«Meno armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari»

Centro di Ricerca per la Pace e i diritti umani di Viterbo, Movimento Nonviolento e PeaceLink: «4 novembre non festa ma lutto».

«Meno armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari»
fonte:www.peacelink.it

Circola in questi giorni sui social un grafico relativo alle previsioni della spesa sanitaria dello Stato italiano. Secondo questo grafico la percentuale in relazione al PIL (Prodotto Interno Lordo) investita nella “spesa sanitaria” andrà dal 7.5% del 2020 al 6.1% del 2024. Considerando che la stima dell’aumento del PIL è crescente per questi anni, la sensazione che in termini assoluti ci sarà una diminuzione delle risorse dovrebbe essere una percezione errata. Tutto bene quindi madama la marchesa? No, al contrario tutto male o quasi. Perché questo grafico,  al di là dei dovuti approfondimenti su tutti i documenti di programmazione economica e delle fredde cifre, ci documenta ancora una volta una realtà incontrovertibile: senza l’emergenza sanitaria la sanità sarebbe sempre rimasta meno considerata di Cenerentola e, soprattutto, si continua – al di là di proclami e pompose dichiarazioni – a considerarla solo e soltanto una spesa (e non un investimento o, meglio ancora, sacrosanto presidio di tutela di diritti umani inviolabili) da contenere, da limitare il più possibile.

L’anno e mezzo di emergenza sanitaria, come l’Italia è stata travolta e anche la situazione in tanti, troppi territori, ci dimostra quale dovrebbe essere la direzione da intraprendere e quanto la salute pubblica è inaccettabile considerarla come una specie di “spesa fastidiosa” o poco più. Ben altri dovrebbero essere i settori, già lautamente finanziati, su cui si potrebbe (e forse dovrebbe) agire. Dalla crisi greca di oltre dieci anni fa all’attuale emergenza sanitaria mondiale c’è un solo settore che non ha mai subito austerity e tagli, ridimensionati o anche solo messa in discussione: quello della guerra e delle spese militari, della costruzione e vendita di armi. Le ricette della Troika imposero massacri sociali alla Grecia ma le spese militari aumentarono, dallo Yemen all’Egitto che ha assassinato Regeni e tiene prigioniero Zaki nulla sembra poter mettere realmente in discussione il commercio italico in materia. «Il virus gonfia le spese militari» denunciò la rivista dei missionari comboniani Nigrizia (da decenni in prima fila nel documentare e denunciare il traffico e il commercio di armi) nel marzo scorso: «secondo l’analisi dell’International institute for strategic studies, nel 2020 c’è stato un aumento del 3,9%, in termini reali, della spesa mondiale della difesa, mentre è calata del 3,5% la produzione economica globale – si legge in un articolo del 2 marzo - in proporzione al Pil, si è passati da una spesa militare dell’1,85% del 2019, al 2,08% nel 2020. In valori assoluti si sono superati i mille e 830 miliardi di dollari». «Il ministro della difesa italiano Lorenzo Guerini, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, ha confermato l’impegno di Roma ad aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui, aggiungendo agli stanziamenti della difesa quelli destinati ai fini militari dal ministero dell’economia e della finanza – denunciò Nigrizia - E come ci ricorda Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso, “l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

La supremazia militare, l’amara conclusione dell’articolo su Nigrizia del marzo scorso, vale anche in tempo di coronavirus. Sette mesi dopo una conferma arriva da un nuovo articolo pubblicato dalla rivista dei missionari comboniani: è in discussione in Parlamento la richiesta del ministro Guerini di «oltre 6 miliardi per poter comprare nuove armi». Tra questi 6 miliardi quasi un terzo saranno destinati all’acquisto di droni, «armi che riempiono le casse delle aziende di settore senza però un ritorno occupazionale adeguato». «Non solo non c’è in Italia alcun dibattito pubblico sulla possibilità di convertire il sistema militare verso il settore civile, ma non si discute neppure sull’opportunità di dirottare i fondi pubblici verso servizi essenziali come il sistema sanitario o scolastico o assistenziale – sottolinea Nigrizia - da quando al governo c’è il ministro Guerrini la spesa militare è schizzata e non c’è alcuna possibilità, al momento, di un suo ridimensionamento».

La necessità, resa sempre più evidente dall’emergenza sanitaria, di questo cambio di rotta sarebbe vitale ed indispensabile. Lo ricordano anche quest’anno, il Centro di Ricerca per la Pace e i diritti umani di Viterbo, il Movimento Nonviolento e PeaceLink in occasione della festa del 4 novembre. «Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate" nell'anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari): per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non furono solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa» sottolineano proponendo di «ricordare e onorare quei morti rinnovando l'impegno contro ogni guerra e la sua preparazione, dunque contro le guerre di oggi, contro le armi costruite per le guerre di domani. Solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise». «Meno armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici – la proposta rilanciata anche in questo secondo 4 novembre dall’inizio dell’emergenza sanitaria - Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano. Per questo sosteniamo la richiesta che l'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari. Per questo sosteniamo la Campagna "Un'altra difesa è possibile", che prevede l'istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta. Pace, disarmo, smilitarizzazione. Tutela della salute di tutte e tutti».

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