Noi, gli altri e quel contraltare misterioso

L’emergenza Coronavirus ci interroga. Come ripartiremo? Come tutto questo può aiutarci a leggere in modo altro la nostra storia? Come l’esperienza che stiamo vivendo può trasformarsi in opportunità? Quale uomo nascerà da questo dramma?

Noi, gli altri e quel contraltare misterioso
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Da un po’ pensavo di propormi e proporre a chi sceglie di leggermi una riflessione a tutto tondo sull’uomo. Magari una serie di interventi mirati a gettare uno sguardo sulla nostra esistenza.

Senza pretesa, pensieri sciolti, liberi da precomprensioni, consapevole che dire l’uomo è sempre operazione difficilissima, estremamente complessa e misteriosa.

“Noi”, “gli altri”, quante volte ricorriamo sbrigativamente a queste due categorie per capire problemi, trovare scorciatoie, risolvere situazioni intricate, giustificare atteggiamenti e incomprensioni. Ma, chi sono davvero io? Chi, davvero gli altri? Se pensiamo a quanto stiamo vivendo in questo tempo della nostra storia, comprendiamo bene quanto difficile sia mettersi di fronte al tema “uomo” compiutamente, riuscendo a farne una lettura autentica.

I mesi scorsi, come gli scorsi anni, il nostro tema ha assunto il volto e il colore e i problemi legati all’immigrazione. Quante parole, quanti slogan, quanti pregiudizi, quanta pochezza. Scelte politiche difficili, spesso al limite dell’umanità, che ci hanno fatto dire che l’altro è un problema, che va risolto lontano da casa nostra; che prima di pensare a tutti quelli che nella loro terra subiscono ogni giorno violenza, soprusi, torture e per questo tentano di fuggire e rifugiarsi altrove con la speranza di darsi una possibilità di vita, dobbiamo pensare a quelli di casa di nostra. Li abbiamo lasciati in mare in balia delle onde o sotto il sole cocente per giorni.

Oggi siamo di fronte ad un contraltare misterioso, ad un rovescio delle medaglia che ha messo noi dall’altra parte: l’emergenza Coronavirus. Forse un modo per farci comprendere quanto sbagliato sia stato l’atteggiamento di tanti di noi nei confronti degli immigrati. Oggi è l’italiano quello respinto. Le grandi compagnie aeree hanno cancellato voli dapprima da e per l’Italia, poi per l’Europa… e non si sa fino a quando. Oggi sembrano esserci aperture perché altri stanno avendo lo stesso problema, ma fino a qualche giorno fa era l’italiano quello pericoloso da tenere lontano.

Questa non vuole essere e non sarà una riflessione su quanto sta accadendo, pur nella drammaticità di questi giorni.

Giorni in cui ci vengono imposte restrizioni importanti che fatichiamo a fare nostre. Che ci vedono impreparati. Non più capaci di fermarci. Certamente l’economia risente e risentirà di tutto questo. Certamente ne risentirà il turismo. Certamente ne risentirà la formazione dei nostri ragazzi che non vanno a scuola da settimane e chissà fino a quando. Ma certamente si ripartirà… è bellissimo lo slogan che ci siamo dati #andràtuttobene… e lo crediamo.

Ce la faremo, lo abbiamo fatto tante altre volte, lo faremo anche stavolta. L’Italia è un grande paese fatto di uomini e donne straordinari che stanno dando tutto per fronteggiare l’emergenza. Forse in questi giorni sta emergendo con chiarezza quanto sbagliato sia stato sottovalutare il fenomeno, quale grande errore sia stato ignorare clamorosamente l’allarme lanciato da qualche virologo solo perché accostato ad una certa parte politica. Ma questo è stato e sarà argomento di altri. TV, giornali, social sono tutti concentrati su questo. E giustamente!

Ma la nostra domanda vuole essere invece come… Come ripartiremo? Come tutto questo può aiutarci a leggere in modo altro la nostra storia e può aiutarci a cogliere suggerimenti importanti? Come l’esperienza che stiamo vivendo può trasformarsi in opportunità? Come può tutto questo farci comprendere il valore della speranza e perché no, della vita stessa.

Mentre vi scrivo mi raggiunge il messaggio di un mio amico carissimo, un ingegnere che da sempre ama la musica. È un grande organista, un ottimo compositore e mi ha inviato la sua ultima composizione: Ecce Homo! È quasi provvidenziale. Conosco bene quella espressione e so perché lui lo ha fatto. Ma proprio questa esclamazione “Ecco l’uomo”, mi aiuta a chiedermi di più. Quale uomo?

Quale uomo sarà quello che, finita questa emergenza, tornerà a doversi confrontare con la vita di tutti i giorni, di cui l’altro è termine essenziale, irrinunciabile… Sapremo imparare da questo dramma, che giorno dopo giorno e con sempre maggiore intensità si sta consumando, a guardare la vita con occhi diversi?

È scoppiato il virus in Lombardia e abbiamo assistito a scene di fuga vere e proprie… scene di treni presi d’assalto. Mentre guardavo quelle scene in tv, mi venivano in mente le parole ascoltate ogni volta che un barcone, pieno di disperati che fuggono dalle più crudeli atrocità approda sulle nostre coste. E mi chiedevo: perché? Perché loro “dobbiamo aiutarli a casa loro” e noi non siamo capaci di modificare le nostre abitudini nemmeno per un poco soltanto. Ma fuggiamo, in cerca della soluzione più comoda, della scorciatoia più corta. Del posto che ci permetta nonostante l’emergenza di fare l’aperitivo con gli amici e non ci obblighi a stare in casa due settimane.

Quale uomo nascerà dall’emerga Coronavirus? Quanto questa emergenza ci aiuterà ad interiorizzare la necessità di riconoscere l’altro e di riconoscergli uno spazio vitale nella nostra vita? È una consapevolezza, quella dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri che va ridestata con lucidità, oggi più che mai.

D’altra parte tutta la storia umana, nelle sue diverse espressioni, è, in qualche modo, il risultato delle risposte all’interrogativo circa l’essere “relazione” dell’uomo. E anche tali risposte non bastano a colmare la distanza tra il voler sapere e quanto di fatto si viene a sapere su se stessi e sull’uomo in genere. Dire l’uomo in modo compiuto sembra essere una questione irrisolvibile. Le risposte che sono sul mercato sono sempre provvisorie  e mai del tutto soddisfacenti. Si deve allora rinunciare alla posa della questione circa l’uomo? Diremmo no! Con forza, no! Che senso avrebbe, infatti, la vita se l’uomo rinunciasse a pensare a quanto gli è più proprio, e cioè se stesso? Tra l’altro, proprio perché provvisorie, le risposte sull’uomo rafforzano la domanda: quale uomo?

Certo, si potrebbe rispondere a questa domanda considerando il “desiderio” che l’uomo nutre nel più profondo del suo essere, soprattutto quando il limite e l’impotenza di fronte ai drammi dell’esistenza si rendono significativamente evidenti, ma resterebbe risposta parziale. Non compiuta.

Ogni risposta in qualche modo è sempre mediata dalla cultura che si vive, entro cui però si fanno strada “semi di verità”. E la verità arriva un po’ per volta e non tradisce mai, mette tutti al proprio posto. Questo non significa che si debba avere un dire l’uomo per ogni tempo, culturalmente determinato. Questo significa  che ogni tempo ha qualcosa da dire sull’uomo e ogni tempo ha qualcosa da dire all’uomo!

Questo tempo ci sta parlando. Tocca a noi ascoltare e rispondere con verità, pur consapevoli che quello che diremo sarà sempre “parola penultima”,  e che c’è un poi, che ci chiederà sempre… quale uomo?

Seguiranno una serie di immagini, alcune sembreranno scontate… altre meno… ma tutte saranno tentativi di porci di fronte al grande mistero che è l’uomo, nel suo vivere, nel suo amare, nel suo soffrire, nelle sue relazioni, nel suo morire. Sempre animati dalla stessa domanda: quale uomo? Alla prossima.