Lombardia: «Siamo in uno stato di pandemia cronicamente fuori controllo»

DIAMO VOCE/SPECIALE COVID. Parla il virologo Norberto Ceserani (Asst Lodi): «La combinazione di cura e tracciamento del virus a livello epidemiologico dovrebbero consentire di contenere la pandemia». La sanità lombarda, tra inefficienze nella prevenzione e interventi massicci del privato: «Le Ats sono state sguarnite di competenze per screenare le patologie presenti sul territorio. Impossibile allo stato attuale isolare tutti i positivi: vanno ridotti i contagi». La soluzione? «Investire nella medicina di prossimità, sul modello delle Case della Salute, per evitare congestione di ospedali e pronto soccorso».

Ats depauperate di risorse e capacità organizzative, Asst che concorrono col privato accreditato e alle quali non è chiaro se spettino o meno competenze essenziali, come quella sull’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuali: solo alcune delle disfunzioni del sistema sanitario lombardo, di cui un anno e mezzo di pandemia globale da Covid-19 ha ormai rivelato - come emerso anche da precedenti videointerviste rilasciate da esperti a WordNews (link in fondo all'articolo) - l’asservimento alle logiche di profitto delle cliniche private e, non meno importante, l’incapacità di rispondere alle esigenze di prevenzione manifestate dal territorio. Due fattori che - è ormai assodato - in Lombardia hanno determinato un numero di morti e ricoveri in terapia intensiva che, con una sanità pubblica meglio attrezzata e una gestione del virus più efficiente a livello territoriale, si sarebbero potuti evitare.

Di questi temi, e in particolare degli aspetti epidemiologici del Coronavirus, abbiamo parlato nel corso di una videointervista col virologo Norberto Ceserani, attualmente in servizio presso la Asst di Lodi.

«Dobbiamo partire dalla nostra situazione, che è quella di una pandemia in atto. Con i numeri attuali, possiamo dire di essere nella ‘terza ondata’ pandemica», esordisce il dottor Ceserani. «In questo scenario, l’intervento dei sanitari si deve concentrare su diversi aspetti. In primo luogo, quello della cura, e quindi sia il ricovero ospedaliero in terapia intensiva per i casi più gravi sia la cura a domicilio per quelli più lievi, oltre poi all’intervento con la vaccinazione - ora il problema è perlopiù di tipo organizzativo, e cioè quello di garantire l’esecuzione nei tempi più rapidi possibile del maggior numero di vaccinazioni, partendo ovviamente dai soggetti più fragili (in cui la mortalità per Covid è più elevata) ed arrivando idealmente a vaccinare un numero di persone tale da raggiungere l’immunità di gregge».

L’altro aspetto riguarda invece quell’insieme di studi epidemiologici che, in un’ottica di prevenzione, dovrebbero consentire di verificare in tempo reale come evolve un agente infettivo: «Si tratta - spiega il virologo - dell’aspetto del tracciamento e dell’identificazione delle varianti del virus, che consente di mettere in pratica i meccanismi dell’isolamento domiciliare, e quindi la gestione dei contatti di tutti i casi.

Sono tutti interventi sanitari fra loro conseguenti e complementari, che nel loro insieme dovrebbero consentirci di arrivare a contenere e - se svolti correttamente - di contenere e gestire questa pandemia».

Il problema è che, nel contesto della Regione Lombardia, i settori della medicina territoriale, i medici di famiglia, e tutto ciò che attiene alla prevenzione, all’assistenza domiciliare, ai distretti sanitari (non ancora istituiti, a differenza delle altre Regioni) e tutti quei settori che in generale hanno a che fare col territorio non sono stati sufficientemente potenziati per reggere all’impatto col virus. «Il modello sanitario della Lombardia è un unicum a livello nazionale - osserva il dottor Ceserani - nel senso che, a partire dal ’97, si è progressivamente discostato dalle linee generali della legge di riforma del ’78 che ha istituito il Sistema sanitario nazionale. Per arrivare, attraverso l’introduzione del concetto di sussidiarietà e attraverso un intervento massiccio del settore privato in ambito sanitario, a una strutturazione del sistema che è stata poi codificata dalla legge Maroni, la n. 23 del 2015. La quale legge, in realtà, è stata giudicata sperimentale, tant’è che è recentemente scaduta, il Governo nazionale ha avanzato dei rilievi in merito alla valutazione di questo quinquennio di sperimentazione e ha dato tempo quattro mesi per elaborarne una nuova versione o comunque riformularla».

Quali sono quindi le criticità di una legge regionale di cui si lamentano la scarsa attenzione verso la medicina territoriale e un'indiscriminata opera di “ospedalizzazione” della sanità? «Questa legge - chiarisce il virologo - prevede l’individuazione di due grosse entità: le Ats e le Asst, che hanno compiti diversi, senza peraltro che siano perfettamente chiariti tra l’una e l’altra. In breve, le Asst comprendono le strutture ospedaliere, le Ats dovrebbero avere più una dimensione territoriale.

Ma in realtà queste Ats sono state progressivamente sguarnite delle risorse e delle competenze per gestire e screenare la presenza di patologie sul territorio. Ed è proprio questo l’aspetto che di più è mancato durante la pandemia: la capacità di rilevarne la presenza e di farvi fronte.

I dati sierologici - osserva Ceserani - ci dicono che il virus era presente nella pianura Padana verosimilmente da novembre del 2019: il cosiddetto “paziente 1” è stato individuato clinicamente nel febbraio 2020, quindi non sul territorio ma in un reparto di terapia intensiva, in quello che è il cuore di una struttura ospedaliera. Questo è un campanello d’allarme riguardo alla capacità del sistema di tracciabilità di individuare la presenza di malattie diffusive sul territorio».

Questo, dunque, il risultato - ricorda il dottor Ceserani: «In Lombardia, così come in tutta Italia, siamo in uno stato di pandemia cronicamente fuori controllo, nel senso che con delle percentuali di positività dei tamponi che viaggiano intorno al 6-7-8% è virtualmente impossibile effettuare da parte di qualunque sistema epidemiologico il completo tracciamento e isolamento da tutti i contatti dei casi positivi. Per cui - conclude - diventa imperativo ricondurre a un numero più basso la presenza dei nuovi contagi giornalieri, e quindi la positività dei tamponi, in modo da consentire ai servizi territoriali di svolgere nel modo più efficace le funzioni di gestione e tracciamento dei contatti».

Stando così le cose, il percorso in cui indirizzare la revisione della legge sanitaria regionale dovrebbe apparire, secondo il dottor Ceserani, ben delineato: «Mi sembra di poter dire che è il modello della sanità territoriale o della “medicina di prossimità” quello su cui si deve investire di più e meglio. Un modello che sta prendendo sempre più piede, che in realtà è previsto già dalla normativa, ed è stato in effetti realizzato in altre Regioni sia pure un po’ a macchia di leopardo, è quello delle “Case della Salute”. È una sperimentazione che in Emilia-Romagna viene fatta ormai da dieci anni.

Si tratta - spiega il virologo - di strutture sanitarie decentrate sul territorio, che idealmente servono un bacino territoriale corrispondente all’ambito di un distretto, al cui interno sono presenti i medici di medicina generale ma anche alcuni medici specialisti, i servizi sociosanitari del territorio (ad esempio, l’assistenza domiciliare integrata, le cure palliative, i servizi di supporto ad anziani parzialmente non autosufficienti). In questo modo si realizza un’integrazione dei servizi sanitari e assistenziali territoriali che ha una misura più ridotta, è in grado di fornire una medicina di buon livello - quella di prossimità - e soprattutto di gestire in modo adeguato tutta una serie di patologie e situazioni che attualmente in modo indebito vanno a incidere sugli ospedali e sui pronto soccorso, cioè i famosi “codici bianchi” e “codici verdi”. Che costituiscono la stragrande maggioranza degli accessi in pronto soccorso, ma sono in realtà dal punto di vista clinico “accessi impropri”, per patologie che potrebbero essere gestite dal medico di base o da strutture territoriali se fossero presenti, adeguatamente supportate e gestite in modo capillare sul territorio. Quindi, credo che il modello delle case della salute sia la risposta alla performance così cattiva del sistema sanitario in Lombardia nei confronti della pandemia».

Quanto infine alla sua precedente esperienza di medico nel bergamasco, una delle zone più colpite durante la prima ondata, il dottor Norberto Ceserani ha raccontato le difficoltà, ma anche le notevoli capacità di adattamento dimostrate dal personale sanitario di fronte all'emergenza epidemiologica: «Siamo stati costretti, come tutti, a rimboccarci le maniche e a fronteggiare questa pandemia. Nell’ospedale dove lavoravo prima (l’Ospedale di Romano di Lombardia, ndr) nel bergamasco, abbiamo riconvertito l’intero ospedale - e quindi i reparti di medicina, chirurgia, ortopedia, lo stesso pronto soccorso - in un unico grande reparto Covid. Sono stati momenti drammatici, durante i quali tutti gli operatori sanitari sono stati messi a dura prova, e sicuramente la forza d’animo e la capacità di questi operatori è stata determinante nel fronteggiare il virus. La mia esperienza è quella di un mondo e di un’organizzazione di lavoro che è stata costretta in tempi velocissimi a mutare completamente. Questo ci dice anche come la resilienza e la capacità di adattamento di un sistema sanitario tradizionalmente basato sulla gerarchia o su una divisione netta dei ruoli, sia in realtà malleabile e modificabile in presenza di una situazione di emergenza assoluta. Questo è avvenuto dappertutto.

Abbiamo anche spiegato in una pubblicazione scientifica, intitolata “Prompt and unavoidable requalification of ordinary hospital wards into a centralized department characterized by high-intensity treatment due to COVID-19 epidemic: the experience of Romano di Lombardia Hospital”, come abbiamo rimodellato l’aspetto organizzativo del lavoro nel nostro ospedale, e quindi la divisione delle attività, la gestione complessiva della vita clinica del reparto di fronte all’emergenza pandemica. Tutti gli ospedali, a seconda del loro status, si sono attrezzati per operare al meglio, reparti ordinari sono stati trasformati in reparti semi-intensivi e reparti che avevano già delle terapie intensive sono stati il più possibile potenziati per far fronte alle necessità dei pazienti più gravi».

 

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