Nicola Smerilli. Fotografando la Storia

L’arte di Smerilli ci viene pertanto d’aiuto quale perentorio svelamento dell’ignoto, magica dottrina di inedite supposizione, stravolgimento di un ordine iconografico finalmente capace di restituirci l’alito carnale della Storia.

Nicola Smerilli. Fotografando la Storia
il fotografo Nicola Smerilli

Ci sono giorni in cui la luce o l’umor nero dettano il prologo del divenire, come se quell’accadimento – fatto di bagliori o eclissi per nulla volontari – scrivesse, di par suo, la sostanza delle ore. Lo stesso peso, o la medesima leggerezza, può offrirli un incontro, fortuito o covato che sia. Un incontro che, nelle sue molteplici congetture, finisce per intrigare o rabbuiare il senso stesso della scoperta. Perché sono i segnali a “principiare”, a mostrare la periferia del racconto, a catalogare la voce e gli sguardi, a suggerire – nel bene o nel male – le conseguenze.

Mi piace allora dirvi di un incontro, di quelli che all’origine hanno colori sbiaditi, dissipati, privi, - direi - di un qualsiasi appiglio da preservare, e che poi esplodono per battiti comuni o per solidarietà di intenti.

 

Per anni con Nicola Smerilli – in verità con Nicola Giuseppe Smerilli, per ristabilire appieno la sua identità anagrafica – ci siamo incrociati lungo sequenze ininterrotte – e talvolta, confessiamolo, perfino seccate – di mostre, eventi d’arte, accadimenti che raccolgono i soliti “passanti”, occasioni minute per rimpatriare o ragionevole dependance di memorie sempre più ossidate. Incroci di sguardi e curiosità oltremodo accresciuti da quell’occhio “lenticolare” che ne accompagnava il passo, l’ombra misurata, l’incalzare lieve. Col senno del poi – che è fragranza del tempo presente – posso intuire che la “meticolosa” timidezza di entrambi ci ha rubato, forse, prologhi meno accidentali.

Poi la parola ha risarcito gli equilibri dell’appartenenza regalandoci, finalmente, le ore della conoscenza. Che è comunque – e fortunatamente – priva di spossanti rincorse, di rigide convenzioni, di appuntamenti devotamente simbolici. Gli incontri, invero, sembrano dettati da una più generosa fatalità oltremodo alimentata dai racconti inediti di entrambi. L’ultimo “richiamo” (o più concretamente il primo) è la pubblicazione di un libro straordinario che Nicola Smerilli – o, se meglio preferite, Nicola Giuseppe – ha intimamente offerto alla storia millenaria di questa terra. “Ciociaria nell’anima” è un viaggio fotografico senza stazioni di sosta, o “senza scampo”, orfano di lusinghe e di forzate melanconie, privo, direi, di quegli artifici oleografici che assai spesso ribaltano (o mistificano) il senso di un luogo o di uno sguardo.

 

Parafrasando il titolo che Nicola Smerilli ha voluto per questa sua opera parlerei, più curiosamente, della vera e propria “anima della Ciociaria”, quella stilla cromatica che si offre come bagliore e ripensamento, come approdo insolitamente mutevole al pari dei repentini “cambi di scena” di una commedia teatrale – e umana – o di un percorso fluviale. Ed è sorpresa accecante per l’occhio – e non solo – questa navigazione di respiri dove ogni alito è al contempo ripristino di memorie e spaesamento. E non è un gioco furbesco l’altalena dei conflitti; dell’ombra che penetra l’agora per infittire poi le diatribe solari; non c’è nulla di ingannevole nell’occhio “telescopico” che stana i cristalli infreddoliti dalla notte sui pianori lunari, ovvero nella generosa mescita di un torrente inatteso.

 

“Dal 1957 abito in Ciociaria” scriveva Giuseppe Bonaviri “terra ora montuosa, ora valliva che nasce a nord, da Paliano e, andando sotto Subiaco, ridiscende, attraverso i boschi, fino ad Anagni e a Fermentino; e di qua, verso Alatri, si allarga sino alla rocciosa Veroli per ricongiungersi, infine, a Frosinone. Da qui si riapre per andare a sud, a Casamari, a Sora, nella Val di Comino, a Cassino, sinchè, secondo un mio ideale itinerario, si racchiude ad Arpino piena di ulivi”.

Forse, seguendo un percorso siffatto, Nicola Smerilli ci conduce per mano non rinunciando però a quella sorta di “periferica memoria” capace di attraversare territori sconosciuti, celati, ignorati per sgarbo o disattenzione, che testimoniano – più di altri – la sostanza epica del luogo, l’essenza, l’epifanica natura.

 

L’arte di Smerilli ci viene pertanto d’aiuto quale perentorio svelamento dell’ignoto, magica dottrina di inedite supposizione, stravolgimento di un ordine iconografico finalmente capace di restituirci l’alito carnale della Storia. Quello che è ammontare millenario di dolori, soprusi, rivincite, sfinimenti, silenzi, invasioni, abbandoni, pause. Quello che è, forse, il “carattere umano” del luogo. Tutto ciò ci restituisce Nicola Smerilli narrando l’oro del reliquiario di Veroli; i cento volti della Madonna, uno per ogni quartiere, uno per ogni desiderio, uno per ogni imbelle responso; le geometrie sconsiderate dei sassi di Vallerotonda; le grafie piratesche che lambiscono le acque di Canterno o quelle che fa l’aratro dinanzi le mura di Anagni; il monito beffardo di un volto di pietra e il dialogo dei bimbi in un vicolo di mare e foglie, non già di roccia brunita; il panno turchese che la suorina leva tra le mura come aquilone dello spirito.

 

Emblematico e curioso, infine, come le “letture preziose” del luogo vengano spesso da autori (lo stesso Bonaviri o Fulvio Roiter) giunti “da fuori”, da altre terre, da altre latitudini storiche, da diversi tepori. Come se l’immagine conservasse, nella sua complessa definizione, le dinamiche e la memoria di un tempo straniero eppure capace di offrire all’indagine inedite varianti, meticolosi raffronti, poetiche “ripuliture”. Come se l’apparente distacco – l’essere altro – esercitasse una maggiore curiosità, un più legittimo rigore o una sosta meno disattenta.

 

Nelle pagine di omaggio letterario che accompagnano il volume Gioacchino Giammaria sottolinea che “con le fotografie di Nicola Smerilli, la Storia viene fotografata”. Condivido appieno se alla Storia affidiamo – anche – la  benevolenza di un magico sentire.

 

Nicola Giuseppe Smerilli nato a Petacciano, in Molise, è stato titolare della cattedra di Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Ha insegnato Storia e Tecniche della Fotografia presso l'Accademia di Belle Arti di Bari.

 

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