Le parole per dirlo - Onore

L'ONORE mancato delle donne

Le parole per dirlo - Onore

“Onore” è una parola bellissima, pregna di significati positivi. “Il valore morale, il merito di una persona, non considerato in sé ma in quanto conferisce alla persona stessa il diritto alla stima e al rispetto altrui” leggiamo nel vocabolario Treccani.

Un termine che sa quasi di antico, desueto, in una società dove morale, merito, stima sembrano a volte vocaboli dimenticati e finiti nel tritarifiuti.

Ma al termine “onore” è stato per lunghi anni affiancato un altro vocabolo e nella somma dei due si rifletteva un’idea di società e soprattutto di rapporti uomo-donna imperniati alla supremazia del primo sulla seconda. Sto parlando del “delitto d’onore”. Con tale locuzione si è inteso da sempre un reato volto a salvaguardare la reputazione, il valore morale, della persona che commette il delitto. Prevalentemente le relazioni interpersonali all’interno delle quali si sono consumati questi delitti sono quelle matrimoniali e familiari.

Nella maggior parte dei casi lo schema al quale si è adattato questo tipo di delitto ha visto la donna nel ruolo di colpevole che quindi va punita dall’uomo, il quale riveste il ruolo di vittima che deve riscattarsi e salvaguardare la propria infangata reputazione.

In Italia il delitto d’onore è sopravvissuto fino al 1981, anno in cui la relativa norma è stata abrogata. Ma cosa prevedeva quella norma? In sintesi l'art. 587 del codice penale prevedeva una pena ridotta per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere "l'onor suo o della famiglia". In altre parole, la reputazione di un maschio tradito o disonorato dalla moglie, da una figlia o da una sorella, si ripuliva con il sangue della poveretta. L’impronta marcatamente maschilista di questa norma è fin troppo evidente e ben si accompagnava ad altre leggi, come quella relativa al matrimonio riparatore, che hanno avuto lunga vita nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fino agli anni in cui le contestazioni e le battaglie per i diritti civili hanno portato alla conquista di norme di civiltà come, fra le altre, il divorzio, l’abrogazione del reato di adulterio, la riforma del diritto di famiglia.

Eppure ancora oggi, anni venti del terzo millennio, ci sono Paesi in cui l’onore tradito di un maschio può essere lavato con il sangue di una donna. È balzato agli onori delle cronache nelle scorse settimane il tremendo caso della tredicenne iraniana Romina Ashrafi, uccisa mediante decapitazione dal padre per essere fuggita di casa con un uomo più grande di lei. La giovane donna, che per la legge vigente in Iran avrebbe già potuto contrarre matrimonio (l’età minima per sposarsi in Iran per le donne è di 13 anni) si è macchiata di una colpa grave, ovvero quella di ricorrere al suo libero arbitrio, di decidere autonomamente chi doveva essere l’uomo della sua vita. Eppure in Iran il dibattito ora è incentrato sulla possibilità di riconoscere al padre l’attenuante del delitto d’onore e quindi una pena ridotta rispetto a quella capitale, prevista in caso di omicidio. Paradossalmente la vita di una figlia vale di meno di quella di un estraneo.

Il caso di Romina purtroppo non è l’unico che le cronache ci restituiscono. Ci sono molti Paesi nel mondo nel quale ancora l’onore si lava con efferati delitti e incontra il favore di giurisprudenze clementi di fronte a reati nei quali elemento distintivo e fondamentale diventa la sottomissione della donna, il suo ruolo marginale e secondario nella società.

Ma torniamo nel nostro bel Paese, che si fregia, e per molti versi a ragione, di tenere alto il vessillo della civiltà. Ebbene qui in Italia ancora oggi dobbiamo assistere impotenti all’abdicazione della certezza della pena in occasione di reati che vedono la donna vittima e l’uomo (di famiglia) carnefice. Come nel caso del delitto di Melania Rea, uccisa dal marito nell’aprile del 2011. Condannato all’ergastolo in primo grado, pena ridotta a trenta anni in Appello e a venti in Cassazione, l’uomo potrebbe uscire dal carcere per buona condotta, dopo soli nove anni di detenzione. Tanto poco vale la vita di quella donna? Tanto breve è il tempo per chi ha commesso un delitto così efferato per ravvedersi e pentirsi ogni santo giorno per quello che ha fatto? Se la legge non tutela le vittime attraverso la certezza della pena, le vittime non hanno modo di difendersi.

E il lungo elenco di femminicidi che si srotola sulle pagine di cronaca dei nostri giornali è destinato a non accorciarsi.