L'uomo e il cibo: riflessioni su un'identità perduta

“Quando è possibile mangiare quasi tutto ciò che la natura ha da offrire, decidere cosa è bene mangiare genera inevitabilmente una certa apprensione, soprattutto se certi cibi possono rivelarsi dannosi per la salute o addirittura letali." Cosa influenza le scelte alimentari dell'uomo moderno? E come districarsi in questo mare di cibo e disinformazione?

L'uomo e il cibo: riflessioni su un'identità perduta

L’atto del mangiare della specie umana, istinto di sopravvivenza primordiale, è solo in apparenza “naturale”. L’uomo non si ciba solo per sopperire ai fabbisogni fisici di sensazione di fame e necessità di introdurre energia. L’essere umano, quando si nutre, compie delle scelte, e queste ultime non sono casuali. Un onnivoro non umano, un qualsiasi animale dunque, quando è affamato, deve in qualche modo capire e ricordare cosa è commestibile, e deve farlo in totale autonomia.                           

L’uomo, in quanto onnivoro, è dotato di straordinarie capacità di riconoscimento e di memoria che gli consentono di evitare i veleni e di ricercare i cibi più nutrienti. In questo processo l’uomo è aiutato dal senso del gusto, che lo porta spontaneamente verso il dolce, segnale di ricchezza di carboidrati energetici, e gli fa evitare l’amaro, caratteristica di sostanze velenose sintetizzate dalle piante, così come segnala tramite il disgusto cibi potenzialmente dannosi come il cibo scaduto o avariato.                                                                                                               

Per l’uomo, il fatto di essere onnivoro rappresenta al tempo stesso un vantaggio e una sfida. La flessibilità, data proprio dall’assenza di specializzazione alimentare, ha consentito agli esseri umani di colonizzare tutti gli habitat della terra, adattandosi quindi alle differenti tipologie di cibo offerte. Di contro, gli onnivori devono spendere tempo ed energie a comprendere cosa mangiare, secondo una visione ultimamente manichea del cibo: da una parte quello buono, dall’altra quello cattivo.

Il koala mangia le foglie di eucalipto. Il panda mangia le foglie di bambù. La balena mangia il plancton. Nessun equivoco, nessuna incertezza, nessuna variazione di menù, nessuna domanda: tutto è già scritto nel DNA. Il loro problema è come trovare il cibo, non quale cibo trovare. Un animale onnivoro invece deve affrontare delle scelte, e per giunta complesse: cosa posso mangiare e cosa no? Cosa è più nutriente e più utile mangiare? Quale cibo è più gustoso? In definitiva: cosa mangiare? Ecco il dilemma dell'onnivoro.

Nel momento in cui scegliamo di mangiare quel determinato cibo, lo assimiliamo, rendendolo parte di noi: questo rapporto di ingestione e digestione, quindi di assimilazione, rivela una relazione quasi mistica con le cose di cui ci si nutre, perché ciò che abbiamo assorbito e non solo superficialmente consumato, è diventato “parte attiva della nostra consapevolezza”.

Mangiare è incorporare il diverso da sé e far sì che diventi parte di sé.

Quindi, il fatto di mangiare un determinato cibo, giudicandolo commestibile, ritenendolo squisito o all’inverso poco appetitoso, serve a definirci più di qualunque altra cosa. Ci definisce come esseri viventi, mammiferi, onnivori, esseri umani, appartenenti ad una certa epoca, cultura, categoria sociale, famigliare, in definitiva, come individui unici e irripetibili. Scegliamo un cibo perché ci piace, perché ci fa bene, perché ci ricorda un momento felice della nostra vita: l’atto del mangiare è quindi non solo necessità fisiologica, ma un vero e proprio rito che racchiude in sé significati e gesti profondi, che fanno parte di noi e ci caratterizzano all’interno della società.

Come accennato, i sensi dell’uomo sono di aiuto per una prima distinzione tra cibi buoni e cibi nocivi, ma egli si affida in modo particolare anche a quegli strumenti che stanno tra l’evoluzione, la scoperta culturale e la tradizione.                                                                       

Esiste un’ampia serie di regole per una saggia alimentazione che sono state codificate dall’uomo in una serie di rituali, etichette e tradizioni che si dipanano in ogni singolo aspetto e che riguardano:

- le dosi del cibo;

- l’ordine con cui deve essere consumato;

- le tipologie di alimenti proibiti e permessi.

Molti studi di antropologia si sono interrogati su quale fosse il senso biologico di questa serie di regole, e la conclusione è stata che aiutano a rafforzare una determinata identità e risolvono il problema del dilemma dell’onnivoro. Qualcuno, prima di noi, si è preso la responsabilità di decidere al nostro posto, e questo ha creato i diversi gusti e le diverse sfaccettature che il cibo assume all’interno di culture diverse.

Che cosa è successo poi? Che cosa caratterizza l'epoca moderna? Quali sono stati gli effetti della globalizzazione sul rapporto uomo-cibo?

E’ successo che il cibo è diventato troppo.

Siamo letteralmente circondati dal cibo. Noi italiani non ne abbiamo mai avuto così tanto a disposizione e in tale varietà.

Dovremmo essere contenti di poter scegliere senza troppi problemi ciò che intendiamo consumare, avendo a disposizione una tale varietà senza precedenti. Eppure, non siamo mai stati così ansiosi rispetto al cibo. La combinazione tra eccessiva quantità e tipologia di cibi nei supermercati, associata alla mancanza di adeguate chiavi di lettura e interpretazione, causata da una progressiva perdita di identità alimentare, disorienta gli individui e li riporta indietro nel tempo, al momento delle scelte.

Al supermercato, come al ristorante, l’uomo è così assalito da “dubbi onnivori”, alcuni ancestrali legati alla sua natura, altri del tutto nuovi e legati alla situazione attuale: compro la frutta normale o quella biologica? Quella locale o quella di importazione? Il pesce d’allevamento o quello selvaggio? Olio di semi, burro o margarina? Si scrutano i prodotti, si pesano i pacchetti, si leggono le etichette per capire la composizione e spesso ci si chiede il significato di ciò che si legge.

Ad aggravare le cose, ci si mette anche la disinformazione. Siamo bombardati da messaggi allarmanti rispetto a questo o a quell’alimento: il burro fa male, ma anche le uova, per non parlare dello zucchero, ma pure la farina 00. E il salame? Per carità, pieno di conservanti. Il pesto? Pare che sia cancerogeno.

La più naturale delle attività umane, nutrirsi, scegliere cosa mangiare, è diventata sempre più un’impresa che necessita di aiuto da parte di nutrizionisti, scienziati dell’alimentazione, medici. Alcuni dei quali, ahimè, non fanno altro che aumentare ancor di più la confusione che c’è attorno al tema cibo.

Le nuove diete iperproteiche e a basso contenuto di carboidrati trovano sostegno in nuovi studi epidemiologici, nuovi libri di diete e nuovi articoli scientifici. La dieta “gluten free” è diventata la panacea per tutti i mali. La dieta vegana il nuovo trend per restare in forma.       

In mezzo a tutto questo disordine, principalmente mediatico, resta l’uomo, che non si fida più dei suoi gusti, delle sue preferenze, delle sue necessità, e finisce per porsi 1000 domande su cosa sia meglio mangiare per risolvere problematiche che nemmeno gli appartengono, e che soprattutto, inizia a nutrirsi senza provare piacere.

Un cambiamento così radicale nelle abitudini alimentari è segno evidente di un disordine alimentare diffuso. Come scrive Pollan: “quando è possibile mangiare quasi tutto ciò che la natura ha da offrire, decidere cosa è bene mangiare genera inevitabilmente una certa apprensione, soprattutto se certi cibi possono rivelarsi dannosi per la salute o addirittura letali”.

E’ questa la faccia moderna del dilemma dell’onnivoro. Ciò che storicamente si riferiva a una condizione naturale dell’uomo, diventa, quasi per contrappasso, il suo contrario: emblema di una situazione di incertezza generata dal prevalere di condizioni di innaturalità. Stordito dall’eccesso di offerta e di informazioni, non in grado di conoscere a fondo i processi industriali, la composizione del cibo, le conseguenze per la salute di ciò che ingerisce, l’uomo fatica a effettuare le sue scelte.

In questo modo, una delle esperienze più appaganti per la persona, anche in chiave relazionale, diventa spunto di apprensione, angoscia, criticità crescenti.

Districarsi tra le innumerevoli notizie riguardanti il cibo e tutto ciò che ne deriva, ci ha letteralmente mandati in confusione: non siamo più in grado di decidere, affidandoci ai nostri sensi e, soprattutto, alla nostra capacità di giudizio, se quella pietanza è buona o meno. La disinformazione ci ha reso schiavi di cibi che nemmeno ci piacciono, in cui non riusciamo ad identificarci, ma che continuiamo ad ingerire seguendo il “profeta del cibo” del momento.

E’ arrivato il momento di aprire gli occhi. Di ricominciare a fidarci dei nostri gusti e delle nostre preferenze. Di andare al supermercato e riempire il carrello di cose che ci piacciono, non di prodotti spacciati per “miracolosi”.

Siamo dotati di cervello e di libero arbitrio, e possiamo dunque decide di smetterla di farci riempire la testa di informazioni fuorvianti. Impariamo a saper scegliere. Impariamo da chi sa cosa dire, e non da chi parla per sentito dire. Torniamo a mangiare con consapevolezza, a ricercare la qualità di ciò che ingeriamo e non alla quantità. Torniamo a nutrirci da essere umani, che mangiano sì per vivere, ma anche per piacere. Proviamo a ritrovare il contatto con noi stessi e con il cibo, riscoprendolo per ciò che è e non per quello che lo hanno reso.

 

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