IL TEMPO DELL'ARTISTA

Il racconto attuale di Mario Velocci mantiene vive le transumanze remote, gli umori, l’afflato, finanche l’ombra diffusa.

IL TEMPO DELL'ARTISTA
opere di Mario Velocci

Nascono fiori insoliti nel giardino di Mario. E piante inconsuete. Non è così per l’agave grassa che svuota le stille della pietra e muore – mi dicono – al parto del fiore notturno. Non è così per il cespo di rosmarino grigio che fagocita gli odori periferici.

 

Nascono fiori insoliti in quel giardino. Come la torre pendula, di ferro brunito, immobile dal peso. Con le radici affogate nel cemento che ne dirotta lo sguardo per prospettive mutabili. E’ una torre di minuscole anse dove il ramarro nascente si scopre acrobata sospettoso e disegna tracciati impensabili, rotte dispotiche, soste diffidenti. E’ un’ascesa obliqua che preserva il rancore della pioggia o l’indolenza della caldura. Una sorta di meridiana arcaica che misura le ore e di queste le dilatate afflizioni. Un indizio?

 

Dinanzi ad essa, il libro d’acciaio dinamico, confine impercettibile di temporalità distanti e ordinate. Ovvero una finestra prorogata sull’alba o sulla notte impenitente. Il “libro”, o quel perimetro misurato di inattendibili incontri – la luce, il tempo, lo spazio – è una sorta di benaugurate portale. E come ogni portale lo si attraversa inseguendo ipotetiche direttrici perché la sua condizione formale, orfana di poli rassicuranti – prologo ed epilogo, entrata e uscita – sembra disegnare un luogo d’innegabile tensione. E’ un libro “interrotto” quello che Velocci scultore ha posto ai margini del camminamento, con le pagine occasionali invase da seni terrosi, da pinete sanguigne, dal silenzio opulento che s’accompagna alla sera. E lo spessore dell’acciaio – come accento della scrittura – pare assorbire le immagini, arrestarne il divenire, suggerire altre, eventuali asserzioni.

 

Il tempo non è trascorso invano se il legno affabulatorio ha abdicato per il ferro primitivo. E se questo ha smesso il ruolo ingannevole dell’ossessiva tenacia per farsi ombra filiforme, piega delirante, suono. Il “defilarsi materico” è coinciso con l’abbandono di una narrazione centralista, totemica, generosamente esplicita. Il racconto si delineava – per concludersi poi – all’interno di un’idea accurata, mai precaria o confutabile. Uno spazio “certo” ingrossato dal lamento univoco, da quel sentire radicato nella memoria tramandata e mai “offeso” dalle coordinate mutabili del dubbio.

 

Il tempo non è trascorso invano se quel ruolo “regolato” della scultura – eppure già colmo di probabili intuizioni – ha vissuto un suo inevitabile e progressivo disfacimento. La rivisitazione della memoria ha seguito allora pronunciamenti più dilatati, di certo meno intransigenti.

 

Il racconto attuale mantiene vive le transumanze remote, gli umori, l’afflato, finanche l’ombra diffusa. Non più l’immagine compiuta dell’oggetto – pur trasfigurato in contaminate prospettive – ma la dimensione onirica di esso, fatta di  ricordanze labili e tratteggiate, ordinatamente poste, come frange testimoniali, sulle campiture arse di zinco e acido. O dettate su piani terrosi, come le messi a giugno, rotte dalla dinamica dei venti e presuntuose per i bagliori sottratti al sole maturo. O gonfie, ancora, del chiarore benevolo dell’alba, quando finanche il dubbio cede all’inevitabile utopia della luce.

 

I camminamenti codificati dal trascorrere asfittico dei giorni si fanno – ora affollati di steli inconsueti e cespi d’acciaio – percorso di confidenze intime, come se una rivalità sopita alimentasse il luogo. E’ quella tra il reale mutevole e l’immaginifico incombente, tra l’albero millenario e la sua evocazione metallica.

 

Ovvero tra i compromessi del solco sottomesso al vento e la sua risoluzione d’acciaio.

C’è dunque, in questo penetrante – e deformato – “gioco degli specchi”, il tentativo, sempre alimentato, di scrivere – e riscrivere – la Storia. Ma questo dualismo visivo – lo specchio appunto, o forse, più esplicitamente, ciò che è e ciò che vorremmo – sembra coinvolgere, in maniera sempre più accesa, le risultanze dell’incedere.

Se quella di Velocci è una “scultura semplice”, dove l’emergenza del segno conduce l’artista – e l’interlocutore – sul piano di una ricordanza remota, è pur vero che il senso elementare della rappresentazione annuncia nuove, incombenti comparazioni. Dalle campiture di nero esplicito – o di ferro aggressivo – ampie e appassionate fuoriescono discendenze risolute, filamenti sottili, figliolanza combattuta di un alveo – un tempo – rassicurante. Potremmo invece leggere, in questo “duello delle simbologie” – ovvero tra la materia e l’antitesi di essa – una sorta di labirintica continuità tra l’archivio colmo della conoscenza e i possibilismi a venire, tracce inconfutabili di una presenza viva. Dall’immagine uniforme e primordiale prendono vita gli indizi di un indagare nuovo, ipotetico, interrogativo. Da quell’istanza originaria Mario Velocci alimenta le gesta del suo viaggio per rotte immediate e specifiche.

Ecco allora che il segno – grafico o scultoreo – appare sempre più quale metamorfosi del dé jà vù – pur con esso connivente -, rilettura poetica del trascorso. Mai, comunque, per riabilitarne i tracciati palesi o le confinate intransigenze, bensì per comprendere le illusioni e le disillusioni del presente. 

 

Nato nel 1949, e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma, dal 1970 partecipa intensamente alla realtà artistica contemporanea realizzando sculture in acciaio, ferro, legno che definiscono concetti spaziali. Tra le principali mostre personali vanno ricordate quelle tenute alla Galleria Tiffany di Palermo, allo Studio d’Arte Il Moro di Firenze, alla Fondazione Umberto Mastroianni di Arpino, alla Galleria Romberg di Latina, al Camusac di Cassino. Le sue opere sono state inoltre presenti nelle principali rassegne artistiche contemporanee tra cui la Biennale di Venezia, il Premio Michetti, il Premio Sulmona, Eventi.