‘Ndrangheta in Lombardia: una storia tutt’altro che segreta - parte II

MAFIE AL NORD/2. "Le locali - scrivono Gratteri e Nicaso - sono perfettamente “in grado di infiltrarsi nelle Asl, di acquistare farmacie, di investire nel lucroso traffico di droga, di controllare le discariche abusive e di gestire videopoker e slot-machine”. Non è un caso che, per i fatti dell’Asl di Pavia, l’ex direttore sanitario Carlo Chiriaco abbia riportato nel 2016 alla condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, per il metodo ‘clientelare’ nel gestire i bisogni di amici e loro familiari, e fungere - si legge nella relazione della Dna del 2016 – “da ‘cerniera’ tra gli esponenti della ‘ndrangheta [soprattutto, nel pavese, i Mazzaferro e i Chindamo, nda] e il mondo politico”.

‘Ndrangheta in Lombardia: una storia tutt’altro che segreta - parte II
La cartina della Lombardia in cui la Dia ha evidenziato l'anno scorso la presenza di 30 locali di 'ndrangheta - tratta da https://it.businessinsider.com/allarme-dia-in-lombardia-la-ndrangheta-prospera-oltre-30-i-clan-attivi-mai-cosi-tanti-ecco-la-mappa/

Se il processo ‘Infinito’ prosegue, è grazie al contributo delle deposizioni del pentito Antonino Belnome. Grazie a questi si è potuto ricondurre l’omicidio di Rocco Cristello, boss della locale di Seregno, avvenuto nel 2008 a Verano Brianza alla ‘ndrina Gallace-Novella. Un altro Rocco Cristello (cugino omonimo di quello ucciso), diventato capo della locale di Giussano, verrà arrestato nel 2012, insieme al capo-società Claudio Formica, Salvatore Corigliano, Michele Silvano Mazzeo, Antonio Staropoli, Fortunato Galati (tutti originari di Mileto), nell’ambito dell’operazione ‘Ulisse’. Diverse le condanne definitive scaturite dal processo nel 2017 davanti alla II sezione della Cassazione, presieduta da Piercamillo Davigo. Il reato: estorsione aggravata dal metodo mafioso a danno dei titolari di un concessionario auto a Giussano, ma originari di Francica, in provincia di Vibo Valentia. La ‘ndrangheta del vibonese è ormai penetrata con le sue locali anche in Brianza. Ad affermarlo è una sentenza definitiva della Cassazione.

In provincia di Lecco, intanto, l’operazione (e poi processo) ‘Insubria’ del novembre 2014 porta all’arresto di 40 persone ritenute vicine alle locali di Fino Mornasco, Cermenate, Calolziocorte, molte delle quali condannate in appello. In parallelo, scattano altre operazioni di contrasto al traffico illecito di rifiuti nel Bergamasco e nel Bresciano (zone soprannominate “la terra dei fuochi del Nord”). E ancora: traffico di stupefacenti e riciclaggio a Brescia tra le locali di Lumezzane e Oppido Mamertina (operazione e processo ‘Mamerte’, 2014); spaccio di droga in provincia di Lodi con le ‘ndrine Pesce e Bellocco; riciclaggio, estorsione e associazione mafiosa a Bergamo, con decine di arresti di persone vicine al clan De Stefano; ricettazione, riciclaggio e associazione a Milano nel settore edile, alimentare, tessile e turistico (operazioni ‘Provvidenza’ e ‘Provvidenza-bis’ contro il clan Piromalli di Gioia Tauro, tra 2017 e 2020); traffico internazionale di droga tra Colombia i Italia, precisamente nelle ‘raffinerie’ di Arluno, vicino a  Milano, ad opera di esponenti della cosca Gallace di Guardavalle (operazione ‘Area 51’, 2017).

Le locali - scrivono ancora Gratteri e Nicaso - sono perfettamente “in grado di infiltrarsi nelle Asl, di acquistare farmacie, di investire nel lucroso traffico di droga, di controllare le discariche abusive e di gestire videopoker e slot-machine”. Non è un caso che, per i fatti dell’Asl di Pavia, l’ex direttore sanitario Carlo Chiriaco abbia riportato nel 2016 alla condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, per il metodo ‘clientelare’ nel gestire i bisogni di amici e loro familiari, e fungere - si legge nella relazione della Dna del 2016 – “da ‘cerniera’ tra gli esponenti della ‘ndrangheta [soprattutto, nel pavese, i Mazzaferro e i Chindamo, nda] e il mondo politico”. In particolare, mediante il controllo di un “pacchetto di voti calabrese”, che egli sapeva come e dove indirizzare per assicurare all’organizzazione mafiosa “l’ottenimento di commesse e appalti ma anche posti di lavoro per ‘amici’ e parenti”.

L’orizzonte della lotta alla ‘ndrangheta in Lombardia (e nelle regioni del Nord) si esaurisce certo qui. Nel 2017 la Dia di Padova ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip di Venezia nei confronti di persone indagate per reati di emissione di false fatture con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.

L’operazione, denominata ‘Valpolicella’, ha visto coinvolte le forze di Polizia di Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia in un’indagine condotta su 36 persone. Si sono ipotizzati reati di associazione di stampo mafioso, estorsione, rapina, usura e frode fiscale aggravata dall'aver favorito la mafia. Alcuni dei soggetti coinvolti sono risultati collegati alle famiglie Grande Aracri e Dragone di Cutro, radicate in soprattutto a Reggio Emilia, Piacenza, Brescello (comune sciolto per mafia nel 2016 in seguito all’operazione e al processo ‘Edilpiovra’), Salsomaggiore, Verona, ma anche Mantova e Cremona. In queste ultime, è nel processo Pesce che si è riconosciuta la presenza della ‘ndrina di Nicolino Grande Aracri, condannato in secondo grado a 20 anni nel marzo 2019. Il processo è nato da un filone a parte dell’operazione (e poi processo) ‘Aemilia’, nel quale Nicolino ‘Mano di gomma’ è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero nel 1992. È il secondo ergastolo per il boss di Cutro, dopo quello per l’omicidio del rivale Antonio Dragone inflittogli dalla Cassazione nel giugno 2019 nell’ambito del processo Kyterion.

La storia è proseguita con altre operazioni e arresti contro esponenti o presunti tali delle locali della ‘Lombardia’: in relazione, ad esempio, al traffico e detenzione di sostanze stupefacenti gestito da Edoardo Novella - figlio di Carmelo, ucciso in un agguato da parte di esponenti della ‘ndrangheta più conservatrice nel luglio 2008, come chiarito nel processo ‘Infinito’ - in rapporto con altri 13 presunti affiliati (operazioni ‘Linfa’ e ‘Kerina 2’, 2018); o alla detenzione di armi e al traffico internazionale di droga tra esponenti della criminalità organizzata di Venezuela e Repubblica Dominicana (cocaina) ma anche di Marocco e Albania (hashish), ed esponenti del clan Mancuso e Mazzaferro (operazione ‘Ossessione’, 2019), con l’arresto di 25 persone.

Per poi arrivare al dicembre 2019, e alla cosiddetta operazione ‘Rinascita-Scott’ che ha portato al maxi-arresto di 334 persone gravitanti attorno alla famiglia Mancuso. Un’inchiesta che ha avuto un notevolissimo impatto su tutte le frange dell’opinione pubblica (cui va a sommarsi l'effetto deterrente che, indubbiamente, ne sarà sortito nei confronti delle organizzazioni criminali), grazie soprattutto alla sua sponsorizzazione mediatica a livello nazionale.

Ma che - non bisogna dimenticare - rappresenta solo l’ultimo pezzo di un puzzle composto in molti anni dalle tante operazioni di contrasto al fenomeno criminale della ‘ndrangheta.

Anche e soprattutto in Lombardia, ad oggi quarta regione in Italia per numero di aziende e beni sequestrati alle mafie (subito dopo, nell’ordine, Sicilia, Campania e Calabria). Indice di una presenza particolarmente attiva delle mafie sul territorio, ma in certa misura anche di una repressione poliziesca e giudiziaria efficace (per quanto sempre implementabile).

La prima battaglia, del resto, si combatte ancora una volta nei distretti. Numerose le operazioni condotte contro le locali dei Cristello-Stagno-Mazzaferro a Seregno e quelle degli Arena-Iamonte-Moscato a Monza e Desio. Colpite anche la locale di Limbiate con l’arresto di 24 persone presunte affiliate nel 2017, la locale di Giussano con il sequestro di immobili appartenenti a Orlando De Masi per un valore complessivo di 2 milioni di euro nel 2018 e la locale di Legnano-Lonate Pozzolo (operazione ‘Krimisa’, 2019) con 34 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di persone (tra cui anche politici) accusate a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, porto abusivo d’armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Vero, in molti casi si è solo all’inizio, molte accuse non si sono ancora tradotte in una sentenza di condanna, e talvolta nemmeno in una richiesta di rinvio a giudizio. In compenso però sarà più improbabile, alla luce di tutto ciò, che qualcuno possa ancora mettere in dubbio o sottovalutare la forza e la pervasività della ‘ndrangheta in Lombardia.

 

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