Parte nel silenzio la requisitoria del pm Lombardo al processo di Reggio Calabria

Otto ore di requisitoria nella prima delle cinque udienze in cui il pm Giuseppe Lombardo proverà a tirare i fili di un processo che va avanti ormai da tre anni. E che fa paura un po' a tutti. A Reggio Calabria, nel silenzio della stampa nazionale, si sta avviando a conclusione il processo 'Ndrangheta stragista, in cui sono imputati i boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.

Parte nel silenzio la requisitoria del pm Lombardo al processo di Reggio Calabria
IlReggino.it

È da 819 milioni e 936 mila secondi che attendiamo la verità. Probabilmente troppi. 

È così, misurando il tempo, che il pm Giuseppe Lombardo ha aperto la sua requisitoria al processo 'Ndrangheta stragista, che vede alla sbarra i boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, accusati di essere i mandanti degli attentati perpetrati in Calabria contro i carabinieri tra il dicembre del 1993 e l'inizio del 1994. Azioni criminose in cui persero la vita l'appuntato Antonio Fava e il carabiniere Vincenzo Garofalo, mentre molti altri rimasero feriti.

Un processo storico, che segnerà un'altra pagina fondamentale nella storia giudiziaria di questo Paese. Eppure, le aperture della stampa di questa mattina non ne hanno fatto menzione. Neanche un cenno, un trafiletto. Tutti i principali quotidiani hanno semplicemente "dimenticato" la notizia. Sarebbe bastato un piccolo riferimento, un'anticipazione o, perché no, una presa di posizione. E invece, niente.

Ad affollare le prime pagine dei giornali ci sono, come sempre, i contrasti nella maggioranza, le chiacchiere di palazzo, analisi dettagliate sugli scenari politici, le elezioni regionali, il MES. Si parla persino della "riabilitazione di Berlusconi", che sarebbe un po' come parlare della beatificazione di Giuda Iscariota. Ma questa è un'altra storia.

Il processo 'Ndrangheta stragista è invece uno snodo fondamentale per comprendere le dinamiche della stagione delle bombe del 1993-94. Non è, come l'ha definita Lombardo, "un foglio bianco su cui scrivere la verità", ma un ulteriore tassello che, partendo da sentenze già passate in giudicato, prova a fare luce sulla stagione delle stragi. Che è, secondo il pm, "un eterno presente" perché "tutti ancora portiamo addosso ferite, paure, il peso enorme del compito che ci viene riservato, il dolore, la rabbia, il desiderio di verità".

Presente in aula anche una delegazione di Scorta Civica, l'associazione antimafia che si schiera da sempre al fianco dei magistrati che ricercano la verità. Semplici cittadini che hanno scelto da che parte stare, che fanno da scudo a quegli uomini che, come Giuseppe Lombardo, sono impegnati in una strenua battaglia per far emergere fatti che in tanti preferirebbero tenere nascosti.

La requisitoria di Lombardo - che proseguirà nelle udienze del 3, del 6 e del 7 luglio, per concludersi poi il 10 - si snoda in 14 punti, attraverso i quali il pm prova a riannodare i fili e a rimettere insieme i pezzi di una stagione fino a qualche anno fa completamente avvolta dal mistero. 

Ciò che viene subito evidenziato è che il ruolo della 'Ndrangheta è andato ben oltre il mero supporto logistico a Cosa nostra. I killer Giuseppe Calabrò e Consoltao Villani - all'epoca diciassettenne - materialmente hanno agito da soli, ma su mandato di "ben individuate cosche", che non sono solo quelle della Piana di Gioia Tauro (Piromalli- Mulé e Filippone). Un ruolo di rilievo lo ha svolto anche Demetrio detto Mimmo Lo Giudice (deceduto), che intratteneva contatti con "ambienti che andavano oltre le dinamiche di base della 'Ndrangheta di Reggio Calabria" e il cui nome è stato associato da Calabrò a quello di Giovanni Aiello. "Io alle coincidenze non ci credo", ha detto Lombardo.

I delitti della 'Ndrangheta ai danni dei Carabinieri rappresentano "il completamento e la prosecuzione dell'agire di Cosa nostra", voluto da Graviano, il cui telefono è stato localizzato in transito dalla Calabria alla Sicilia il 17 dicembre del 1993, quando secondo Villani i killer avevano ricevuto l'ordine di colpire.

Per trent'anni si è fatto credere che la 'Ndrangheta non avesse preso parte alla strategia stragista dei cugini siciliani, ma la requisitoria di Lombardo sottolinea proprio come i delitti di cui si occupa il processo abbiano tempi, obiettivi e modalità perfettamente coerenti con il piano eversivo e l'obiettivo terroristico.

Nella riunione di Nicotera i vertici calabresi hanno agito con la "falsa politica", allo scopo di far percepire alla base un messaggio opposto: i soldati erano convinti di una cosa, i capi si muovevano nella direzione opposta, come si può dedurre dalle dichiarazioni del collaboratore Antonino Fiume.

La cadenza ravvicinata degli attentati contro i Carabinieri (2 dicembre 1993, 18 gennaio e 1 febbraio 1994) e "le modalità operative già utilizzate in passato" - come ad esempio, l'uso della sigla Falange armata per rivendicare le azioni criminose - fanno capire come non si sia trattato di attacchi o ritorsioni isolate contro obiettivi individuali, ma di un disegno eversivo che mirava a colpire lo Stato e che si inseriva nella più ampia strategia di Cosa nostra.

Dopo le stragi sul continente infatti, l'attenzione si sposta sui Carabinieri. Gaspare Spatuzza riceve l'ordine di compiere la strage contro i carabinieri all'Olimpico da Graviano perché "i calabresi si sono già mossi", colpendo gli stessi obiettivi. 

Possibile che si trattasse di eventi completamente slegati tra loro? Secondo il pm Lombardo, no. Le mafie in quel preciso momento storico avevano "la necessità di ricollocare il loro ruolo in uno scenario (quello dell'inizio degli anni Novanta) profondamente mutato", anche sul piano internazionale. Il parallelismo tra le stragi e le tempistiche politiche non può essere un caso. Come non può essere un caso che Graviano abbia deciso di parlare al processo.

La mafia, secondo Lombardo, è la goccia di caffè che mettiamo nel latte ogni mattina: una volta che ha toccato la superficie bianca, questa rimane irrimediabilmente compromessa. Una singola goccia di mafia è in grado di inquinare tutto. Al fianco delle organizzazioni criminali, in quella stagione decisiva, "si sono mosse tutta una serie di forze che, a contatto con la mafia, sono diventate mafiose". E il contatto tra bianco e nero "non è privo di conseguenze". 

Sarà per questo che il processo di Reggio Calabria fa così paura? I fatti finora emersi, il ruolo nient'affatto secondario della 'Ndrangheta calabrese rispetto alle vicende criminali più buie di questo Paese, l'atteggiamento di Graviano, le conseguenze politiche e i tentativi di depistaggio fanno di questo processo uno dei più esplosivi degli ultimi anni.

E proprio per questo, il mondo dell'informazione ha deciso di soprassedere.