Lombardia, nuovo blitz Antimafia nel lecchese. Pm Dolci: «’Ndrangheta a fortissima vocazione imprenditoriale»

‘NDRANGHETA AL NORD. Diciotto arresti, sequestri di denaro e quote societarie: l’operazione ‘Cardine-Metal money’ condotta da Polizia di Stato e GICO della GdF lo scorso 9 febbraio ha disarticolato l’organizzazione criminale di stampo ‘ndranghetista con radici nel territorio di Lecco, capeggiata dal pregiudicato Cosimo Vallelonga. Scoperti giri d’affari per 30 milioni di euro derivati dal traffico illecito di metalli: proventi reinvestiti nell’economia legale o in usura a danno di alcuni imprenditori.

Lombardia, nuovo blitz Antimafia nel lecchese. Pm Dolci: «’Ndrangheta a fortissima vocazione imprenditoriale»
Immagini del GICO della GdF che immortalano un camion addetto al trasporto illecito di rifiuti ferrosi - ph primalecco.it
Lombardia, nuovo blitz Antimafia nel lecchese. Pm Dolci: «’Ndrangheta a fortissima vocazione imprenditoriale»

Diciotto misure cautelari e un sequestro preventivo “per equivalente” di oltre 120mila euro (più le quote di alcune società paravento). Questo il bilancio dell’operazione ‘Cardine-Metal money’ eseguita la mattina dello scorso 9 febbraio dalla Dia, dalla Squadra mobile della Questura di Lecco e dal Gico della Guardia di Finanza contro i clan della ‘ndrangheta radicati in Lombardia e, in particolare, nel Lecchese. Degli arrestati, sulla base di un’ordinanza emessa dal Gip di Milano Alessandra Clemente, nove sono finiti in carcere, otto agli arresti domiciliari, uno è risultato irreperibile. Il blitz ha interessato tre regioni del Nord - Lombardia, Emilia Romagna e Liguria - ed è stato coordinato dalla Direzione distrettuale Antimafia di Milano diretta dal Procuratore aggiunto Alessandra Dolci. I reati ipotizzati - si legge in un comunicato della Questura di Lecco - spaziano da «associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti ed altri reati», a «frode fiscale, autoriciclaggio, usura ed estorsione, aggravati dall’aver favorito la ‘ndrangheta».

Nel mirino dell’inchiesta, la figura e gli affari del boss Cosimo Vallelonga, 72 anni, affiliato con dote di vangelo al clan Muscatello della locale di Mariano Comense e vicino ai Mazzaferro, attivi nelle locali di Cermenate, Fino Mornasco e Lumezzane (ma non solo), già condannato in via definitiva per 416-bis nell’ambito sia dell’operazione ‘La notte dei fiori di San Vito’ della metà degli anni ’90 che dell’operazione ‘Infinito’ del 2010. Soggetto al quale, secondo gli inquirenti, avrebbe fatto capo un sodalizio mafioso tornato operativo in seguito alla sua scarcerazione (e nonostante la sottoposizione a misure di sorveglianza speciale). Un’organizzazione criminosa che il Vallelonga, ritenuto «tuttora esponente di spicco della ‘ndrangheta lombarda», gestiva «non solo - prosegue il comunicato - attraverso autonome condotte criminali, ma anche ricevendo presso il suo ufficio», all’interno del negozio “Arredo Mania” a La Valletta Brianza (Lecco), «altri esponenti della ‘ndrangheta, per dirimere controversie, concordare nuove strategie ed eludere i controlli dell’Autorità Giudiziaria, ed imprenditori locali, per organizzare il reinvestimento dei proventi delle attività illecite nell’economia legale».

Oltre agli affiliati, ai quali impartiva direttive e commissionava il taglieggiamento di alcuni commercianti, al fianco di Vallelonga c’era anche Vincenzo Marchio, figlio di Pierino, già condannato nell’ambito dell’operazione ‘Oversize’ del dicembre 2006. Entrambi, padre e figlio, esponenti di spicco della locale di Lecco-Calolziocorte facente capo alla ‘ndrina Trovato di Marcedusa (Catanzaro), capeggiata dallo storico boss Franco Coco Trovato in alleanza con i De Stefano e i Flachi contro il gruppo dei Batti, e colpita nella primavera del ’94 dalla maxioperazione ‘Wall Street’. Dopo la sua cattura e la successiva condanna all’ergastolo, le redini del clan passarono al fratello minore Mario Trovato, condannato in via definitiva a 15 anni per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione ‘Metastasi’ dell’aprile 2014 e deceduto lo scorso dicembre per Covid.

Vincenzo Marchio, classe ’83, sarebbe stato il referente principale degli affari illeciti e leciti di Vallelonga (che in una conversazione con Angelo Sirianni, altro pregiudicato per Oversize, lo definisce addirittura «come un figlio»), nonché l’addetto al recupero crediti, alle intimidazioni e alle spedizioni punitive contro trasgressori intranei e non all’associazione. Alla quale, documentano gli investigatori, faceva capo una massiccia attività di movimentazione illecita di rifiuti, gestita attraverso svariate società di comodo operanti nel settore del commercio di metalli ferrosi e non ferrosi. Un traffico del volume di oltre 10mila tonnellate, reso possibile mediante l’alterazione di documenti di trasporto e F.I.R. (formulari di identificazione dei rifiuti) e mediante un sistema di false fatturazioni per un totale di circa 7 milioni di euro.

«Questa inchiesta ha evidenziato la riaffermazione della presenza della ‘ndrangheta, in particolare anche di esponenti storici, sul nostro territorio», ha dichiarato il capo della Dda di Milano Alessandra Dolci (nella foto in alto).

«È un’indagine in cui emerge la connotazione imprenditoriale del mondo ‘ndrangheta». Con un giro d’affari spaventoso: movimentazioni di denaro contante per l’acquisto e la rivendita di materiali di scarto derivante da provviste su conti correnti intestati a prestanome.

«Nell’arco temporale di tre anni - ha sottolineato la dott.ssa Dolci - abbiamo documentato prelievi in contanti da conti postali dell’ordine di 30 milioni di euro». Proventi che «sono stati in parte reinvestiti in attività legali, commercio di autovetture e ristorazione, e in parte in attività illecite, l’usura».

Almeno otto gli imprenditori, di cui molti lombardi, vittime di minacce ed estorsioni da parte degli ‘ndranghetisti, anche mediante l’uso di armi (ritrovate poi nel corso delle perquisizioni, insieme ad altri beni di valore illecitamente detenuti). Così avveniva al momento della riscossione dei prestiti, che hanno fruttato al gruppo introiti fra i 750mila e il milione di euro, con interessi che arrivavano fino al 40%. In un episodio risalente all’estate del 2017, stando al verbale delle dichiarazioni di una delle vittime, Vallelonga conduceva quest’ultima, insieme a Marchio, «in un suo capannone» dove gli puntava una pistola «alla testa» pretendendo «la restituzione del denaro». A dicembre dello stesso anno, risulta da un’intercettazione ambientale, Vallelonga chiedeva ad alcuni imprenditori intimiditi dalle sue minacce la consegna di una tranche da 30mila euro affermando di «aver pronta la borsa dei ferri» e di non avere «problemi a tirarla fuori».

In carcere sono finiti, oltre a Vallelonga e Marchio (cui è contestato il 416-bis): Alessandro Malacorda, classe ’85, di Calolziocorte, socio unico e, fino all’ottobre 2015, amministratore della A.M. Metalli, una delle presunte società fiancheggiatrici della cosca; Luciano Mannarino, classe ’89, di Brivio, subentrato a Malacorda nella A.M. e amministratore anche della ML Metalli; Vincenzo Pace, classe ’98, di Calolzio, titolare fino al gennaio 2018 di Metal Point e Copper Point; Claudio Gentile, classe ’83, di Lecco, titolare della Torinese Metalli e socio unico della GC Auto, frutto - secondo gli inquirenti - del riciclaggio dei proventi del traffico illecito di rifiuti; Fabrizio Motta, classe ’76, di Lecco, socio unico e amministratore della All Metal; e Benedetto Parisi, classe ’70, di Mandello, amministratore di fatto e autista della SB Trasporti; e Danilo Monti, classe ’91, residente a Valmadrera, già dietro le sbarre per l’omicidio di Francesco Rosso (consumato il 14 aprile 2015 nella macelleria di famiglia a Catanzaro) e titolare della società Monti Auto e della ditta individuale Monti Danilo.

I domiciliari sono stati disposti per: Santo Parisi, classe ’44, di Olginate, padre di Benedetto; i bergamaschi Jennifer Buonavoglia (classe ’84, collaboratrice della All Metal), Claudio Bissola (classe ’82, addetto ai trasporti), Clara Ferrari (classe ’73, titolare formale della SB Trasporti), Roberto Novelli (classe ’69, addetto ai trasporti); il monzese Michele Leone, classe ’85; insieme a Marco Ricci, classe ’62, anch’egli della provincia di Bergamo, presunto fornitore “in nero” di rifiuti ferrosi, e Vincenzo Geroldi, classe ’74, della provincia di Brescia, ritenuto dagli inquirenti destinatario di parte dei traffici.

Nel corso dell’attività investigativa - si legge sempre nel comunicato della Questura - era stato «sottoposto a sequestro anche un pericoloso carico di rifiuti radioattivi, composto da 16 tonnellate di rame trinciato, proveniente dalla provincia di Bergamo, bloccato dalla Polizia Stradale di Brescia nel maggio 2018».

«Questa - ha concluso il pm Dolci - è la circolarità del sistema economico della ‘ndrangheta: attività illecite, reinvestimento in altrettante attività illecite o nell’economia legale. È uno spaccato simile ad altre vicende su cui abbiamo investigato. D’altro canto, la ‘ndrangheta 2.0, come la chiamano alcuni miei collaboratori, è una ‘ndrangheta a fortissima vocazione imprenditoriale, che cerca di fare sistema con il nostro mondo economico, quindi di presentarsi con la faccia “buona” dell’agente socioeconomico che garantisce posti di lavoro e fa circolare molto denaro, soprattutto contante. E questo attrae una serie di imprenditori autoctoni». Figuriamoci - chiosiamo noi - cosa potrebbe succedere nel contesto dell’odierna crisi economica legata all’emergenza Covid.

 

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