Monza, in piena pandemia la sanità è allo sbando

SAN GERARDO. Aumentano i posti occupati dai pazienti Covid. La provincia di Monza è la più falcidiata al Nord: aumentano i morti e i ricoveri in terapia intensiva, scarseggiano medici e infermieri in rapporto ai pazienti. Ecco i risultati della malasanità lombarda durante la seconda ondata del virus.

Monza, in piena pandemia la sanità è allo sbando
Un reparto ospedaliero durante l'emergenza sanitaria in Lombardia (ph monzatoday.it)

Reparti al collasso, pazienti Covid in sovrannumero, record di carenze di personale medico. Questa la situazione che si sta vivendo nell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Monza, a cui fanno capo l’Ospedale San Gerardo e quello di Desio. A denunciarlo è il direttore generale Mario Alparone in un appello lanciato sul sito ufficiale dell’Asst il 9 novembre: «La capacità di mantenere attivo un ospedale dipende dall’equilibrio tra entrate ed uscite di pazienti. Questo equilibrio da circa una settimana è compromesso». Al punto che da domenica il Pronto Soccorso ha deciso «di sospendere temporaneamente l’accettazione dei pazienti non gravi».

Un fatto che la dice lunga sulla reale inadeguatezza del sistema sanitario lombardo - e della Brianza in particolare - a fronteggiare questa seconda ondata di pandemia.

La provincia di Monza risulta tra le più colpite dal virus: al San Gerardo tre quarti dei posti disponibili (450 su 600) sono occupati da pazienti Covid. Al 10 novembre nella provincia brianzola i nuovi casi sono in lieve calo: 860 rispetto agli 874 delle 24 ore precedenti ed agli 877 dell’8 novembre. In Lombardia i positivi sono 10'995, a fronte di 47mila tamponi effettuati. Nella giornata del 9 i positivi sono stati 4.777 su 21mila tamponi. Tenendo conto delle dovute proporzioni, il rapporto positivi-tamponi è passato dal 22,7 al 23,3%: un incremento - per quanto esiguo - nel numero di nuovi casi registrati nell’arco delle 24 ore. Consistente invece l’aumento dei decessi: 129 in tutta la regione, +30 rispetto al giorno prima.

A Monza il numero di positivi si aggira intorno alle 4.000 unità, che tuttavia in rapporto alla popolazione residente rappresenta la percentuale più bassa, pari al 3,23%. La più alta si registra a Limbiate, un’incidenza del 4,03% con 1.412 positivi. A seguire Giussano, Barlassina e Concorezzo, rispettivamente con un’incidenza dei positivi del 3,43% e 893 casi, del 3,41% e 239 casi, del 3,37% e 530 casi (dati aggiornati al 10 novembre). Dai primi di marzo a oggi i morti nella provincia di Monza e Brianza sono stati 1.097.

E sempre in Brianza tra il 21 ottobre e il 4 novembre si è avuto il maggior tasso di contagiosità (cioè il più elevato numero di positivi ogni 100mila abitanti), con 1.422 nuovi casi. Dati che hanno fatto parlare di questo territorio come di una “nuova Codogno”. Anche se i ricoveri non hanno raggiunto per il momento i livelli di marzo (600 posti occupati, di cui 97 in terapia intensiva), non si può fare a meno di constatare il sovraccarico di strutture sanitarie male organizzate costrette giornalmente a convertire reparti ospedalieri non attrezzati in reparti Covid raffazzonati alla bell’e meglio. E intanto il numero dei ricoverati per Covid in terapia intensiva al San Gerardo aumenta: si è passati dai 26 del 5 novembre ai 43 del 10 novembre.

Ma da quali fattori dipende tale “sovraccarico”? In primo luogo «dal fatto che - ha dichiarato il dg dell’Asst di Monza Alparone - i trasferimenti di pazienti che prima venivano assorbiti dagli altri ospedali della Brianza ora è venuto meno»: troppi sono i pazienti affetti da Covid che, pur potendo essere curati altrove, affluiscono nei reparti monzesi. In secondo luogo, «abbiamo un numero straordinario di operatori positivi, circa 340 perché siamo noi l’epicentro della pandemia ora». Detto altrimenti, la differenza tra il numero di pazienti e quello di medici e infermieri viene sempre più accentuandosi.

Per questo l’Asst ha «chiesto a Regione Lombardia l’attivazione di forze esterne, quali militari e Protezione civile» ed ha, nel frattempo, «acquisito 45 infermieri di comunità e 34 infermieri da procedure, a tempo determinato, oltre al completo turn over di infermieri ed Oss». Personale che andrà a sopperire almeno in parte ai 48 tra medici e infermieri inviati negli scorsi giorni all’ospedale di Milano Fiera - dove l’Asst Monza ha in gestione una decina di posti letto - per coprire altri buchi nell’organico. Resta quindi l’allarme: allo stato negli ospedali brianzoli c’è mediamente un infermiere ogni 10 pazienti muniti di ‘casco CPAP’, il cosiddetto sistema di ventilazione assistita non invasiva.

È evidente, insomma, in quale stato versi la sanità lombarda, e quella brianzola in particolare. Nuovi focolai hanno ripreso vigore fin dai giorni successivi alla riapertura delle scuole, in concomitanza con l’avvento della stagione autunnale. Ma le misure di contenimento della curva dei contagi non sembrano sortire, nel complesso, gli effetti sperati. Né dobbiamo aspettarci di vederli finché un Presidente di Regione e un Assessore al Welfare ritengano opportuno affrontare l’emergenza Covid consentendo ad Ats Milano di indirizzare pazienti positivi «che non possono rimanere nel loro domicilio» all’interno delle Rsa, dopo la ‘strage’ consumatasi  in queste strutture nel mese di marzo, su cui anche la procura di Milano ha aperto un fascicolo.

Il tutto in un sistema sanitario, quale quello lombardo, su cui pesano evidentemente anni - se non decenni - di sistematico depauperamento di risorse pubbliche ad opera delle tante cliniche private in virtù dell’abusato istituto dell’’accreditamento’. Che ha consentito e consente tuttora ad intere categorie di affaristi e politici corrotti di lucrare (tramite prenotazioni a pagamento) sulle prestazioni mediche più costose, dalle semplici visite di routine alle operazioni chirurgiche d’avanguardia, svalutando un servizio in confronto non economicamente conveniente - in quanto ‘essenziale’ - come quello di terapia intensiva.

E quando in Regione ci si è accorti che negli ospedali (pubblici!) i posti di rianimazione scarseggiavano, era ormai troppo tardi. Quante morti si sarebbero evitate se quei soldi, anziché ai privati, fossero stati destinati alla realizzazione di reparti specializzati nel sostegno delle funzioni vitali. Troppo facile appellarsi adesso alla tutela del diritto alla salute - per giustificare questa o quella misura restrittiva - quando non lo si è fatto per tutto questo tempo.