MAFIE & MALAPOLITICA. «Con una politica meno negazionista, la situazione non sarebbe così grave»

DIAMO VOCE. ‘Ndrangheta al NORD. Riportiamo le parole di Lucrezia Ricchiuti e Davide Vismara, ospiti alla puntata del 10 aprile della nostra rubrica Diamo Voce. Si è parlato della situazione di radicamento di mafie e corruzione al Nord Italia e in Lombardia, con particolare riguardo ai fenomeni di collusione tra ‘ndrangheta, politica e imprenditoria nel caso di Seregno e della Brianza. Trasmesso anche un prezioso intervento della presidente della commissione Antimafia della Regione Lombardia, Monica Forte. Nessuno degli avvocati coinvolti ha risposto all’invito di WordNews a partecipare all’iniziativa.

MAFIE & MALAPOLITICA. «Con una politica meno negazionista, la situazione non sarebbe così grave»
Monica Forte, presidente della commissione Antimafia della Regione Lombardia

«Io credo che l’espansività economica della Lombardia e della Brianza, almeno dagli anni ‘60 in poi, sia stata il fattore privilegiato grazie al quale la ‘ndrangheta si è insediata nei nostri territori». Inizia così l’intervento di Lucrezia Ricchiuti (nella foto in basso), ex senatrice, già componente della commissione parlamentare Antimafia e attualmente membro dell’associazione Brianza SiCura, nell’ambito della puntata del 10 aprile della rubrica “Diamo Voce” di WordNews, dedicata alla “Presenza della ‘Ndrangheta al Nord: il caso di Seregno”. Fra gli ospiti anche il consigliere comunale di Seregno Davide Vismara (Lista Civica “Ripartiamo”) e la presidente della commissione Antimafia della Regione Lombardia Monica Forte (del cui intervento sono stati trasmessi in differita tre estratti).

«L’interesse prevalente della ‘ndrangheta riguardava sicuramente il settore dell’edilizia», sottolinea Lucrezia Ricchiuti. «Le locali di Desio e di Seregno, due Comuni molto simili dal punto di vista dell’insediamento della ‘ndrangheta, sono storia antica, e comunque in questo caso non legata al tema del confino. Perché - osserva - se è vero che nel 1990 Natale Iamonte era stato mandato nella casa della sorella a Desio in soggiorno obbligato, la mafia - e in particolare la ‘ndrangheta - era all’epoca già ben radicata sia a Desio con la famiglia Moscato, sia a Seregno con i Cristello e gli Stagno. Possiamo dire che in questi due Comuni, ma anche nel resto della Brianza, è stata proprio l’attrattività economica, la ricchezza del territorio a interessare l’organizzazione criminale».

Anche la presidente Forte evidenzia nel suo intervento come, pure nei confini di una stessa Regione, da sempre le mafie assumano sembianti diversi a seconda degli specifici contesti territoriali d’infiltrazione (e colonizzazione). Espropriando, ad esempio, la cittadinanza dei suoi diritti di libertà attraverso il condizionamento dei Pgt comunali, o espandendo il proprio controllo sul territorio nelle varie forme che le inchieste più recenti hanno rivelato: dal tradizionale basso profilo ai violenti metodi intimidatori emersi dal processo di Como sui fatti di Cantù, al più mirato ruolo di prestatrice di servizi risultante invece dal processo ‘Papa’ di Bergamo.

«Purtroppo - è l’amaro commento di Lucrezia Ricchiuti - in Brianza si è verificato quello che tanto temeva, nel pieno della stagione dei sequestri di persona, l’ex sindaco di Giussano, Erminio Barzaghi: che si verificasse, cioè, una sorta di matrimonio fra il peggio del Sud - la criminalità organizzata di stampo mafioso - e il peggio del Nord - l’evasione fiscale e la corruzione. Purtroppo, questo matrimonio si è consumato. E nel caso di Seregno - prosegue l’ex senatrice - i politici seregnesi hanno sempre veicolato l’idea che Seregno non fosse una cittadina mafiosa, ma che lo fosse Desio. Probabilmente si sono autoconvinti di questo, ma le indagini precedenti a Infinito, Infinito stessa e le successive hanno dimostrato che a Seregno c’è una locale di ‘ndrangheta. Quindi, tutte le indagini dimostrano che la ‘ndrangheta c’è e ha fatto e, secondo me, continua a fare grandi affari».

Proprio nel settore dell’urbanistica - sottolinea Lucrezia Ricchiuti - «si è registrata una serie di tensioni che, nel Comune di Seregno, hanno caratterizzato sia le due Giunte del 2005 e del 2010 guidate da Giacinto Mariani, sia quella successiva di Edoardo Mazza. Tensioni che si sono verificate all’interno della stessa maggioranza politica che sosteneva queste due amministrazioni: all’interno della Lega Nord. Perché c’era una parte della Lega che cercava di frenare la cementificazione edilizia della città, che aveva come riferimento Luca Talice (e altri), e dall’altra parte c’era Giacinto Mariani, e poi Edoardo Mazza, che invece spingevano per una maggiore cementificazione. L’apice “negativo” - ricorda la Ricchiuti - è stato raggiunto quando due consiglieri comunali della Lega hanno accusato di violenza sessuale proprio Talice. Lui è stato per fortuna assolto, anche se credo questa vicenda l’abbia toccato per sempre. Però, se andiamo a leggere le motivazioni della sentenza, i giudici dicono proprio che tutta questa vicenda è legata all’urbanistica di Seregno.

Quindi - rileva l’ex parlamentare desiana - se ci fosse stata una classe politica più attenta e meno faccendiera, e soprattutto non negazionista riguardo alla presenza del fenomeno ‘ndrangheta nei propri Comuni, sicuramente non ci troveremo adesso in una situazione così pesante e grave».

Sia Lucrezia Ricchiuti che Monica Forte sono concordi nel considerare il ruolo-chiave svolto dall’“area grigia” di politici, imprenditori e professionisti nell’ascesa della criminalità mafiosa in Lombardia: «La ‘ndrangheta - spiega Lucrezia Ricchiuti - è un’organizzazione che sa creare relazioni. Ed è in grado di basare la propria forza su queste relazioni: si avvale dei professionisti - avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, consulenti finanziari - e dà loro lavoro per tutto quello che ritiene necessario al suo business. Naturalmente ci sono imprenditori collusi, non tutti ma tanti, che non hanno problemi a fare affari con i mafiosi, nonostante sappiano che questi lo sono. E poi ci sono i politici, che fondamentalmente cercano i voti delle mafie. Se si pensa al caso di Cantù, citato da Monica Forte, lì a farla da padrone è il clan Muscatello. Lo sappiamo tutti - sta nelle carte - che, quando il boss Muscatello era agli arresti domiciliari ed erano in corso le elezioni, c’era un viavai continuo di candidati che bussavano alla sua porta per andare in cerca di voti».

Il vero problema, condiviso da Forte e Ricchiuti, sta proprio nella «mancanza di senso etico e morale da parte delle amministrazioni pubbliche, così come di interi segmenti della società civile».

L’ex componente della commissione parlamentare Antimafia ha quindi citato l’esempio dell’inchiesta Golden Snow sugli appalti truccati per la raccolta e la rimozione della neve, che ha interessato il Comune di Desio nel maggio 2013: «Io e il sindaco (Roberto Corti, Pd, ndr) avevamo la percezione, dopo dieci anni passati all’opposizione, che gli appalti venissero in qualche modo manipolati. Certo, non avevamo le prove - quando si è all’opposizione il controllo che si può fare è quello che è. Una volta andati noi al governo della città, abbiamo voluto andare fino in fondo, e cercare di capire quel che si era verificato in quell’Ufficio Tecnico.

C’è stata un’indagine - racconta Lucrezia Ricchiuti - ne sono seguiti degli arresti, tra cui quello del responsabile degli appalti, e anche delle condanne. Ma la reazione dei dipendenti di fronte al rapporto con cui il dirigente ci aveva segnalato di aver capito, dopo controlli accurati, come gli appalti venissero truccati, non è stata quella di ringraziarlo per aver ripristinato la legalità. No, è stata quella di accusarlo di essere una “spia”. Questo per dire che è molto difficile riuscire a incidere quando si è cristallizzato un potere difficile da scardinare», quello di Uffici Tecnici spesso tramutati in «fortini quasi inespugnabili». Di qui la proposta di un sistema di «rotazione dei dirigenti», attuabile nei Comuni medio-piccoli - per forza di cose - solo a condizione di prevedere un avvicendamento «a livello sovralocale». Fondamentale, quindi, secondo la socia di Brianza SiCura, che le persone oneste si mettano insieme per ingaggiare una «battaglia» contro mafie e corruzione: «Se si venisse a creare questa unione d’intenti, probabilmente vivremo in un sistema diverso, meno corrotto, meno mafioso e sicuramente migliore per tutti».

Quindi, è seguita la testimonianza di Davide Vismara (nella foto in alto): «Nel settembre del 2015 vengo eletto segretario della Lega nella sezione di Seregno. Una Lega forte, che proviene da dieci anni di governo ininterrotto col sindaco Giacinto Mariani. L’estate precedente la sezione provinciale mi aveva contattato sulla base del fatto che molti militanti avevano proposto la mia candidatura. Io allora mi resi disponibile, lasciando loro la scelta. E già in quel periodo - specifica - nonostante non fossi ancora segretario della Lega, capii subito che certe cose non tornavano. Perché praticamente la decisione fu di dirottarsi su un candidato di Forza Italia, in un Comune dove Forza Italia ormai era diventato secondo partito dietro una Lega abbastanza egemone. E già non si capì come mai cedere la seconda città della Brianza alla candidatura a un sindaco di un esponente di Forza Italia, guarda caso di un candidato che prima faceva l’assessore all’Urbanistica. Quindi, vista la situazione con gli occhi di adesso, sembra abbastanza lampante quello che poi sarebbe accaduto. Ma all’epoca la questione venne archiviata politicamente».

Poi, in autunno, la candidatura a segretario cittadino della Lega: per un voto Vismara si aggiudica l’incarico, «grazie anche - ricorda - alla corrente di Luca Talice, ancora presente in sezione in maniera massiccia». Da lì, sarebbe partita quella che definisce «un’avventura». I guai, per l’amministrazione Mazza, erano infatti dietro l’angolo: «Già dopo qualche mese, che i conti non tornassero lo si evinceva soprattutto dai fatti. Perché l’assessore all’Urbanistica di allora (Barbara Milani, teste dell’accusa nel processo Seregnopoli, ndr) aveva ricevuto, come avrebbe in seguito deposto in udienza, alcune pressioni da determinati consiglieri comunali, che sponsorizzavano le cause di uno o più costruttori attivi sul territorio di Seregno.

Pressioni strane, anomale - denuncia Vismara. E da lì reputammo, noi e tanti altri, di fare la cosa giusta, e quindi di fare quello che poi abbiamo fatto, ognuno con i propri percorsi e per le proprie pertinenze. Il clima non era bello, era abbastanza pesante, anche perché davanti a semplici domande, sul perché certe cose avvenissero, le risposte erano sempre quelle: o molto evasive o, addirittura, di farsi gli affari propri».

«Sono passati due anni - prosegue Vismara - dal 2015 al 2017, durante i quali, settimana dopo settimana, giunta dopo giunta, si capiva che qualcosa non tornava. Anche perché i nomi che si facevano erano sempre gli stessi, le compagnie sempre quelle. Per cui sono arrivato a un certo punto in cui io ho deciso di fare un passo di lato, perché era evidente che molte cose non quadravano.

Non volevo mischiare la mia figura, la mia onorabilità e la mia presenza insieme a persone che potevano avere in corso degli affari che potevano non essere leciti.

Il culmine - ricorda - è stato quando, da segretario, dissi in un’intervista che l’assessore all’Urbanistica aveva ripristinato la distanza tra pubblico e privato: a quel punto gli esponenti di Forza Italia e della Lega mi sono saltati addosso, arrabbiati: “Ma cosa stai dicendo, sembra quasi che noi negli anni prima ne abbiamo combinate di ogni”. Poi, però, com’è finita? Che a settembre del 2017 ci fu il famoso blitz che alla fine portò via più o meno tutti.

Tra l’altro - chiosa il consigliere Vismara - la vicenda adesso si sta aggravando, perché nel novembre del 2020 è uscito il secondo filone, Seregnopoli-bis, dove da quello che si legge dai primi atti pare che i reati contestati agli indagati siano più gravi rispetto a quelli di Seregno-1, tenuto conto che in Seregno-2 sembrano emergere, più che episodi isolati di corruzione, elementi che indurre vero a parlare di un vero e proprio “sistema».

In compenso, al netto delle delusioni pregresse, dopo le elezioni di giugno 2018 si è aperto, secondo Vismara, uno spiraglio anche per Seregno: «Con la nostra lista civica - dichiara - siamo riusciti a portare via il 12,5% al centrodestra: abbiamo pescato in un ambito che non è quello del Pd, di LeU e delle liste civiche di centrosinistra, perché la gente ha cominciato a capire dopo quello che è successo. Il nostro impegno va nella direzione dell’operato del sindaco Alberto Rossi e di tutta la Giunta, perché si sta rivelando un’amministrazione di persone perbene che lavorano per il bene pubblico, con un livello di etica elevato».

Delusione, comunque, attesta Vismara, è stata quella di «vedere i propri compagni di viaggio, quelli che dovrebbero credere nello statuto del movimento per cui ci si tessera. Io - racconta - feci la prima tessera della Lega a 13 anni, quando sapevo a malapena leggere e scrivere. Ma la feci con determinati principi e convinzioni, che ho portato avanti fino al momento in cui si matura, si diventa grandi e si capisce che non è tanto quello che c’è scritto sullo statuto, ma sono le persone che fanno politica a fare la differenza. Quindi, se le persone non sono adeguate e sono prive di un alto livello morale ed etico, è inutile.

Basterebbe fare un qualsiasi test attitudinale per valutare la nostra classe politica in Brianza. Perché la maggior parte delle persone che fanno politica qui in Lombardia è nullafacente, nullatenente, non ha reddito, vive solo di incarichi politici in questo o in quell’assessorato, o anche come portaborse in Regione. Finché questo meccanismo non si riuscirà a scardinare, non ci sarà un futuro chiaro».

Sulla situazione mafie, del resto, sempre alta in Brianza deve rimanere la soglia dell’attenzione: «Sul nostro territorio - afferma Vismara - le famiglie sono sempre quelle. Basta documentarsi su quello che è successo in Brianza negli ultimi anni: la gente sa benissimo quali sono queste famiglie. Queste famiglie si sono imborghesite, sono diventate furbe, intelligenti, non è gente che parla solo in calabrese stretto, non è gente che spara. Queste cose dalle nostre parti non si vedono, perché sanno che non sono gradite, e che la gente altrimenti comincerebbe a denunciare più di quanto già non stia facendo.

Sapete - racconta - che c’è la famosa Statale 36, che va da Milano verso Lecco. Un mio grandissimo amico, appartenente alle forze dell’ordine, mi ha fatto notare una cosa: “Ma secondo te - mi ha domandato - come mai andando verso Nord a sinistra i locali e le pizzerie sono intestati a prestanome calabresi, e sulla destra della Statale sono tutti intestati a prestanome di origine campana?” Perché è evidente che quando c’è da riciclare anche la criminalità organizzata, che ha origine diversa sul territorio, si mette d’accordo. Non è un territorio dove le varie criminalità si fanno la guerra. Quindi, questo dovrebbe far riflettere e pensare tanto».

Un consiglio a chi vorrebbe fare politica? Secondo Vismara: «Non avere scheletri nell’armadio e soprattutto avere bene in testa che non si deve rubare, mai e in nessuna forma. Se uno ha un senso etico alto sa benissimo che non si deve fare. Anche perché io non sto vedendo in questi tipi di reato uno che va a rubare o si fa corrompere per milioni e milioni di euro. Cioè, la cosa grave è che c’è chi si fa corrompere per 500, 1.000, 10.000, 100.000 euro, per cifre che sono veramente irrisorie. Questa è la cosa sicuramente più grave, a cui bisogna fare attenzione».

 

 

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