‘Ndrangheta a Desio: continua l’estirpazione del clan Pio-Iamonte-Moscato

BLITZ E PROCESSI. Dopo l’arresto di Alfonso Pio nell’inchiesta ‘The Shock’ dello scorso giugno e i processi in corso frutto delle operazioni degli ultimi anni contro le famiglie Iamonte e Moscato, la ‘ndrangheta in Brianza è ben lungi dall’essere sconfitta. La ‘locale’ di Desio prospera tuttora e vede l’egemonia degli stessi soggetti e il ripetersi delle medesime strategie criminali.

‘Ndrangheta a Desio: continua l’estirpazione del clan Pio-Iamonte-Moscato
Desio centro
‘Ndrangheta a Desio: continua l’estirpazione del clan Pio-Iamonte-Moscato

«Vedi che qua in Lombardia siamo venti “Locali”…

siamo cinquecento uomini cecè, non siamo uno…».

A parlare nell’abitacolo della sua auto è Saverio Minasi, appartenente alla locale di ‘ndrangheta di Bresso, in un’intercettazione ambientale del 13 giugno 2008. Una delle tante finite nelle carte del processo Infinito, scaturito dall’omonima operazione eseguita il 13 luglio 2010, che - in parallelo al filone calabrese dell’inchiesta Crimine - avrebbe scoperchiato per la prima volta il “vaso di Pandora” della struttura organizzativa della ‘Ndrangheta.

È infatti a partire dall’attività di indagine coordinata dalle Dda di Milano e Reggio Calabria che si comincia a parlare di ‘ndrangheta come di un’organizzazione criminale “unitaria”, formata da una struttura di vertice denominata “Lombardia”, che si articola in unità di base dette “Locali”, ciascuna costituita da più famiglie o ‘ndrine e collegata in territorio calabrese ad una corrispondente unità mandamentale (e, quindi, dipendente gerarchicamente dal “Crimine”, suddiviso nei mandamenti Tirrenico, Ionico e Città).

Di tutte le locali della Lombardia, circa la metà è concentrata solo nel corridoio tra brianzolo e comasco. È qui che hanno avuto luogo i summit più significativi fra i rappresentanti di tutti i gruppi attivi sul territorio. E una delle locali più solide e radicate della provincia di Monza e Brianza, se non addirittura della Regione, è proprio la locale di Desio, dominata da oltre trent’anni dalla ‘ndrina Iamonte di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria).

«Ieri siamo andati a giocare a Desio e abbiamo conosciuto il capo società, che ha il Bar a Seregno… Minniti, si chiama Tonino Minniti (in realtà soprannome di Pio Candeloro, ndr)… che ha un cugino, che è di Gioiosa Marina… - così si rivolge Pietro Panetta, capo-locale di Cormano, a Vincenzo Mandalari, capo-locale di Bollate, in una conversazione ambientale del 10 marzo 2008, confermando così l’esistenza di una “locale” a Desio - …dice che Ciccio Lucà lo conosce a suo cugino, dice che l’altra volta gli hanno dato pure la dote il Quartino laggiù, però dei Iamonte non ha nessuno qua sono tutti sotto. È dei Iamonte però non ha a nessuno qua…»: a Desio, infatti, ci sono pure i Moscatoe questi sono una decina, sono dieci dodici»), la cui influenza è estesa anche ai Comuni limitrofi di Cesano Maderno e Bovisio Masciago.

Desio è forse il Comune della Brianza più colpito dal “terremoto” dell’inchiesta Infinito. Nella maxi-retata del luglio 2010, fra le 154 persone arrestate nella sola Lombardia rischiano di finire (si parla di coinvolgimento, ma non risulteranno né indagati né arrestati) anche esponenti dell’amministrazione locale brianzola: il Presidente del Consiglio comunale di Desio Nicola Mazzacuva, il consigliere comunale Natale Marrone e l’ex assessore provinciale alle Società partecipate Rosario Perri, tutti e tre eletti in quota Pdl.

Il 26 novembre 2010, undici consiglieri di centrosinistra all’opposizione, insieme ad altri 6 della Lega fino ad allora in maggioranza, firmano le dimissioni facendo cadere la Giunta di Desio guidata dal sindaco Giampiero Mariani (centrodestra). Le elezioni anticipate si tengono nel 2011, e vedono trionfare il candidato sindaco Roberto Corti, appoggiato dalla coalizione di centrosinistra, e l’alleata Lucrezia Ricchiuti, la più votata di area Pd, nominata vicesindaco dopo una lunga battaglia, ingaggiata sin dal 2000, contro le infiltrazioni mafiose nell’amministrazione comunale.

A parte il colore della Giunta comunale, però, a dieci anni dall’inchiesta Infinito nulla sembra cambiato: arresti e operazioni contro la ‘ndrangheta radicata nel desiano si sono susseguiti fino ad oggi pressoché senza sosta.

L’ex assessore provinciale ed ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Desio Rosario Perri finisce sotto inchiesta prima per corruzione urbanistica (luglio 2011) e poi per il fallimento della società immobiliare “Il Pellicano” (gennaio 2012): in ambo i casi, restano coinvolti insieme a lui l’ex vicepresidente della Provincia brianzola ed ex consigliere comunale di Carate Brianza Antonino Brambilla (Pdl), condannato in Cassazione a tre anni nel marzo 2018 più altri 9 mesi patteggiati l’anno dopo nell’appello bis del processo ‘Carate Nostra’ per altri fatti di corruzione legati al cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli in aree edificabili (nella specie per la costruzione del Bricoman di Carate da parte dell’imprenditore Paolo Vivacqua); e l’ex assessore regionale all’Ambiente Massimo Ponzoni, plenipotenziario di Forza Italia in Brianza, condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi nel gennaio 2018 per aver intascato tra il 2008 e il 2009 una tangente da 220mila euro dall’immobiliarista Filippo Duzioni (condannato a 2 anni e mezzo) in cambio della modifica della destinazione d’uso di un’area da destinare alla realizzazione di un centro commerciale proprio nel Comune di Desio.

A Ponzoni - ricorda Marco Fraceti nel libro L’onda nera nel Lambro (Mimesis, 2019) - fa riferimento anche Saverio Moscato, esponente della locale di ‘ndrangheta di Desio, intercettato al telefono con Giuseppe Sgrò della cosca Iamonte: «A questo punto della storia, a Ponzoni, dobbiamo dargli rilievo. Ci sono anche i soldi per Ponzoni e pago, quanto vuole, il 10 per cento, toh». In questo senso Ponzoni viene tratteggiato come l’uomo “di fiducia” alla Regione potenzialmente abbordabile dalla consorteria mafiosa: «Io per Ponzoni l’ultima volta che è andato su ho speso 10mila euro di matite omaggio per quando si vota. Per questo Ponzoni è con Formigoni culo e camicia. Formigoni muove centinaia di milioni di euro, vorrei partecipare all’Expo».

Facendo un balzo ai tempi odierni, il 30 giugno 2020 è toccato ad Alfonso Pio, 52 anni, figlio del boss Domenico Pio, classe ’46, legato alla cosca Iamonte, e cugino del capo-società della locale di Desio Candeloro Pio, classe ’64, a sua volta vicario del capo-locale di Desio Annunziato Giuseppe ‘Peppe’ Moscato, classe ‘42. L’accusa mossa nei confronti del rampollo dei Pio è di estorsione aggravata dal metodo mafioso per avere - secondo gli inquirenti - costretto con minacce i soci della Confort Hotels & Resorts Srl, proprietaria dell’Hotel del Golfo di Finale Ligure (Savona), a cedere a un sodale (anch’egli arrestato) le quote della società al fine di prenderne il controllo, imponendo fra l’altro che la sua compagna soggiornasse in una suite a lei riservata.

È sempre lo stesso metodo, la stessa strategia criminale che si ripete. Ma, cosa ancor più grave, a non essere cambiate sono soprattutto le persone.

Nell’ambito della stessa inchiesta - denominata ‘The Shock’ - della Dda di Milano, risultano indagati anche i fratelli Moscato, ovvero Saverio (deceduto nel 2011), Natale e il già citato Annunziato Giuseppe: gli stessi soggetti già inquisiti - e poi condannati - nell’ambito dell’inchiesta ‘Notte dei fiori di San Vito’ tra il 1993 e il 1994 insieme allo zio capobastone Natale Iamonte, classe ’27, con dote di Santista, arrivato a Desio già nell’88 per scontare presso l’abitazione dei nipoti una pena in regime di soggiorno obbligato.

Soggetti che tuttavia hanno continuato o continuano tuttora a imperversare inguaribilmente dentro e fuori dal carcere, disseminando ovunque la loro - pur processualmente acclarata - mafiosità.

Sempre Alfonso Pio, infatti, era già finito agli arresti domiciliari in seguito all’operazione ‘Tibet’ della Squadra Mobile di Milano, che nel marzo 2014 ha portato all’esecuzione di una ventina di misure cautelari e alla scoperta in un retrobottega di Seveso di una vera e propria “banca clandestina” utilizzata dagli ‘ndranghetisti di Desio per il riciclaggio dei proventi di usura ed estorsioni: un giro d’affari che gli inquirenti hanno contrastato con il sequestro di beni e aziende per un valore complessivo di 10 milioni di euro.

A gestire i flussi di denaro verso la Svizzera e San Marino e ad investirli in attività economiche legali (dall’edilizia alla ristorazione, dai trasporti agli appalti) sarebbe stato Giuseppe ‘Pino’ Pensabene, reggente della locale di Desio dopo l’arresto di Annunziato Moscato nell’inchiesta Infinito. Inutile osservare come la cosca, messo fuori gioco il capo-locale, abbia comunque dimostrato di sapersi plasticamente rigenerare - com’è del resto nello stile della camaleontica ‘ndrangheta.

Coinvolti nell’operazione Tibet (e nel successivo processo) anche il desiano Rosario Marrone, il presunto braccio destro di Pensabene Maurizio Morabito, l’imprenditore edile Fausto Giordano e Domenico Zema, genero di Annunziato Moscato e già consigliere comunale a Cesano Maderno, arrestato nel 2017.

Quanto al terzo figlio di Antonia Iamonte, Natale Moscato, classe ’44, nonostante lo scandalo della casa data in uso allo zio mammasantissima, riesce a infilarsi in politica diventando proprio a Desio assessore all’Edilizia e Urbanistica nello schieramento dei socialisti. E qui, avendo in mano le redini del governo del territorio, avrebbe sistematicamente consentito - con il solito metodo - l’approvazione di puntuali modifiche alla destinazione d’uso di aree del Pgt da agricole a edificabili, poi vendute alle varie imprese riconducibili alla famiglia Moscato. Così speculazione edilizia e business immobiliari hanno potuto rimpinguare le tasche della ‘mafia imprenditrice’ trapiantata in Brianza.

Il capo-locale Peppe Moscato - si legge negli atti sottoscritti dal capo della Dda di Milano Ilda Boccassini e dal pm di Monza Salvatore Bellomo - aveva un «ruolo di direzione» delle attività illecite e lecite della cosca, con poteri d’ordine nei confronti degli affiliati e «compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni e delle strategie».

In qualità di «elemento di vertice» rappresentava la locale e le ‘ndrine ad essa legate nei «summit de La Lombardia nei quali si decidono le strategie, gli equilibri relativi alle locali nonché si nomina il rappresentante generale».

Come quando, in occasione della riunione nel Circolo “Falcone e Borsellino” (scelta del luogo non casuale) di Paderno Dugnano il 31 ottobre 2009, a cui partecipò anche Candeloro ‘Tonino’ Pio, si deliberò all’unanimità l’elezione di Pasquale Zappia, classe ’39, a reggente provvisorio della “cupola” lombarda in seguito all’omicidio del boss ‘secessionista’ di Guardavalle Carmelo Novella, cognato di Vincenzo Rispoli (boss della locale di Legnano-Lonate Pozzolo rimasto coinvolto nell’inchiesta ‘Krimisa’), da parte di Antonino Belnome, capo della locale di Giussano divenuto poi collaboratore di giustizia “di punta” nel processo Infinito.

A Candeloro Pio - scrive nella sentenza di I grado del 19 novembre 2011 il Gup di Milano Roberto Arnaldi - spettava il compito di «mantenere i contatti con la casa madre» di Melito, «anche attraverso il cugino Giuseppe Minniti», fratello di Nicola Minniti, ossia di uno dei soggetti che le carte definiscono come «organicamente inserito nel “Locale di Desio”» e «inquadrato nel “gruppo delinquenziale” capeggiato da Pio Domenico». Lo dimostra il tentativo di ricettazione, messo in opera il 10 febbraio 2009 con Pasquale Riggio, Emilio D’Angelo e Cedeno Martinez, «di un motoveicolo di grossa cilindrata provento di furto, fornitogli da Marrone Ignazio».

Un nome, questo, che emergerà qualche anno dopo, nel gennaio 2016, nell’indagine che ha condotto all’arresto di Arturo Sgrò, chirurgo dell’ospedale Niguarda di Milano, accusato insieme a Marrone, titolare di una ditta di autodemolizioni, di aver riscosso crediti per garantire un sostentamento ai sodali finiti in carcere e ai loro familiari: reati ritenuti dal Tribunale di Monza, nel caso di Marrone (condannato a 14 anni), aggravati dalla finalità di agevolare l’associazione ‘mafiosa e, nel caso di Sgrò (4 anni e 8 mesi), integranti la fattispecie del concorso esterno.

Cugino di Ignazio è il già citato Natale Marrone, consigliere comunale del Pdl a Desio, il quale - si legge nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Infinito firmata dal Gip di Milano Andrea Ghinetti - aveva chiesto a Candeloro ‘Tony’ Pio «di esperire un’azione violenta nei confronti di Perri Rosario, all’epoca capo area tecnica del settore edilizia privata del Comune di Desio». Al che il capo-società della locale di Desio oppose il proprio rifiuto, ma solo per il fatto che - prosegue il Gip - Rosario Perri era «“appoggiato” da persone evidentemente di rispetto».

Nelle conversazioni tra Domenico Pio, Vincenzo Mandalari e Antonino Lamarmore si parlava con disinvoltura dell’andamento della struttura criminale e della spregiudicatezza di Carmelo Novella, come emerge dall’ambientale dell’11 marzo 2008. Mandalari: «Adesso poi fa l’imprenditore, fa l’impresa, fa l’immobiliarista…» Moscato: «C’è stato un momento che lo abbiamo dato alla mafia questo ragazzo!» Lamarmore: «Ho ragione Peppe (Moscato)! Io non è che voglio ragione, però le cose vanno fatte con la testa». Moscato: «Quando mi dite che avete ragione Peppe già tardi».

Lamarmore, in qualità di «mastro generale» della cosca, era spesso chiamato a intervenire per comporre i conflitti sorti all’interno della locale. Come nel caso dell’episodio di usura ai danni dell’imprenditore Salvatore Castagnino, titolare dell'impresa NC Case di Negro Celestina (moglie di Castagnino). L’imprenditore aveva infatti debiti nei confronti di Domenico Di Bella, ragion per cui Domenico Pio decise di «attivare la nota procedura di conciliazione mediante l’intervento del Mastro Generale».

L’associazione si occupava anche di gestire la «bacinella», cioè la “cassa comune” dell’organizzazione. Molteplici erano le lamentele espresse dagli appartenenti alla cosca, in particolare dal «contabile» Polimeni Candeloro e da Giuseppe Sgrò, fratello di Eduardo Salvatore Sgrò, all’indirizzo di Candeloro Pio, accusato di aver intrapreso una «gestione egoistica» della cassa stessa, contraria alle esigenze “mutualistiche” dell’organizzazione criminale.

Il processo ha permesso di dimostrare i tanti summit a cui prendevano parte organizzatori e affiliati (come Giuseppe Piscioneri, Antonino Guarnaccia, Giuseppe Salatino, Francesco Di Palma, Natale Marrone e altri); il ruolo del panettiere Antonino Tripodi nell’assicurare alla cosca piena disponibilità di armi in un box dedicato; i comportamenti intimidatori adottati nei confronti dell’imprenditore Claudio Meroni, a cui parteciparono vari appartenenti alla cosca (tra cui Natale Iamonte, classe ’81, figlio di Remingo ‘U picciriiu’ Iamonte e nipote di Natale Iamonte, classe ’27), a riprova dei metodi violenti a cui l’associazione ricorreva al fine di acquisire «quote di esercizi pubblici degli autotrasporti»; e soprattutto la “fama” e il “prestigio” su cui Domenico Pio poteva contare negli ambienti in cui la cosca dominava fra Desio e Cesano.

Questa era la ‘ndrangheta a Desio prima dell’inchiesta Infinito. Ma quel ch’è venuto dopo non è stato altro che la riaffermazione dell’egemonia dello stesso gruppo criminale, nonché delle medesime strategie di controllo del territorio e di condizionamento dello sviluppo civile e politico della collettività, come testimoniato, del resto, dalla perpetuazione della matrice mafiosa attraverso il ricorso, da parte di affiliati o presunti tali, alle stesse tipologie di reati-fine.

 

 

FONTI:

Sentenza Trib. Milano, Uff. GUP, N. 72991/2010 RGNR (stralciato dal N. 43733/06 NR) N. 4042/201 f RGGIP, 19 novembre 2011

https://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/10_novembre_26/desio-comune-cade-amministrazione-ndrangheta-1804253057515.shtml

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/30/news/ndrangheta_alberghi-260568155/

https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/antonino-brambilla-pgt-1.4489728

http://nuovabrianza.it/monza-tangenti-ponzoni-in-carcere/

https://www.corrieredellacalabria.it/cronaca/item/42493-ndrangheta-a-milano-in-manette-un-medico-e-un-imprenditore/

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