Michele Peri, tra mito e realtà

Un linguaggio, il suo, che attraversa la scansione alchemica del divenire e che vede protagonista quella mistura miracolosa che ogni giorno ci offre la luce e l’ombra, l’arsura e il sollievo, il sovvertimento e la pausa.

Michele Peri, tra mito e realtà
opera di Michele Peri

Sembrano rimarcare, le opere ultime di Michele Peri, un accento che diremmo primordiale, ovvero quella linea conciliante che guida il suo lavoro fin dall’inizio e che accoglie – oggi come ieri – la certezza di una presenza che non ammette sconti o fragilità di memorie. Un rapporto tenace, intimo, indispensabile e prezioso con quella “presenza”.

Che è la Natura – madre e matrigna – nel suo irrefrenabile periodare ed in questa le dinamiche del fluire: l’ascolto, il fiuto, il fremito, il gesto. Ma più forte e segreto – quasi un presagio – è oggi questo concedersi allo sguardo. Che non è soltanto l’osservazione retinica dell’esplicito, piuttosto la capacità di raccogliere e scrutare i frammenti dell’altrove. Ovvero quei brandelli celati che in verità sono l’origine di ogni transito.

Marcato è il rapporto di Peri con quella “ciclicità degli elementi” che è fonte e bivacco di un dire (e di un conoscere) che rimanda – quasi inevitabilmente – alla sua genia culturale, umana, artistica. E pertanto espressiva. Un linguaggio, il suo, che attraversa la scansione alchemica del divenire e che vede protagonista quella mistura miracolosa che ogni giorno ci offre la luce e l’ombra, l’arsura e il sollievo, il sovvertimento e la pausa.

Non è un caso poi che la sua terra – il Molise – sia un cortile di minuti incantamenti, come se in questo luogo si materializzassero, puntualmente, i miti e i riti del suo inesauribile racconto. Non è un caso che in questo percepibile contenitore prendano vita quegli elementi ai quali Michele Peri restituisce virtù – talvolta corpo – in una immaginifica  ma consapevole trama d’amore. La terra, in primis. Come una sorta di infinito carteggio al quale ogni voce ha trasmesso il rifiato del tempo vissuto, lo stupore, la sofferenza. La terra, testimone e teatro di memorie comuni e infinitesimali. Recipiente unico del tempo umano. E di questo, (del tempo) l’autore pare farsi – nel ruolo binario di attore e di narratore – scrupoloso investigatore. Un intervento che potremmo immaginare di “rendiconto archeologico”, di scavo, o meglio ancora di disseppellimento.

Affiora allora quella sorta di congiunzione tra mito e realtà che è “capitolo” narrativo costante di Michele Peri, quasi insostituibile. Repertato e riabilitato come indizio del contemporaneo, perché di questo è genia transitata per stupori e tremori, per disfatte  o per chiarori. Una memoria “annusata” in ogni minuscolo recesso:  e riscattata quale prologo ricorrente, principio di ogni inedito mutamento. Così per l’acqua, che ha anch’essa facoltà di ricordo; che smuove memorie millenarie, che segue indizi e parole, che dà accoglienza e dissuade.

Basta allora “amplificare” questi frammenti, dilatarne – talvolta esageratamente – il respiro e farne prototipi del presente. Non già per riparare al remoto, quanto invece per farne “luoghi” di attraversamento e conoscenza. Questo, mi pare, il varco che in ogni istante del suo tempo Michele Peri tenta di percorrere.

 

Biografia di Michele Peri - (Rocchetta al Volturno 1947), artista del luogo ed uno dei più significativi scultori molisani degli ultimi decenni, ha sempre lavorato con materiali offerti dal territorio sperimentando negli anni Settanta anche la Land Art. Alcune opere degli anni Ottanta (sua anche la maschera del Cervo di Castelnuovo) dimostrano la tendenza verso un’installazione di carattere totemico capace di evocare le forze ctonie del luogo mentre la sperimentazione di strutture instabili, nella ricerca di una memoria archetipica capace di divenire impressione di forma e al contempo organismo astratto e auto significante, ha condotto verso lavori modulari e prismatici. L’artista opera per stratificazioni, investigando il tempo e il cosmo, impostando le fondamenta di un edificio virtuale del quale percepiamo la struttura ma mai il suo organismo. Le installazioni diventano miti di fondazione nel rapporto che crea tra ordine terrestre, spazio vitale e tempo ciclico mentre l’utilizzo di precisi punti cardinali, di snodi e simboli/segnali determina una dimensione interna ed intima, il riflesso del mondo materiale attraverso forme primigenie. Allo stesso momento il blocco delle storie, il loro ancoraggio a supporti precari e alla dimensione espositiva dei luoghi, diviene trasmutazione della memoria verso forme del possibile. Nelle opere di Peri ogni punto di superficie può essere preso per centro del mondo, per veicolo di salvezza, nell’irraggiamento caotico di tutte le direttrici, nella ricerca modulare e compositiva, quasi naturale, di un confine che comprende un’idea aumentata dello spazio, orientato non verso un nucleo lacerato bensì verso il limite, la periferia dello sguardo, l’estremità dello spazio e dell’istante, la soglia.

 

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