L'urlo silenzioso di Rothko

Osservare una tela di Rothko è come ascoltare il suo silenzio, immaginarlo mentre prepara la sua opera, sentire il suo urlo, il dolore di un artista che non ha mai smesso di evolversi, che non scelse mai la linea, bensì una separazione tra i colori che erano protagonisti delle sue opere.

L'urlo silenzioso di Rothko
Lo studio dell'artista

Una mattina di febbraio a New York, un allievo trovò il corpo del proprio maestro tra le sue opere. Era il 25 febbraio 1970 e l'arte perdeva un altro figlio lacerato dalla depressione, con la convinzione (forse) di essere di peso, di farsi da parte quando nessuno voleva che Mark Rothko stesse in un angolo in alto di una stanza, lontano. L'arte lo voleva al centro, nel suo silenzio.

Nessuno sa perché Rothko abbia deciso che proprio quella mattina fosse il momento di andare, di non tornare più. Rothko, oltre alle sue opere suggestive, uniche, ci ha lasciato i suoi pensieri raccolti in Conversazioni con Rothko di Alfred Jensen, anche lui pittore.

Osservare una tela di Rothko è come ascoltare il suo silenzio, immaginarlo mentre prepara la sua opera, sentire il suo urlo, il dolore di un artista che non ha mai smesso di evolversi, che non scelse mai la linea, bensì una separazione tra i colori che erano protagonisti delle sue opere. I suoi colori non erano pace, erano violenza. Non si definì mai astrattista, egli voleva soltanto esprimere le emozioni fondamentali dell’uomo e comunicarle agli altri. Colui che fu rivoluzionario criticò aspramente la Pop Art e la ricerca di Andy Warhol. Rothko decise di sposare l'arte, il colore, nel 1925, anno in cui si iscrisse alla New School for Design di New York.

Dipingere dava a quel ragazzo, poi uomo, che sempre si sentì emarginato, un piacere fisico di cui non potette più fare a meno. Sulle sue opere l'artista si esprimeva così: «Se la gente vuole esperienze sacre, ce le troverà. Se vuole un’esperienza profana, troverà anche quella. Io non prendo nessuna posizione». Nelle sue ultime commissioni Rothko optò per tele coperte dal nero e dal grigio. Era ormai lontano dai suoi colori accesi, dal giallo, dall'arancione, i suoi toni cupi gridavano che il proprio padre era in una crisi profonda, dove il vuoto era l'unica emozione. Gli anni delle depressione sono stati gli anni in cui l'artista ha prodotto una enorme quantità di opere. Rothko stava male, ma questa volta un po' di più. Marcus Rothkowitz si era reso conto che il nero aveva ingoiato il rosso.