‘Ndrangheta e traffico di droga: Brescia e Como roccaforti dei Bellocco

L’ARRESTO DEL LATITANTE. Domenico Bellocco in manette: sfuggito all’operazione Magma, era nascosto in un casolare a Mongiana. Tra accordi di spartizione con i Piromalli e riciclaggio in attività legali, da oltre trent’anni la ‘ndrina Bellocco spadroneggia nel traffico internazionale di droga con l’appoggio di due locali tra bresciano e comasco (e di una nel bergamasco).

‘Ndrangheta e traffico di droga: Brescia e Como roccaforti dei Bellocco
Agenti della Dia in divisa, nel corso di un'operazione contro il clan Bellocco - ph tratta da quasimezzogiorno.org
‘Ndrangheta e traffico di droga: Brescia e Como roccaforti dei Bellocco
‘Ndrangheta e traffico di droga: Brescia e Como roccaforti dei Bellocco

È dello scorso 13 novembre la notizia dell’arresto di Domenico Bellocco: classe 1976, ritenuto reggente della potente ‘ndrina di Rosarno (Reggio Calabria) che porta il suo nome, era latitante dal 2019. Sfuggito all’operazione ‘Magma’ del 30 novembre di quell’anno, carabinieri e guardia di finanza l’hanno scovato in un casolare nelle campagne di Mongiana (Vibo Valentia), dove si era rifugiato.

Detto anche Mico u curtu, suo padre è Mario Bellocco (da cui il secondo soprannome Mico di Mario), fratello di Umberto Bellocco, classe 1937, storico capobastone della cosca rosarnese fino al suo definitivo arresto (il terzo, dopo quelli dell’83 e del ‘93) nell’ambito dell’operazione ‘Sant’Anna’ dell’agosto 2014. Ne seguirà una sentenza di condanna a 20 anni per associazione mafiosa passato in giudicato nel maggio 2019.

A Umberto Bellocco, detto Assu i mazzi da quando si fece tatuare sulla fronte un piccolo asso di bastoni (poi cancellato), si deve anche la nascita della Sacra Corona Unita, da lui fondata nel 1983 col permesso di Giuseppe Rogoli e Carmine Alvaro.

Il primo, già esponente di spicco della Nuova Camorra Pugliese, era stato investito da Bellocco nel carcere di Trani della dote di Santista, la prima fra quelle della Società Maggiore. Quanto al secondo, detto Carni di cani, era a capo di uno dei due tronconi dell’omonima famiglia di Sinopoli: con essi i Bellocco ebbero interesse a creare un’organizzazione - la SCU, appunto - in grado di arginare lo strapotere di Raffaele Cutolo in Puglia.

Da allora ad oggi, la faccia di questa ‘ndrangheta è profondamente cambiata: a mano a mano che la sua sfera d’influenza andava estendendosi nelle regioni del Nord e accaparrandosi il controllo del traffico di stupefacenti tramite il porto di Gioia Tauro, l’organizzazione capeggiata dai Bellocco ha sentito sempre meno la necessità di interfacciarsi col potere politico-istituzionale attraverso gli oscuri androni del potere massonico, cui la Santa dava accesso. Il clan, forte anche di un’alleanza con l’asse Pesce-Molè-Mammoliti-Mancuso, aveva accresciuto a tal punto il suo prestigio da non aver più bisogno dei favori della politica e delle amministrazioni locali per sdoganare e irrobustire i propri traffici.

La cocaina viene fatta viaggiare su container. È la tecnica del rip-on e rip-off: per eludere i controlli doganali, i narcos la stipano insieme a partite di merce non deperibile, solitamente secca. Lo spiega ai magistrati della Dda di Reggio Calabria il broker della cocaina Domenico Pasquale Trimboli: classe 1954, nato a Buenos Aires da genitori di Natile di Careri (Reggio Calabria), diventa collaboratore di giustizia nel marzo 2015, due anni dopo il suo arresto a Medellín.

Racconta Trimboli: «I container che trasportano merci secche rimangono più tempo sulle banchine dei porti, in attesa del trasferimento su navi più piccole».

Tutta la cocaina in arrivo da Argentina, Colombia e Costarica passa per il porto di Gioia Tauro. «A recuperare i soldi in Italia sono quasi sempre arabi, “spalloni” che vivono in Spagna. Sono loro che hanno i contatti con i referenti finanziari dei cartelli colombiani». Il narcotraffico è però diretto anche in Belgio e Paesi Bassi, dove i soldi vengono riciclati nella costruzione o nell’acquisto di immobili, o addirittura di un intero quartiere, come accaduto a Bruxelles, secondo quanto emerso dall’operazione ‘Nasca e Timpano’ del marzo 2004.

Ma ciò che più preme ai clan è «garantirsi la “discesa” nei porti di destinazione»: il che significa iscrivere a libro paga agenti delle forze dell’ordine, impiegati delle dogane, funzionari di autorità portuali e aeroportuali. Ma anche spartire il traffico con le famiglie alleate: i Pesce e i Piromalli, così come gli Alvaro e i Mammoliti, i quali trattengono - a detta del pentito Domenico Trimboli - un importo pari al 30% dei proventi su ogni carico di droga.

A gestire l’organizzazione dal lato dei Bellocco, dopo l’arresto di Umberto nel febbraio 1993, è il cugino Gregorio Bellocco, detto Lupu solitariu.

Latitante dal gennaio 1994 - da quando cioè il suo nome compare fra i 155 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione ‘Isola Felice’ contro la ‘ndrina Zagari della locale di Malnate (inchiesta scaturita dalle dichiarazioni del pentito Antonio Zagari) - Gregorio Bellocco viene inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi del Ministero dell’Interno. Su di lui pende dal 1996 una condanna all’ergastolo per aver ucciso il 9 luglio 1982 a Varese un pregiudicato pugliese affiliato alla ‘ndrangheta, Franco Girardi, colpevole secondo il cugino di Assu i mazzi di non aver coperto (come gli era stato detto di fare) la latitanza di suo fratello Antonino, arrestato infatti nel giugno 1980. Dopo un fallito tentativo di arresto nel dicembre 2003, Lupu solitariu Bellocco verrà catturato dai Carabinieri del Ros nel febbraio 2005 in un bunker sotterraneo a Rosarno, dove si trovava insieme alla moglie e a Carmelo Bellocco, figlio di Umberto.

Gli succede Giuseppe Bellocco, ma resterà poco: nel luglio 2007 viene arrestato a Mileto (Vibo Valentia) dalla Sezione Anticrimine “Cacciatori Calabria” (lo Squadrone Eliportato dei Carabinieri di Reggio). Intanto, l’operazione ‘Onda Blu’ eseguita dalla Squadra Mobile di Milano nel gennaio 2006 fa emergere una rete di narcotraffico internazionale facente capo a 54 presunti affiliati ai Pesce-Bellocco: un’associazione mafiosa operante anche in Lombardia, nei territori di Milano, Brescia, Bergamo, Sondrio e Como. È ormai chiara la pervasività delle ‘ndrine Pesce-Bellocco radicate nelle locali del Nord. Dove, oltre al narcotraffico, frequente è il traffico di armi, il taglieggiamento di imprenditori, l’usura, il riciclaggio di denaro sporco e - si è scoperto con l’operazione Magma - finanche l’indotto della raccolta dei rifiuti solidi urbani della piana di Gioia Tauro per il tramite di ditte appaltatrici colluse nel bresciano.

Tra il luglio 2009 e il gennaio 2010 vengono colpiti da misure cautelari i due Domenico Bellocco (classe ’76 e ’80), Umberto Bellocco (classe ’91), Rocco Bellocco (classe ’52) e altri presunti affiliati al Crimine di Rosarno. Proprio con l’operazione ‘Crimine’ del luglio 2010 e con i sequestri ‘Imelda’ (per un valore di 5 milioni euro) del marzo 2011 il clan subisce altre perdite: il traffico internazionale di droga viene contrastato con il concorso delle forze di polizia di Olanda, Belgio e Germania.

Ma - con particolare riferimento al Nord - è con l’operazione ‘Blue Call’ del novembre 2012 - prosecuzione dell’inchiesta ‘Rosarno è nostra’ - che viene fatta luce sulla permeabilità delle imprese lombarde alla potenza criminale dei Bellocco: un’iniziale richiesta di recupero crediti da parte di un imprenditore milanese tramite un call center (da cui il nome dell’inchiesta) ne trascina i titolari in un vortice di ricatti, estorsioni, intimidazioni. In questo modo, gli uomini della cosca finiscono per assumere il controllo della società detenendo per interposta persona l’azionariato di maggioranza. Dal processo sono scaturite 16 condanne definitive nel mese di giugno 2018.

A Reggio Calabria nell’ottobre 2014 viene sciolto per mafia il Comune di San Ferdinando. L’operazione (e poi processo) ‘Tramonto’ completa l’opera con la condanna, fra l’altro, di Giulio Bellocco, fratello di Giuseppe, e la sua compagna Aurora Spanò a pena rideterminata in appello bis lo scorso 25 luglio rispettivamente di 13 anni e 6 mesi e 18 anni e 6 mesi di reclusione. Al centro la vicenda di una palazzina a Rosarno, di proprietà di una famiglia di imprenditori operante nel bresciano (i Antonio, Gaetano e Maria Grazia Secolo, condannati nei primi due gradi per favoreggiamento ma infine assolti), palazzina su cui i Bellocco avevano preteso di mettere le mani a titolo di risarcimento per un credito non riscosso.

A denunciarli era stata Stefania Secolo, amica di Maria Concetta Cacciola, la testimone di giustizia morta per aver ingerito dell’acido nell’agosto 2011 che già raccontava alla Dda reggina di un prestito di 600mila euro usurato dai Bellocco con un interesse del 27% nei confronti dei Secolo.

Quante, insomma, sono le inchieste avviate dai pm Antimafia, tante sono le variegate attività in cui i Bellocco hanno saputo investire. E, nel farlo, hanno esteso la loro egemonia da un capo all’altro della penisola. Con la gestione dei flussi di cocaina da Argentina e Costarica - stando alle ricostruzioni degli inquirenti - Micu u curtu Bellocco aveva il controllo di tutti i carichi che passavano per Gioia Tauro. Il rip-off era entrato in azione nel 2016, allorché 400 chili di cocaina furono gettati in mare da una motonave. Da quell’incidente la Gdf, su disposizioni della Procura di Reggio in coordinamento con le Dda del Nord, ha ricostruito i traffici internazionali di droga che l’organizzazione criminale gestiva (e gestisce) con l’appoggio di due locali nel bresciano e nel comasco (e di una nel bergamasco).

Una modalità, quella del coordinamento investigativo lungo l’asse Sud-Nord, resa ormai necessaria dalla natura stessa delle ramificazioni della ‘ndrangheta in ogni parte del tessuto economico e sociale. Anche nell’ambito dell’operazione Magma si è assistito allo ‘sdoppiamento’ dell’inchiesta fra un versante reggino - che ha portato all’arresto di 45 soggetti legati ai Bellocco tra Calabria, Lombardia, Emilia e Lazio - e uno condotto dalla Dda di Brescia su 27 presunti concorrenti esterni, di cui alcuni in contatto diretto con gli uomini del clan. In particolare, si tratta di soggetti che secondo gli investigatori avrebbero o favorito il clan mettendo la propria attività di professionista, imprenditore (anche, ripetiamo, nel settore dello smaltimento rifiuti) o consulente finanziario al servizio della ‘ndrina, oppure soltanto «usufruito dei servizi mafiosi».

Solo nel corso del processo Magma si potrà verificare in che misura queste persone abbiano contribuito a far crescere il clan Bellocco. Un clan che, ad ogni buon conto, vive da decenni ormai in simbiosi con il sistema economico del nostro paese (e del mondo).

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FONTI:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/14/arrestato-il-boss-latitante-domenico-bellocco-era-nascosto-in-un-casolare-di-campagna/6003466/

N. Gratteri, A. Nicaso, Storia segreta della ‘ndrangheta, Mondadori, 2018.

http://www.nuovacosenza.com/cs/bellocco1.html

https://www.lacnews24.it/cronaca/sentenza-cassazione-blue-call-cosca-bellocco-rosarno-condanne_54957/

https://reggio.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2020/07/25/maxiprocesso-contro-cosca-bellocco-giulio-bellocco-e-aurora-spano-condannati-nellappello-bis-99339b3c-b41b-4558-a18e-a6a816d07b30/

https://reggio.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2019/12/01/ndrangheta-il-blitz-con-45-arresti-limpero-dei-bellocco-costruito-sulla-cocaina-8d044efe-f1e6-45b3-aa7a-ad6f7eb5028c/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/10/ndrangheta-27-indagati-a-brescia-hanno-favorito-il-clan-mafioso-dei-bellocco-gia-sotto-inchiesta-a-reggio-calabria/5605936/