Milano, altri sequestri contro la ‘ndrangheta dell’Ortomercato

Operazione Provvidenza bis: colpiti giri d’affari milionari di persone vicine al clan Piromalli di Gioia Tauro fra il mandamento tirreno e la locale milanese

Milano, altri sequestri contro la ‘ndrangheta dell’Ortomercato
I carabinieri del Ros coinvolti nelle operazioni di sequestro - foto tratta da cn24tv.it/

Ottobre, mese della ‘Provvidenza’. Qualche settimana fa i carabinieri del Ros completavano un’indagine patrimoniale avviata lo scorso giugno come naturale prosecuzione dell’operazione ‘Provvidenza’ portata a termine dagli agenti speciali dell’Arma fra gennaio e febbraio del 2017. Operazione che aveva condotto, a seguito delle indagini coordinate dal procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, all’esecuzione di 33 provvedimenti di fermo emessi dal gip del tribunale reggino nei confronti di altrettanti presunti affiliati alla cosca Piromalli, la più potente fra le ‘ndrine della piana di Gioia Tauro.

Nel mirino degli inquirenti, ancora una volta - a distanza di 10 anni - le attività legali e illegali gravitanti attorno al mercato ortofrutticolo di Milano, da decenni ormai nell’orbita del clan gioiese. Prima di esso, nel maggio 2007 fu la volta delle cosche Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo, allora egemoni nel milanese, e sull’Ortomercato in particolare. Ne è seguito l’arresto di 20 persone con l’accusa di traffico internazionale di droga e riciclaggio, oltre al sequestro di 250 chili di cocaina nell’ambito dell’operazione ‘For a King’, dal nome del night club aperto nella stessa zona del mercato. Il processo condurrà alla condanna, fra l’altro, del gestore del locale Antonio Paolo, ritenuto il prestanome di Salvatore Morabito.

Questo accadeva vent’anni fa. Non che oggi la situazione sia cambiata. I beni sequestrati il 12 giugno scorso nell’ambito dell’operazione denominata appunto ‘Provvidenza bis’ - per un ammontare complessivo di oltre 6 milioni di euro - appartenevano a Teodoro Mazzaferro, imprenditore morto a 80 anni nel 2018, ritenuto esponente di rilievo della cosca Piromalli. Su di lui pendeva l’accusa di aver partecipato nel 1975 con i Piromalli alla spartizione illecita (e quindi al successivo riciclaggio) dei soldi delle commesse pubbliche per la costruzione del V Centro Siderurgico di Gioia Tauro.

Su questa base, lo scorso 1° ottobre i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale procedevano anche al sequestro di diversi beni immobiliari, per un valore complessivo di 1,5 milioni di euro, di proprietà dell’imprenditore Girolamo Mazzaferro, 85 anni, fratello di Teodoro: due imprese agricole con sede nel comune di Gioia Tauro di patrimonio aziendale e profitti annui pari a 200mila euro, quattro immobili di cui tre ad uso abitativo e uno agricolo fra Gioia Tauro e Roma dal valore stimato di 600mila euro, insieme ad altri due immobili - un deposito e un terreno dal valore stimato di 700mila euro - acquistati con i proventi da usura a danno di due cittadini di Gioia Tauro.

Il processo Provvidenza (che nell’omonima inchiesta ha la propria scaturigine) ha svelato gli interessi economici della ‘ndrangheta gioiese ad investire i propri capitali in un cospicuo numero di affari nelle insenature di mercato offerte dalla metropoli milanese. Un’occasione preziosa per continuare a operare nell’illegalità senza destare troppo nell’occhio. E per lungo tempo Antonio Piromalli, 48 anni, figlio del boss Giuseppe ‘Facciazza’ (arrestato nel 1999 e detenuto nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila), ci è anche riuscito, gestendo come socio occulto le forniture di prodotti agroalimentari dispensate dal consorzio Copam di Varapodio (Reggio Calabria) attraverso svariate imprese - come Ortopiazzolla Srl e La Polignanese Srl, a loro volta controllate dalla P&P Foods - interposte di fatto alla Sogemi S.p.A., la partecipata dal Comune di Milano. Così è andata fino al suo arresto, avvenuto nell’ambito dell’operazione ‘Cent’anni di storia’ nel luglio 2008.

Il filone processuale nato dall’inchiesta della Dda di Reggio Calabria si è concluso il 17 novembre 2018 con otto assoluzioni e undici condanne a carico di soggetti ritenuti esponenti dei clan Piromalli e Molé, nonché di imprenditori che delle distribuzioni commerciali e delle lottizzazioni immobiliari con il ‘concorso finanziario’ della cosca hanno fatto la loro fortuna. Vent’anni la pena più elevata, inflitta allo stesso Antonio Piromalli e a Domenico Stanganelli. Condannati anche gli imprenditori Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi, preposti ad alcune delle attività illecite delle cosche. Guerrisi, in particolare, all’edilizia. Altri due, Francesco Cordì e Francesco Sciacca, cognati di Piromalli, si occupavano - secondo l’accusa - di mandare i ‘pizzini’ dalla Calabria riguardo ai settori di loro competenza, perlopiù abbigliamento e turismo.

Una storia, quella dei Piromalli, densa di infiltrazioni criminali nei settori più redditizi dell’economia, tanto della Calabria come del milanese. I capi-bastone di Gioia Tauro - secondo ricostruzioni, fra l’altro, dell’inchiesta ‘Crimine’ - sarebbero addirittura al comando del cosiddetto “mandamento tirrenico”. Basta fare un balzo alle dichiarazioni rese in interrogatorio da un indagato dell’operazione ‘Metauros’ del 2017 per comprendere meglio di cosa stiamo parlando: “Prima di fare qualcosa a Gioia Tauro devono passare tutti per forza dai fratelli Piromalli”. Nientemeno che Giuseppe ‘Peppino’ Piromalli, padre di Giuseppe ‘Facciazza’, e Girolamo ‘Mommo’ Piromalli, capostipite della famiglia con un passato nella X Mas di Junio Valerio Borghese. Alla sua morte, nel 1979, il funerale che gli fu fatto era degno di quello di un padrino.

Ma i Piromalli non avrebbero nemmeno disdegnato - specie attraverso la massoneria deviata - i rapporti con la politica. Legato ai Piromalli (al punto da esserne “la stessa cosa”) è stato anche Aldo Miccichè, faccendiere ed ex segretario provinciale DC, esperto manovratore di voti, fuggito in Venezuela nei primi anni 2000 per sottrarsi a una condanna per bancarotta fraudolenta, e morto nel gennaio 2018, mentre era ancora sotto processo insieme ad Antonio Piromalli. Nonostante la latitanza, Miccicchè avrebbe continuato ad esercitare un forte influsso anche a Milano. Tra ottobre e dicembre 2007 fa alcune telefonate al senatore Marcello Dell’Utri - che verrà condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2014 - per discutere della candidatura di Gioacchino Arcidiacono, cugino di Antonio Piromalli, come responsabile giovanile preposto all’organizzazione dei Circoli della libertà nei territori del mandamento tirrenico.

Fagli capire che il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi”, è la famosa frase di Miccichè a Dell’Utri intercettata dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta Cent’anni di storia. “Fagli capire che in Aspromonte tutto quello che succede la sopra è successo tramite noi...” Cioè, in primis, la costruzione del V centro siderurgico poi divenuto porto di Gioia Tauro. È da queste parole che emerge tutta la capacità della ‘ndrangheta di spostare pacchetti di voti per influenzare persino la scelta dei rappresentanti politici. In cambio della proposta di Arcidiacono, nipote di un boss al 41-bis, Dell’Utri avrebbe mandato il figlio Marco in Venezuela a trattare della rilevazione di alcune quote societarie. Di fronte, la prospettiva di una conciliazione delle tensioni tra i Piromalli e Molé, che invece finiranno in guerra all’indomani dell’arresto di Piromalli e Arcidiacono.

Sarebbero arrivati poi i Caruana e Cuntrera, trafficanti internazionali agrigentini con cui la politica non esiterà ad intessere rapporti, anche attraverso l’occasione ‘sociale’ dei matrimoni. Alle nozze di una delle figlie dei Caruana prende parte il futuro ministro Calogero Mannino. Quelle di casa Cuntrera vedono addirittura la presenza fra gli invitati del presidente della Repubblica del Venezuela. Intanto, i Pesce e i Bellocco mettono le radici a Rosarno grazie all’opera di Antonino ‘U testuni’, sicario al soldo di Peppino Piromalli. Da una parte i Piromalli, dall’altra i Pesce e i Bellocco avrebbero cominciato a trattenere una parte dei guadagni sui subappalti e sullo scarico e carico delle partite di droga in transito nel porto di Gioia Tauro. Infine, si afferma anche la famiglia Alvaro di Sinopoli, già navigata nella pratica dei sequestri di persona degli anni ‘70 insieme ai Nirta.

E quando Antonio Piromalli si trova ad avere in mano gli stand nell’Ortomercato di via Cesare Lombroso, le fortune del clan si accrescono a dismisura. A Milano è lui il dominus del commercio ortofrutticolo, del trasporto di carichi, del posteggio degli automezzi, ma soprattutto dello sfruttamento del lavoro nero e del parallelo traffico di cocaina che avviene ‘sotto i bancali’. Un business illecito che, secondo i dati di Coldiretti, avrebbe permesso alle cosche di fatturare finora 16 miliardi di euro nel mercato agroalimentare. Non solo. Il figlio di Giuseppe ‘Facciazza’ avrebbe perseguito, oltre agli interessi criminali, dei veri e propri investimenti in forme di economia ‘legale’: catene commerciali di grande distribuzione, ristorazione, ma soprattutto - ciò ch’è assurto già a suo tempo agli onori delle cronache - attività di import-export di prodotti agroalimentari. Il cosiddetto olio di sansa contraffatto e spacciato negli Stati Uniti per olio d’oliva grazie a rapporti privilegiati con la famiglia Gambino ha grande successo tanto da essere venduto nelle maggiori catene di supermercati americane.

In tutto ciò, non si può dire che non vi siano state delle responsabilità pubbliche. La ‘ndrangheta si sarebbe potuta contrastare assai prima di che intervenisse la magistratura. La società Sogemi, facente capo al comune, si era già fatta carico di eseguire controlli. Ne scaturisce nel luglio 1992 un rapporto, nel quale si denuncia il proliferare di omicidi e traffico di droga, di caporalato e minacce. Ma questo rapporto non viene considerato nemmeno dal consiglio comunale. L’Ortomercato continua tutt'oggi ad essere l’attrattiva principale di molte organizzazioni criminali che si spartiscono introiti e settori d’investimento. Il che documenta quale sia il grado di controllo del territorio raggiunto dalla ‘ndrangheta anche negli aspetti più quotidiani e diretti della vita delle persone: la spesa per comprarsi di che vivere. Questa resta senz’altro una cosa su cui dovremo continuare a interrogarci.

 

FONTI:

https://milano.repubblica.it/cronaca/2017/01/26/news/milano_ndrangheta_ortomercato_arresti-156903288/

https://www.lastampa.it/cronaca/2017/02/04/news/milano-ndrangheta-all-ortomercato-1.34676025

http://www.cn24tv.it/news/209168/sequestro-beni-domenico-pisano-cosca-piromalli-gioia-tauro.html

http://www.cn24tv.it/news/212800/operazione-provvidenza-bis-sequestro-beni-girolamo-mazzaferro-gioia-tauro-roma.html

https://www.corrieredellacalabria.it/senza-categoria/item/267936-provvidenza-bis-sequestrati-beni-per-15-milioni-a-mazzaferro/

Nando dalla Chiesa, La convergenza – Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Editore Melampo, 2010

Nicola Gratteri, Antonio Nicaso – Storia segreta della ‘ndrangheta, 2018