Marina Abramovic incanta Napoli nell'abbraccio estatico di Santa Teresa D'Avila

Marina Abramovic incanta Napoli nell'abbraccio estatico di Santa Teresa D'Avila

Un percorso emozionante, coinvolgente e spiritualmente toccante è quello che attende i visitatori di "Marina Abramovic/Estasi", la mostra della "nonna della performance art" (come lei stessa ha amato definirsi) ospitata nella suggestiva "Sala delle carceri" del Castel'dell'Ovo di Napoli, fino al 31 dicembre. 

Tre video-installazioni, tre percorsi che rappresentano un ciclo, un cammino che l'artista serba ha compiuto nel 2009 nelle cucine di un ex convento di suore Clarisse a Gijon, in Spagna. Alle origini della performance prensentata prima a Milano e poi a Napoli ci fu l'invito di Mateo Feijòo (allora direttore del Teatro Laboral di Gijon) all'artista di realizzare un'opera site-specific nella cucina dell'ex monastero. Durante la prima visita, tra Marina Abramovic e il luogo prescelto scattò la scintilla: il fuoco sacro dell'arte iniziò immediatamente a divampare e l'energia racchiusa in quell'ambiente abbandonato e rarefatto fece nascere un lavoro di analisi del tempo e della memoria dal titolo "The kitchen: homage to Saint Therese". Ispirata alla lettura dei Diari di Santa Teresa D'Avila, le performance si svolgono proprio nello stesso luogo dove la Santa cattolica ebbe numerose "estasi mistiche", appunto la cucina, vista in una dimensione trascendentale ed intima.

Le performace

"L'arte è uno strumento con il quale comunicare con il mondo e condurre lo spettatore ad un accresciuto livello di consapevolezza. La creazione artistica è una necessità. E' come respirare: non ti chiedi mai perchè respiri, semplicemente lo fai".

"The kitchen: homage to Saint Therese" si sviluppa in tre momenti diversi, eppure intimamente legati e interconnessi dallo stesso flusso energico e spirituale. "Vanitas", "Carrying the milk" e "Levitation" sono i titoli dei rispettivi video di cui si compone la performance. Pochi, impercettibili movimenti: sullo sfondo di una cucina luminosa e colma di utensili abbandonati si staglia la figura austera e quasi "monacale" di Marina Abramovic. L'artista indossa un pesante abito nero che nasconde completamente le forme del corpo e progressivamente lo spettatore viene catturato dal silenzio meditativo del "non fare": il tempo sembra così fermarsi in un'atmosfera di sospensione e attesa. La performance parte dall'inquadratura in primo piano di un finto teschio umano poggiato su una tavola: in Vanitas "danzano" attorno al cranio i palmi delle mani dell'artista, che circondano impercettibilmente e gradualmente l'oggetto fino a racchiuderlo in una sorta di carezza protettiva e materna.

Dalla meditazione sulla condizione umana ricreata in Vanitas si passa a "Carrying the milk", il secondo momento dell'azione artistica. In questa seconda performance la prospettiva cambia radicalmente: la telecamera riprende infatti l'artista in posizione eretta, al centro della cucina. Immobile, con il capo leggermente chino, Marina Abramovic regge una bacinella ricolma di latte e per circa dodici minuti, in uno stato di profonda concentrazione e meditazione, tenta di tenere ferma la bacinella ma, lentamente, sotto il peso dell'oggetto e della tensione muscolare inizia a vacillare e a perdere il controllo del proprio corpo, testimone di un progressivo "terremoto" interiore. Ma è con "Levitation", terzo momento che chiude il ciclo di video, che la performance raggiunge l'apice dell'intensità e spiritualità artistica propria dell'estasi: in una posa che ricorda la crocifissione di Cristo e la sua Ascensione, Marina Abramovic appare allo spettatore in estasi, sollevata da terra, appunto, in uno stato di levitazione, effetto ottenuto con l'ausilio di un sistema di sollevazione invisibile. Anche in questo caso la posizione innaturale del corpo provoca, col passare dei minuti, una palpabile tensione muscolare che si scioglie sul finale, nel momento in cui le braccia dell'artista ricadono lentamente lungo i fianchi: nell'ultimo atto le mani si incrociano sul petto, in un emozionante gesto di commiato.

I tre momenti artistici finora descritti si configurano come reinterpetazioni di alcuni episodi tratti dai Diari di Santa Teresa D'Avila: Marina Abramovic diventa così l'alter ego della mistica cristiana in una dimensione legata alla spiritualità dei momenti estatici vissuti e non alla loro semplice connotazione e appartenenza religiosa; entrambe  entrano in relazione in un confronto ideale di esperienze e ricerca spirituale. Il proprio corpo, per entrambe le figure femminili (Abramovic/Santa Teresa), "è inteso come strumento per accedere a uno stato d'estasi in cui sono inevitabilmente intrecciati piacere e sofferenza fisici". Ed è la stessa Abramovic a chiarire meglio questo aspetto: "quando il corpo è sfinito, si raggiunge uno stato in cui il corpo stesso non esiste più, allora il contatto con la conoscenza universale diventa intenso. Da un certo punto di vista c'è chiarezza. C'è uno stato di luminosità".

Alla base delle performance vi è l'idea di accogliere il dolore senza rifuggirlo, aspetto presente in entrambe le figure femminili. L'intensità con cui entrambe vivono i rispettivi momenti estatici tra dolore e piacere ci fa comprendere che solo tramite la sofferenza lo spazio interiore può rifiorire in una dimensione trascendetale. Entrambe si fanno portatrici dunque di esperienze che non possono essere descritte e che attengono all'esperienza della contemplazione spirituale. E ciò porta a comprendere un altro aspetto: l'estasi mistica implica un secondo piano di percezione. Non esiste solo ciò che si può vedere perchè lo sguardo interiore ci permette, attraverso il silenzio meditativo, di conoscere l'elevazione e l'illuminazione spirituale. The Kitchen dunque invita lo spettatore a spingersi oltre l'apparente banalità degli episodi che accadono quotidianamente "sotto i suoi occhi" e a ricercare la spiritualità estatica e la conoscenza universale. 

"The Kitchen": la cucina tra focolaio domestico e luogo di memoria

"Entrando nel convento spagnolo, una sorta di miracolo è accaduto di fronte ai miei occhi , perchè immediatamente sono confluite lì l'immagine di mia nonna e la nostalgia per la sua cucina. Era come se questo lavoro fosse nella mia testa da sempre."

La cucina non costituisce solo ed esclusivamente un semplice riferimento al luogo fisico in cui sono realizzate le performance: rappresenta per la Abramovic un luogo nostalgico, pregno di ricordi, a cui la stessa è legata profondamente in un ritorno alle origini, ai suoi legami familiari e al passato. La cucina è, dunque, una sorta di fil rouge mediante il quale riscoprire se stessa attraverso la propria storia familiare: centrale, in questo contesto, è la figura di Milica, nonna materna dell 'artista. Fino all'età di sei anni Marina Abramovic ha vissuto nell'appartamento della nonna materna: "i rituali- religiosi e culinari- che accompagnavano la vita nell'appartamento in cui Marina trascorse i suoi primi anni costituirono una solida base di stabilità per quella bambina così vulnerabile". La cucina della nonna, per la piccola Abramovic, divenne così l'unico luogo in cui trovare rifugio e tranquillità spirituale- "Milica leggeva il futuro nei fondi di caffè turco o in una manciata di fagioli bianchi. Li lanciava in un certo modo, e poi leggeva le figure astratte che formavano. Quei riti e quei segni avevano ai miei occhi un che di spirituale. E mi mettevano in contatto con la mia vita interiore e i miei sogni". In "The kitchen, Homage to Saint Therese" è quindi profondamente radicato e presente il ricordo della nonna, il cui spiccato spirtualismo ha fatto germogliare nella Abramovic i frutti di quella ricerca sul corpo come medium artistico d'elezione e sulla performance come forma d'arte in cui il pubblico è coinvolto in una dimensione relazionale e partecipata.

Una mostra affascinante e dalla straordinaria valenza emotiva, un percorso immersivo curato nei minimi dettagli da Vanitas Club: "Estasi" è un appuntamento straordinario e imprescindibile nell'agenda culturale della citta di Napoli, che restituisce la bellezza dell'arte in tempi così incerti e "sospesi".