Matteo Vinci: a due anni dall’autobomba che lo ha ucciso, cos’è cambiato?

CALABRIA. A distanza di due anni da quel terribile omicidio, che cosa è cambiato a Limbadi? Che cosa sperano oggi i genitori Francesco e Sara?

Matteo Vinci: a due anni dall’autobomba che lo ha ucciso, cos’è cambiato?
Foto, fonte ilfattoquotidiano.it

Il 9 aprile del 2018, il giovane biologo Matteo Vinci, veniva assassinato con una bomba piazzata all’interno della sua Ford Fiesta, in cui viaggiava con il padre Francesco, sopravvissuto per miracolo all’attentato, pur riportando gravi ferite.

Matteo è stato ucciso dal clan di Limbadi perché non ha voluto cedere un "fazzoletto" di terra che apparteneva alla sua famiglia da 300 anni.

 

A distanza di due anni da quel terribile omicidio, che cos’è cambiato a Limbadi e che cosa sperano oggi i genitori di Matteo, Francesco e Sara?

 

Dopo il blitz della maxinchiesta Rinascita Scott, nello scorso 19 dicembre, diretta dal Procuratore Gratteri e che ha portato all'arresto di 334 persone sottoposte a misura cautelare, è stato pure arrestato Luigi Mancuso, il “supremo” capo del clan che controlla i traffici internazionali e tiene sotto il proprio pugno il territorio di Vibo Valentia. Sono state le dichiarazioni di Emanuele Mancuso, fratello di Giuseppe, altro pericoloso esponente del clan, che hanno contribuito alla riuscita dell'operazione "Rinascita Scott".

I carabinieri del nucleo investigativo ed operativo di Vibo Valentia e la Dda di Catanzaro hanno ottenuto l’arresto della madre e della zia, che avrebbero spedito al collaboratore di giustizia una foto della sua bambina di pochi giorni in braccio al fratello Giuseppe Mancuso, per minacciarlo.

 

Il processo per l’omicidio di Matteo invece vede sul banco degli imputati Rosaria Mancuso, sorella del boss Giovanni, Pantaleone Francesco e Pantaleone Diego, il marito della Mancuso, Domenico Di Grillo, la figlia Lucia e il genero Vito Barbara, accusati anche di tentato omicidio ed estorsione, con l’aggravante delle modalità mafiose.  La Regione Calabria e il Comune di Limbadi non sono stati ammessi come parte civile nel processo per l’omicidio di Matteo perché la loro richiesta fu presentata oltre i termini previsti dalla legge.

Ci domandiamo ancora come sia stato possibile che le istituzioni comunali e regionali non abbiano rispettato i termini allo scopo di rientrare nel processo, come sarebbe stato giusto fare?

 

Intanto dalla pagina Facebook “Sosteniamo Sara e Francesco Vinci” leggiamo che in febbraio «c'è stata un'altra udienza del processo per l'autobomba che ha ucciso Matteo. Nonostante le notizie di scarcerazioni per mancate motivazioni delle sentenze e alcune rimodulazione delle accuse nel caso Vangeli, Sara e Francesco sono fiduciosi riguardo l'andamento del loro processo. Avere giustizia. Lottare per la giustizia è il motivo principale che spinge Sara e Francesco ad andare avanti e vivere. La morte di Matteo ha tolto loro il futuro e non resta altro che questa lotta. Sembra poco ma è tantissimo e durissimo in questa epoca di crisi profonda della giustizia. L'inchiesta di Gratteri ha fatto sì che un giudice corrotto della corte d'appello di Catanzaro fosse rimosso e questo fa ben sperare, ma la dice lunga sulla giustizia se dobbiamo affidarci alla speranza e all'uomo del destino».

 

Rimangono aperti molti fronti di indagine: chi ha collaborato con gli esecutori materiali, chi li ha fiancheggiati, supportati, mandati? Chi e perché “registrò” l’aggressione, che, un anno prima della bomba, i Mancuso avevano fatto a Sara e a Francesco Vinci, in mera “rissa”, per cui si verificò il fatto inaudito della carcerazione dei due anziani e dello stesso Matteo, che riportarono importanti ferite (Francesco venne ferito con un ascia sul mento) lasciando liberi i Mancuso? E perché in seguito a tale aggressione, nessuno degli organi di giustizia e di polizia sentì l’urgenza di proteggere i Vinci?

 

Una cosa è certa: se tutti coloro che intervennero direttamente o indirettamente in questa vicenda avessero semplicemente compiuto il proprio dovere, Matteo si sarebbe potuto salvare. Vi sono anomalie che la giustizia deve sanare e verificare fino in fondo, affinché non sfugga nessuno a un giusto verdetto e perché tutti coloro che hanno avuto responsabilità in questo orribile, bestiale, oseremmo dire, diabolico omicidio, paghino senza sconti e senza scappatoie legali.

 

E’ notizia di oggi che, mentre da più parti arrivavano messaggi di affetto e di sostegno ai Vinci, tra i quali quello di Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso dalla mafia, di tanti cittadini e attivisti antimafia, dei ragazzi dell’Orchestra “Falcone Borsellino” (che l’anno scorso aveva suonato davanti alla casa di Matteo, dopo che la chiesa di Limbadi aveva rifiutato di concedere i locali della parrocchia), oggi ancora Sara e Francesco ricevono intimidazioni più o meno velate.

 

Nessuna autorità finora ha fatto loro visita, tranne la telefonata da parte del Commissario di Limbadi, oggi.

Questo silenzio, che non è giustificato dall’isolamento dovuto all’emergenza del Coronavirus, ci indigna tutti profondamente.

 

Sono tante come Sara le madri tragiche costrette a lottare per avere giustizia. Tutte lamentano la stessa cosa: una scarsa attenzione per le vittime e un eccesso di garantismo per i carnefici. È come se a queste madri venisse detto: "le vittime sono morte, dobbiamo pensare ai vivi, anche se sono degli assassini."