello sulla Trattativa, che può tranquillamente «fare il paio» con il maxiprocesso di Falcone e Borsellino. Come a questo va infatti riconosciuto il merito di aver «infranto il mito d’impunità della mafia», così quello è stato ed è «un processo in cui - ha ribadito Ingroia - una sentenza di primo grado, pur sempre oggetto di verifiche fino al terzo grado di giudizio, afferma che questa trattativa, questa minaccia, questa complicità tra uomini della mafia e uomini dello Stato non era una fantasia, né un atto di arroganza da parte della magistratura, ma una costruzione giudiziaria fondata su prove ed elementi tanto seri da determinare non solo il rinvio a giudizio, ma anche la condanna di tutti gli imputati a pene pesantissime».

Quanto al tema delle intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancinol’uomo dei “non ricordo”») e quello che gli intervenuti hanno unanimemente riconosciuto come «il peggiore dei Presidenti della Repubblica», Giorgio Napolitano (intercettazioni che, ha ricordato il direttore Paolo De Chiara, sono state distrutte nel 2013 dal Gip di Palermo in seguito all’accoglimento da parte della Consulta del conflitto di attribuzioni sollevato dalla Presidenza della Repubblica contro la Procura), il dottor Ingroia non ha potuto fare a meno di osservare come di «poteri diretti di interferenza e di condizionamento sulla magistratura» disponesse anche Mancino, in qualità di ex Presidente del Senato ed ex Vicepresidente del Csm. «Tra le mille colpe, accuse, responsabilità che si potrebbero addebitare al Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano - ha sostenuto l’ex pm - vi è quella di avere impedito la ricerca della verità su questa indagine. Perché, al di là del contenuto delle intercettazioni, credo sia un fatto storico incontestabile che quelle indagini stavano procedendo in modo direi quasi galoppante ed impetuoso in quel quegli anni». Ovvero nel periodo tra il 2010 e il 2012, in cui si registrarono «acquisizioni importantissime che poi sono quelle che hanno portato alle condanne del giudizio di primo grado».

Ebbene, dopo quelle intercettazioni e «la canea che si scatenò a seguito del conflitto di attribuzioni contro la Procura di Palermo», «una cosa è certa - ha sottolineato Ingroia: le indagini si sono fermate. È come se fosse stato chiuso il “rubinetto” da cui usciva un flusso di informazioni continuo e continuativo, che anzi si andava moltiplicando, perché dalle dichiarazioni dell’uno, che poi in qualche modo uscivano sui giornali, si determinava la convinzione di altri, che erano stati zitti per anni o per decenni, a venire in Procura a rendere dichiarazioni spontanee». Così successe, ad esempio, per Luciano Violante, ex Presidente della Camera e della Commissione parlamentare Antimafia, dopo le tante occasioni in cui, anziché raccontare la verità, per ragioni di convenienza (e non è certo l’unico) aveva preferito tacere. Quando però gli si presentò l’occasione di “prendere in contropiede” qualche controinteressato, si accodò alla «fila» che intanto si era formata dietro la porta del Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Ecco allora il «rigurgito di memoria», le importanti rivelazioni sul conto di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo: dettagli «che erano parte della Trattativa, ma che prima di allora non aveva dichiarato mai».

Poi, quelle intercettazioni (e la famosa “lesione delle prerogative costituzionali” del Capo dello Stato): l’indagine si arena. «Stiamo parlando della più alta istituzione repubblicana, che solleva non un dubbio, non una critica, ma un conflitto: quindi, emette una dichiarazione di guerra contro l'ufficio giudiziario che sta facendo le indagini. Questo è stato un messaggio potentissimo a tutti gli uomini dello Stato per dire: “Con questa Procura non bisogna collaborare, a questa Procura bisogna fare la guerra”». I corridoi divennero sempre più vuoti, i testimoni sempre più reticenti. «L’indagine è morta in quel momento. Dopo quella volta - ha proseguito Ingroia - com’è noto, è cambiato tutto dentro la Procura di Palermo, compreso il vertice, a ricoprire il quale è stato nominato un Procuratore capo (Francesco Lo Voi, ndr) con decisiva designazione da parte dello stesso Presidente Napolitano. Col tempo sono andati via tutti i magistrati del pool Trattativa. Oggi non c’è più nessuno: Vittorio Teresi, il Procuratore aggiunto che aveva preso il mio posto, è andato in pensione; Nino Di Matteo è oggi al Consiglio superiore della magistratura perché era stato messo ad occuparsi di furti e rapine; Francesco Del Bene è stato mandato alla Procura nazionale antimafia; Roberto Tartaglia è oggi vicedirettore del Dap. Tutti incarichi importanti, ma nessuno di loro è più su quel fronte, perché è stata fatta terra bruciata». Del filone sulla “Trattativa-bis”, poi, non si è fatto più nulla, nonostante le indagini meritassero un approfondimento.

Una Trattativa che l’avvocato Ingroia ha ribadito consistere nientemeno che in una strategia di «minaccia, attraverso le stragi, da parte dei potere criminale, e quindi della mafia e dei suoi alleati, per imporre allo Stato precise scelte politiche di attenuazione della stretta legislativa nei confronti della mafia (basti pensare al “papello” di Riina, di cui copia venne prodotta dal legale di Massimo Ciancimino, e che il Parlamento intese attuare punto per punto, con riguardo in particolare alla cancellazione del 41-bis e all'introduzione del beneficio della dissociazione per i mafiosi, nella speranza di indurre Cosa nostra a porre fine alle stragi, ndr)». Il tutto in una fase di transizione in cui la mafia, con gli omicidi di Salvo Lima e di Ignazio Salvo, troncava i «rapporti con la politica tradizionale della Prima Repubblica», rinsaldando l’alleanza con il nascente partito Forza Italia, fondato da Marcello Dell’Utriuno dei protagonisti e degli artefici di questo passaggio») solo nel ’94, ma dopo un lavoro preparatorio che - ricorda Ingroia che del processo Dell’Utri era pm - era già iniziato nel ‘92 «all’insaputa perfino di Berlusconi». Dell’Utri era infatti «l’ambasciatore della mafia, portato alla corte di Silvio Berlusconi per convincere quest’ultimo, e in quest’opera di convinzione furono fatte anche delle minacce nei suoi confronti, a soggiacere alle richieste della mafia. Così Berlusconi fece, come dice la sentenza della Trattativa Stato-mafia». E così nacque il “nuovo” progetto politico - una volta messa da parte l’ideologia secessionista delle Leghe meridionali in auge tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90.

Inevitabile poi soffermarsi - alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal pentito Pietro Riggio (ex agente di polizia penitenziaria ed ex affiliato a una famiglia nissena) nell’ambito del processo d’appello sulla Trattativa - sulla questione del depistaggio delle indagini della Procura di Caltanissetta sulla strage di via d’Amelio; della manipolazione del falso pentito Vincenzo Scarantino (rispetto a cui Riggio - ha dichiarato il 5 febbraio all’AGI l’avvocato Fabio Repici - sarebbe addirittura “peggio”); del ruolo che in essa avrebbero avuto il Procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra e il capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (entrambi passati a miglior vita); del mistero dell’agenda rossa di Paolo Borsellino sottratta dall’auto del magistrato ancora in fiamme; dell’archiviazione disposta lo scorso 3 febbraio dal Gip di Messina sul procedimento per calunnia aggravata a carico degli ex sostituti procuratori nisseni Anna Maria Palma e Carmelo Petralia; per arrivare infine all’udienza del 5 febbraio scorso, nell’ambito del processo di Caltanissetta sul depistaggio di via d’Amelio, in cui - come ha di recente scritto il nostro Roberto Greco - si è assistito alle «lacrime da coccodrillo» dell’agente di polizia Fabrizio Mattei, accusato insieme ai colleghi Mario Bo e Michele Ribaudo di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra.

«Scarantino - ha affermato in proposito Antonio Ingroia - non è soltanto un balordo, è un “pentito da laboratorio”. Un laboratorio al quale hanno partecipato investigatori che stavano istituzionalmente indagando, ma in realtà depistando, sulla strage di Borsellino». In altre parole, Scarantino è stato «imbeccato», per cui «è ovvio che, per i magistrati che si occupavano in quel periodo dell’indagine, diceva anche cose potevano apparire attendibili. Io, per la verità, non sono caduto in questo inganno, perché interrogai Scarantino il quale, quasi per rendersi interessante alla Procura di Palermo, fece dichiarazioni che a me parvero incredibili sia su Bruno Contrada sia su Silvio Berlusconi, per quanto riguardava i rispettivi processi Contrada e Dell’Utri. Ma dalle prime verifiche ci si rese conto che la sua versione era poco attendibile».

A Caltanissetta, invece, si attinse a piene mani alle dichiarazioni di Scarantino. Centrale la figura del Procuratore capo Tinebra, «che - ha evidenziato Ingroia - si è rivelato, se non complice, comunque compiacente rispetto ai depistatori», scegliendo come capo del pool investigativo La Barbera, «che imbeccò Scarantino e che in seguito si è scoperto essere a libro paga dei servizi segreti». E designando Contrada - allora indagato a Palermo proprio da Ingroia - come “collaboratore” in quelle indagini.

Per quanto riguarda Riggio, «io da esterno ho dei sospetti», il commento di Ingroia. «Ho un po’ di diffidenza nei confronti di questo Riggio, perché mi pare che, delle dichiarazioni che ha reso, alcune siano sconvolgenti ma non riscontrabili, altre fondate su notizie note a tutti. Il dubbio se ci si trovi in presenza di un “pentito di Stato”, di cui pure avremo bisogno, oppure di un depistatore, è ancora da sciogliere».

In merito alle esternazioni di qualche tempo fa su La7 da parte di Luca Palamara all’indirizzo anche di Ingroia, quest’ultimo ha replicato sostenendone la “parziale verità”: l’ex pm romano avrebbe definito correttamente Ingroia una «vittima del sistema, che è lo stesso che mi ha espulso». Ma poi avrebbe “finto” di far confusione «tra fare parte dello Stato e fare parte del “Sistema”. Anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone erano iscritti a correnti, ma non facevano parte del sistema, anzi: erano nemici del sistema, anche se cercavano, come sta provando a fare Nino Di Matteo al Consiglio superiore magistratura, di cambiare il sistema dall’interno». Quel sistema a cui Ingroia si era opposto, nel tentativo di superare le degenerazioni del correntismo di cui, invece, Palamara e altri si sono serviti. Almeno finché - ha sostenuto l’avvocato Ingroia - quello stesso sistema non aveva deciso di “scaricare” l’ex pm di Calciopoli per le sue velleità di poter «fare da solo il Procuratore di Roma, il Procuratore generale della Cassazione, ecc., rendendosi indipendente da quel sistema di cui faceva parte».

Sgombrando il campo da apparenti contraddittorietà - evidenziate dalla parte “meno attenta” della stampa, come ricordato dal nostro Alessio Di Florio - fra le motivazioni della sentenza di primo grado sulla Trattativa e quelle del processo d’appello Borsellino-quater (depositate il mese scorso), il dottor Ingroia ha chiarito che la decisione dei giudici d’appello verte sull’argomento difensivo usato dagli avvocati dei capimafia mandanti della strage di via d’Amelio per «agganciarsi alla Trattativa e quindi poter dire: “Borsellino è stato ucciso per la Trattativa, quindi è stato lo Stato ad ucciderlo, mentre noi mafia non siamo colpevoli». I giudici si sono limitati a negare alla Trattativa il potere di “scagionare” i mafiosi dall’accusa di strage, confermandone invece le condanne. Tant’è vero che, ha affermato Ingroia, i giudici hanno ritenuto che «la mafia avesse comunque interesse a uccidere Borsellino. Poi hanno aggiunto che ci furono “interessi convergenti”, quindi altri moventi».

Circa la contrapposizione si suole fare tra la questione della Trattativa e quella dell’informativa del ROS dei Carabinieri “Mafia e Appalti”, «io sono stato testimone del processo di Caltanissetta - ha ricordato Ingroia - dimostrando perché Borsellino parlò a me anche del suo interesse sul rapporto ROS “Mafia e Appalti”. Ma il punto è che certamente Borsellino non è stato ucciso solo per un motivo, ma per tanti moventi convergenti, di cui uno non esclude l’altro. Il tema è relativo all’accelerazione della strage di Borsellino. Io rimango tuttora convinto che l’unica possibile ragione per accelerare quella strage fosse collegata alla Trattativa, perché Borsellino costituiva una minaccia per il buon esito della Trattativa. Rispetto al Rapporto “Mafia e Appalti”, certamente la sua intenzione di approfondire il tema poteva giustificare anche la sua eliminazione. Ma perché accelerare la strage? Borsellino non stava scoprendo chissà quale verità su quel fronte, quindi su questo sono più scettico».

Un ultimo commento è stato dedicato - su sollecitazione della nostra Alessandra Ruffini - al caso dell’urologo siciliano Attilio Manca, in via ufficiale morto “accidentalmente” l’11 febbraio di 17 anni fa per overdose, ma in realtà ucciso proprio in ragione delle perverse logiche di una Trattativa che aveva lasciato in libertà il superlatitante “di Stato” Bernardo Provenzano, che Manca aveva operato alla prostata solo pochi mesi prima in una clinica a Marsiglia. Antonio Ingroia, dal 2013 legale della famiglia Manca, si è detto «poco ottimista» circa la possibilità che una riesumazione del cadavere possa portare alla riapertura del caso (che vede unica imputata la sua presunta pusher). «Noi siamo assolutamente convinti che sia un omicidio di mafia e di Stato, perché lui faceva parte di coloro i quali avevano incrociato Bernardo Provenzano, e quindi la “cintura di sicurezza”, sempre legata alla Trattativa Stato-mafia, che proteggeva Provenzano. Ha incrociato Manca e l’ha ucciso, ma ha dovuto anche depistare per non far capire quale fosse il movente dell’omicidio». Ingroia ha ricordato il silenzio delle istituzioni sul caso - ad eccezione della scorsa Commissione parlamentare Antimafia. Di esso se ne sarebbe dovuto occupare Di Matteo, in quanto componente del pool Stragi. Senonché il Procuratore nazionale Antimafia Cafiero De Raho lo allontanò - com’è noto - nel maggio 2019 «col pretesto di una sua presunta improvvida intervista». «Ad oggi - ha concluso l’avvocato Ingroia - non vedo un magistrato, una Procura, che abbia davvero voglia di scoprire la verità sul caso Manca. C’è in corso l’appello nei confronti della presunta pusher, a mio parere ingiustamente accusata di aver ceduto la sostanza ad Attilio Manca: speriamo che da quella sentenza possa venire qualche verità, ma non sono molto ottimista».

 

 

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PRIMA PARTE:

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