«Nei Comuni lombardi c’è un disinteresse generale verso la legalità»

FENOMENO MAFIOSO. Il Nord Italia è ambiente ideale per gli affari, illeciti e non, delle cosche di ‘ndrangheta. Ne abbiamo parlato con Silvana Carcano, consulente della Commissione parlamentare Antimafia.

«Nei Comuni lombardi c’è un disinteresse generale verso la legalità»
Silvana Carcano

«Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene».

Paolo Borsellino

 

È almeno dalla metà degli anni ’50 che le mafie - e in particolare la ‘ndrangheta - trovano nel Nord Italia terreno fertile per i propri affari, illeciti e non. Sequestri di persona, traffico di droga e di armi, estorsioni, usure, incendi, infiltrazioni negli appalti pubblici e nel ciclo del cemento, traffico illecito di rifiuti, gestione di bische clandestine e security di locali notturni, reinvestimento dei proventi illeciti nei settori di ristorazione, movimento terra, sanità e - nel campo dell’illegalità - accordi corruttivi (soprattutto di tipo elettorale e urbanistico). Solo alcune delle molteplici attività poste in essere dalle cosche nel territorio lombardo e - in special modo - in quello brianzolo.

Lo scrive anche la dott.ssa Silvana Carcano, consulente della Commissione parlamentare Antimafia, già consigliera regionale in quota 5s e membro della Commissione Antimafia della Regione Lombardia dal 2013 al 2018, nel suo studio “Fenomeno mafioso e corruzione nel Nord Italia: il caso della provincia di Monza e Brianza” (2021), sostenuto e promosso dal sen. Gianmarco Corbetta (5s) e scaricabile gratuitamente al link: gianmarcocorbetta.it

Dottoressa Carcano, riprendendo le parole della dottoressa Alessandra Dolci, capo della Dda di Milano, non possiamo fare a meno di osservare un dato: numerose sono nel territorio della Brianza le imprese operanti sotto la soglia della legalità, perlopiù ditte colluse con la criminalità organizzata e in grado perciò di offrire ai “grandi immobiliaristi” prestazioni a prezzi stracciati. E di consentire, in questo modo, alla ‘ndrangheta - come lei stessa ben descrive nella sua opera - di controllare in modo diretto o indiretto gli appalti, e cioè di intervenire o nella fase di assegnazione, o a valle, nella fase di subappalto o di assunzione di gente contigua alla ‘ndrangheta nel settore del movimento terra. Quindi, cosa possiamo dire dell’edilizia, settore tradizionale di infiltrazione e ora di colonizzazione?

«Quello dell’infiltrazione nell’economia legale da parte della ‘ndrangheta è un tema fondamentale. Le modalità qui sono le più svariate: abbiamo avuto i casi del controllo del Pgt a Desio, della famosa “banca” della ‘ndrangheta a Seveso, per non parlare dei casi di Giussano e Seregno. Il settore edile la fa da padrone. E il tema del controllo del Pgt è fondamentale. Perché, quando si tratta di alzare le barriere all’ingresso nei confronti dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale e nella pubblica amministrazione, ciò che conta maggiormente nel nostro sistema amministrativo a livello locale è proprio quello della formazione del personale. Ad esempio, la formazione di chi redige i bandi e poi fa controllo, come anche la polizia locale, di tutte quelle piccole pedine che ruotano intorno a un appalto pubblico. Per questo è necessaria l’istituzione di un sistema di tracciabilità e di trasparenza, che ancora oggi quasi nessuno utilizza, in modo tale da avere una tracciabilità e una trasparenza chiara, precisa e puntuale non solo dell’appaltatore, ma anche di tutti i subappalti, e da poter tracciare e monitorare anche le entrate e le uscite nei cantieri. Però, senza una formazione e una consapevolezza su quelle che possono essere spie che dovrebbero allertare quando qualcosa non va, in effetti si aprono diversi varchi, non solo normativi, ma anche procedurali e culturali.»

Quali sono gli strumenti normativi di cui disponiamo? Sono veramente efficaci?

«Abbiamo una legge regionale, la n. 17 del 2015 (“Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata e per la promozione della cultura della legalità”) - che ho l’onore di aver contribuito a redigere e promuovere in Regione Lombardia - che dà la possibilità di servirsi di certe leve per chiedere anche alla Regione di intervenire sul tema della legalità. Certo è che, se lo fa il sindaco o il singolo assessore di volta in volta, il peso politico è debole. Quando però anche l’ANCI cominciasse a spingere perché l’attuazione di questa legge possa avere séguito con opportuni finanziamenti, attraverso ad esempio le attività formative, le attività per generare competenze negli enti locali, la Regione probabilmente avrebbe maggior interesse a farlo.

Invece, purtroppo, non è così. Si pensi, per esempio, alla figura dell’assessore alla Legalità: molto spesso nei nostri territori è un assessorato residuale, che di solito si occupa di tantissime cose, tra cui “anche” la legalità. Un assessore alla Legalità dovrebbe poter controllare tanti filoni da non aver tempo di badare ad altro. Invece finisce per organizzare solo qualche iniziativa simbolica, e nulla più. Sono isolati i sindaci e assessori, magari anche illuminati, che bussano alle porte della Regione per chiedere finanziamenti previsti dalla legge regionale, per poi accorgersi che i soldi messi a disposizione sono davvero pochi. D’altra parte, quando in Regione Lombardia chiediamo le ragioni del mancato finanziamento delle voci degli articoli di una legge votata all’unanimità, ci sentiamo rispondere: “Di solito nessun Comune ce li chiede”.

Quindi, c’è un vero e proprio disinteresse generale verso il tema della legalità. Spesso io sono stata invitata a parlare negli enti locali, per spiegare cosa fare per affrontare questi temi. Le attività che si possono fare per promuovere una cultura della legalità sono infinite, ma è chiaro che non si fanno a costo zero - come qualsiasi attività. Non si può pensare di poter investire nella lotta alla legalità e al malaffare senza metterci mai un euro. È una presa in giro. Il primo passo dev’essere una scelta politica chiara, che decida di investire un tot del bilancio comunale nella legalità. Solo a quel punto si potrà investire anche in determinati progetti, o comunque iniziare a bussare alla porta di Regione Lombardia, perché dietro di noi ci sarà un potere negoziale più forte, o perché magari sarà l’Anci a chiedercelo.»

Qual è, dunque, la situazione a livello di singoli Comuni?

«Il vero problema, a livello locale, è che abbiamo interi comparti della P.A. che non hanno una formazione in materia di antimafia e anticorruzione, perché non l’hanno mai ricevuta. Eppure, pensiamo che siano loro a dover difendere il nostro patrimonio pubblico: è un gioco al massacro, soprattutto nei piccoli Comuni. Più il Comune è piccolo, più è indifeso. Non solo perché le persone che lavorano nei piccoli Comuni hanno spesso più attività da seguire e non sono in grado di tenere alta l’attenzione sul tema delle infiltrazioni. Ma anche perché la stampa locale non dà rilevanza a quello che accade nel singolo Comune - anche quando avvengono fatti di cronaca che dovrebbero destare allarme. Quindi, abbiamo un sistema pubblico molto fragile di fronte al malaffare, e non si intravede nemmeno una presa di posizione politica decisa nel condurre in modo serio, con un investimento anche di energie economiche, una lotta contro la criminalità organizzata. Per cui, rimaniamo in una situazione di limbo, di inattività che lascia l’autostrada libera alle organizzazioni mafiose.»

Tre sono le linee di intervento che lei delinea nel suo libro per la prevenzione di fenomeni di malaffare, di infiltrazione mafiosa e di corruzione in generale all’interno delle istituzioni pubbliche: una di tipo culturale-partecipativo, una di controllo nei circuiti della P.A. e una terza di rinforzo dell’economia legale. Indica nel suo libro anche i percorsi, gli strumenti operativi per attuare questi interventi - ad esempio in tema di antiriciclaggio, whistleblowing, tutela dell’interesse collettivo nella restituzione dei beni confiscati alle mafie. Tutte materie di cui può occuparsi una commissione Legalità o Antimafia a livello comunale, che spesso però non è in grado di operare nei fatti in modo così efficace e incisivo come dovrebbe. Come possiamo fare per dare effettività e sostanza a queste misure?

«È chiaro che su questo fronte ci dev’essere un forte impegno politico, perché il rischio è altrimenti che anche le commissioni Legalità abbiano lo stesso ruolo marginale riservato al solito all’assessore alla Legalità. E questo è quello che accade in quasi tutte le istituzioni locali. Queste commissioni il più delle volte non sanno neanche cosa fare, perché composte di persone che, come dicevo, non hanno avuto una formazione su queste materie. Ivi compresi i segretari comunali, che spesso paradossalmente si trovano a rivestire il ruolo di responsabili in materia di prevenzione della corruzione e a redigere in questa loro qualità i cosiddetti Piani Triennali Anticorruzione, che troppo spesso sono degli atti meramente formali, un copia-incolla del modulo predisposto dall’Anac, giusto con qualche modifica legata alle particolarità di quel Comune. Vengono adottati in una forma standard, solo per essere “a norma di legge”, senza coinvolgere il personale preposto nell’ente locale alla sua redazione. C’è una presentazione in Commissione di solito molto blanda e senza nessun dibattito. La cittadinanza non sa nemmeno che esistono questi piani: non sortiscono alcun effetto sostanziale. Non colgono quindi lo spirito di fondo che dovrebbero avere, cioè quello della diffusione di una cultura della legalità. Si sta praticamente ripetendo quello che è successo dopo la promulgazione del decreto legislativo n. 231/2001, per il privato, per l’attuazione di un modello organizzativo di tutela della responsabilità giuridica dell’azienda.

Quindi è chiaro che ci voglia prima una decisione politica importante, perché poi nella realtà le attività che si possono svolgere sono tantissime. La più importante, che cito nel libro, è quella di partecipazione della cittadinanza, perché non è pensabile che il fenomeno mafioso e corruttivo di un territorio venga gestito e affrontato solo dall’ente locale. Perché gli effetti del fenomeno mafioso ricadono su tutta la collettività, su tutto il territorio. La collettività tutta dovrebbe cominciare ad alzare la testa e reagire.

Certo è che nella realtà in cui viviamo, non c’è un attaccamento così forte alle istituzioni locali, nazionali o europee, fatichiamo a comprendere che le istituzioni sono al nostro servizio e che dobbiamo far parte di una comunità. C’è una disgregazione dei valori sociali e tutti questi aspetti incidono negativamente su quelle che sono le progettualità per una partecipazione di tutta la cittadinanza, nell’ottica di un accrescimento di fenomeni di cittadinanza attiva. Bisogna recuperare un terreno per ricostruire sopra valori della legalità, che non siano solo sventolati in certe date l’anno, ma si tratta di valori che devono entrare a far parte del nostro modo di agire e di comportarci.»

La mancanza di partecipazione attiva si riflette anche nella scarsità di denunce da parte di imprenditori brianzoli e lombardi minacciati, vessati, intimiditi dalle organizzazioni mafiose, e questo è un dato abbastanza evidente. Lei che ne pensa?

«Anche nel mondo privato dell’economia legale, per quanto attiene cioè a imprenditori e liberi professionisti, ci sono tanti strumenti che consentono di alzare le barriere d’ingresso nei confronti delle mafie. Ma non possiamo pensare che siano solo dei singoli imprenditori illuminati che riescono a metterli in pratica. Deve esserci una sorta di diffusione capillare di questa modalità di essere e di agire. Noi abbiamo una normativa molto ben fatta, che ci viene invidiata all’estero, ma che viene poco applicata, perché a livello culturale non ce n’è l’intenzione. Anche perché sappiamo che sono tanti gli imprenditori che non hanno subito l’aggressione mafiosa, ma sono andati a cercare i servizi che la criminalità organizzata offriva: i servizi di recupero crediti, di buttafuori, di riciclaggio di denaro derivante dall’evasione fiscale dell’imprenditore (e non del mafioso).

Io ho sentito di imprenditori che nemmeno più partecipano a bandi pubblici, perché sanno già “come andrà a finire”. C’è un’arrendevolezza, quasi cinica, nei confronti di certi settori, che fa male al nostro territorio e al nostro paese. Sarebbe sufficiente un gruppo non per forza numeroso, ma sufficientemente stabile di persone che si ergano di fronte alla minaccia mafiosa e al timore di essere giudicati come “spioni”, o come “elementi di disturbo” dal quieto vivere o da quello stereotipo della “Brianza onesta e operosa”, per denunciare invece i soprusi e le ingiustizie subite ad opera della mano mafiosa. Sappiamo che ci sono situazioni nelle quali è difficile denunciare, ma sappiamo anche che cominciano ad esserci associazioni a cui rivolgerci sul territorio: c’è Brianza SiCura, poi ci sono le Forze dell’Ordine, i Comuni - che cominciano ad avere al proprio interno attività di whistleblowing o di denunce in anonimato. C’è tutta l’attività delle segnalazioni di operazioni sospette, ecc. Gli strumenti ci sono. Si tratta solo di fare quella transizione da una situazione in cui ci sembra stia andando tutto bene, a una situazione in cui si pretenda che lo Stato di diritto torni ad essere il perno principale attorno a cui deve ruotare anche l’economia

A fianco poi a quella parte di imprenditori onesti o che, per contro, collude o è costretta a cedere alle minacce mafiose, proprio a causa di prestiti selvaggiamente usurati (e abbiamo visto molti esempi a cominciare dal caso della Perego Strade - nell’ambito dell’inchiesta Tenacia - il cui cda finì nelle mani di Salvatore Strangio, boss della ‘ndrina di San Luca, attraverso la collaborazione di un colletto bianco, Andrea Pavone); abbiamo anche politici regionali che si sono rivolti alle mafie per chiedere voti in cambio di favori, appalti, posti di lavoro: da ultimo, è stata confermata dalla Cassazione la condanna di Domenico Zambetti per concorso esterno, voto di scambio e corruzione aggravata per la compravendita - dell’ammontare di centinaia di migliaia di euro - di voti dalle cosche Morabito-Bruzzaniti di Africo e Barbaro-Papalia di Platì. Fatti gravissimi, di cui si è parlato poco e che, anzi, sono passati quasi sotto silenzio. Che cosa ne possiamo concludere sotto il profilo della sensibilità e consapevolezza di politica e società civile verso i fenomeni di malaffare?

«La vicenda della condanna definitiva di Zambetti, ormai ex assessore regionale alla Casa, mette un punto fermo sull’esperienza dell’ultima Giunta Formigoni, caduta nel 2012 proprio per l’arresto di Zambetti. Ha perfettamente ragione quando dice che se ne parla poco, ed è vero che alla fine si torna al discorso della scarsa consapevolezza della cittadinanza e della politica. Motivo per cui abbiamo deciso, io con il sostegno del senatore Gianmarco Corbetta, di scrivere un testo, perché tanti sono i fatti eclatanti accaduti in Lombardia e nello specifico in Monza e Brianza. E, nonostante tutto, continuiamo ad illuderci che non stia accadendo nulla. Perché, come scrive il professor Isaia Sales, “forse questo anti-Stato non è poi così anti-Stato”. Anzi, con lo Stato di diritto ci va a braccetto.

A prescindere dal risultato che otterremo anche nel breve termine, il nostro dovere è continuare a insistere e a parlare di mafia. È il senso del dovere che dovrebbe imporcelo, a prescindere dal risultato. Non bisogna mai far passare sotto silenzio quello che accade.»

 

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