OrtoArte alla Reggia di Portici, in mostra le installazioni di quindici artisti

L’evento inaugura un camminamento capace di farsi presenza fisica e permanente all’interno di un “luogo stregato” che da oltre un secolo è parte insostituibile e vitale del paesaggio.

OrtoArte alla Reggia di Portici, in mostra le installazioni di quindici artisti

Si chiama “OrtoArte” il percorso espositivo che prende il via domani, sabato 24 ottobre nello splendido scenario dell’orto botanico della Reggia di Portici. Utilizziamo il termine “percorso” anziché quello (consueto e forse rassicurante) di “mostra” perché in effetti l’evento sembra inaugurare un camminamento capace di farsi presenza fisica e permanente all’interno di un “luogo stregato” che da oltre un secolo è parte insostituibile e vitale del paesaggio.

 

Aprendosi oltremodo come una sorta di corridoio nella vegetazione, nelle agore d’ombra, nei recessi dettati dal tempo e dalle stagioni, In questi spazi “occasionali” ma trepidanti, le installazioni degli autori si fanno luoghi di sosta e di ascolto dando vita a quell’inevitabile “legame che esiste da sempre tra arte e natura”. Quindici gli artisti “trascinati”, con le loro opere, in questo intenso itinerario di magiche corrispondenze con altrettante installazioni scultoree celate lungo il tragitto imposto dalla natura e che da questa affiorano come sentinelle premurose e concilianti; avamposti di conforto per lo sguardo e l’anima di coloro che si faranno viandanti in questo parco dell’immaginifico. Non amo citazioni sottratte all’originario capitolo. Credo allora sia più utile e necessario che le parole esaurienti di Gaetano Romano, curatore del “percorso”, ci guidino passo passo lungo il labirinto di soste e affanni, di ripensamenti e bagliori. Per conoscere gli autori, per fissare, senza inganno le loro opere.

 

All’ombra dei giganti silenziosi

Claudio Bozzaotra, fertile e visionario, all’incrocio di design, pittura, e scultura, entra nel bosco settecentesco con il suo Urbano lo spaventapasseri (stampa digitale su forex sagomato, 2011) leggera e aerea composizione concettuale, declinante lo spirito del postmoderno. Si erge bivalente nel suo significato metaforico; da un lato è per sua natura spaventapasseri classico, mentre dall’altro la figura umana che regge il fiore alza le mani verso il cielo a protezione della natura, estremo tentativo salvifico che vive nei cuori di molti degli artisti presenti, che con le loro opere dimostrano di essere consapevoli della insensatezza umana in relazione al nostro habitat di vita. Mariangela Calabrese fertile produttrice di opere pittoriche di chiaro stampo informale e gestuale, sente il richiamo della natura e della terra con le sue infinite valenze – esegue numerose opere site-specific, intense e liriche, quando non severamente ammonitrici. Allora lungo fiumi e corsi d’acqua ecco i suoi vessilli in dialogo serrato con le forze della natura, ecco ora recuperate ed assemblate pietre messe in teche di plexiglass, ecco ancora figure icastiche per il Terzo Paradiso (ipotesi rigeneratrice del libero pensiero e della natura umana) un vasto offertorio liturgico e struggente nel paradigma dell’umano che segna inequivocabilmente il suo personale percorso d’artista. Come Chiedo il permesso di rinascere dal titolo di una poesia di Neruda (scultura del 2020 in metallo e polvere di marmo) che l’artista presenta in questa rassegna, e ben si aggiunge con la sua scabra, nascente essenzialità, all’equilibrio del bosco settecentesco. Il nido – (pietra lavica, legno, bronzo) – chiama così la sua opera Antonio Carotenutocomposta con la materia infuocata che millenni or sono seppellì per sempre Pompei e Ercolano. Pietra lavica, legno, bronzo, compagni fedeli e adeguati in questa solenne composizione rivolta verso il cielo. Si dedica ad essi da sempre, valutandone attentamente le capacità espressive e simboliche, le arcane corrispondenze seppellite nella materia. Annotava Chillida «Ogni materia ha la sua voce, basta saperla ascoltare» – e Carotenuto è sensibile interprete ed esecutore, come dimostra chiaramente Il nido, inno alla vita e offertorio al creato, per quello che ha dato ma anche preso per sempre. L’opera è lì a ricordarcelo. Luigi Caserta introduce nel verde e sotto le ombrose chiome dei giganti silenziosi l’opera Amazzone, 2018, bronzo, dove il movimento abbozzato dal destriero e la postura eretta di colei che lo cavalca, conferiscono slancio e compostezza formale alla scultura, che si erge rilevante alla nostra vista. La sua figurazione plastica racchiude decisa, l’impronta del classico, da cui proviene il suo icastico e intenso modellato. Non rinuncia al passato e alle radici che sente come continuazione di sé, ma guarda all’orizzonte del presente (si veda l’opera Lockdown). La certezza del passato nella sua formazione non accademica, ma da autodidatta e spirito libero, vissuta con consapevolezza ma sofferta sotto cenere di brace, a latere della professione medica, deflagra a partire dal 2014, spingendolo verso un furioso corpo a corpo con la materia, quasi ad impadronirsi del tempo volato via per altri cieli. Prolifica la sua produzione, con soggetti diversi (volti, busti, figura mitologiche, maternità) e soprattutto l’amata figura femminile in sempre varie declinazioni. Through – (attraverso) – di Diana D’Ambrosio (ferro, arenaria) entra in scena con il suo forte credo di forme ancestrali – le opere presentate, hanno la forza dell’imposizione delle mani nella consistenza della materia; lo sguardo attraversa e passa oltre, la natura del bosco penetra nel cerchio, le materie diverse si incontrano, il mestiere delle mani dell’artista reclama a gran voce la sua parte nel connubio astratto della forma. In dialogo serrato con i luoghi ospitanti carichi di storia, dove le sue opere dialogano saggiamente con i maestosi e silenti alberi secolari, l’artista in profonda sintonia con la religiosità silvestre della natura, aggiunge con le sue forme ataviche un nuovo inedito repertorio espressivo e visivo allo stato (corpo) dei luoghi. Gimmi Devastato, con l’algido biancore delle sue bottiglie di plastica di Coca Cola (emblema del consumismo) – che hanno mutato aspetto e marmorizzate si ergono impettite e superbe, punta il dito sulla plastica che sta divorando l’ambiente e i mari, e sulla mancata adozione da parte di tutti di una adeguata strategia di smaltimento. Un bianco opaco baluginante ci viene incontro nel verde senza tempo dell’Orto, si incontrano minimalismo progettuale e consistenza fabbrile dei materiali, la giornaliera pratica del quotidiano con il suo peso, irrompe nella limpida poesia silvestre dei luoghi e lo scontro è senza sconti. Sconfinamenti tra design e materie, in composto equilibrio. 

Domenico Fatigati, fedele da sempre ai suoi riconoscibili moduli espressivi (Optical Art) risalenti alla percezione di strisce verticali di legno colorato, estroflesse e modulate nello spazio, dialoga con la natura come allo stesso modo costruisce con ostinato accanimento, le sue forme-quadro che destinate a parete, invece travalicano nello spazio. Si alternano in rapida sequenza sotto il nostro sguardo attento, griglie percettive di colori (area aniconica) dove la nostra percezione si acquieta, mentre in natura sovrastano i giganti silenziosi. L’opera proposta, L’ambiente variabile, 2016 (tecnica mista, ferro e alluminio dipinto a forno) in ragione della sua particolare natura consente alla luce di peregrinare attraverso di essa, modulandone intensità e rifrangenze. Hertz, opera composta da cinque ferri calandrati di Gianroberto Iorio, libera di oscillare nello spazio con sorgiva autonomia simile alle onde elettromagnetiche da cui ricava il nome, è contrappunto di libertà compositiva modificabile. La sua natura le consente di assumere forme diverse in virtù delle sue circonferenze decrescenti, che si librano nello spazio sulle note basse e minimali del loro asserto. Ancora una volta Iorio scopre l’intima essenza della sua natura; non prevaricatrice ma sorgiva, di inserti dialoganti con l’infinito dello spazio che qui si nutre di oscillazioni silvestri nel dominio puro del sacro bosco.

Giovanni Mangiacapra presenta una composizione algida e inquietante, dal titolo Omaggio alla terra – fiori, cornice con fiori di plastica che si prolunga nello spazio con la sua coda verde per raggiungere nel felceto, la madre terra, verso cui tende l’umano in ragione della forza di gravità. Falsa vita hanno questi fiori inquietanti tenuti sottovuoto e sospesi nel tempo (opposizione artificio/natura) e interroganti sul destino della specie umana sul pianeta. Dall’informale pittorico da cui proviene in pittura (di matrice gestuale/espressionista) dove elabora tele che confermano quanto scriveva R. Barilli in proposito, laddove annotava «l’informale è sporgersi sul mondo» alle composizione site-specific, Mangiacapra, resta fedele ai suoi temi proponendo in disamina ora l’ambiente e la natura, ora l’uomo, la sua esistenza e la sua nuda carne.

Fiore Bianco, opera del 2010 di Michele Mautone, ci viene incontro nell’atrio del solenne edificio che apre ai misteri del bosco, nasce sulla parete ma deborda e cerca vita nello spazio, sfiora il piano di calpestio e irrompe sul basolato. Avido di vita il Fiore, cerca luce e nutrimenti e guarda verso il bosco, dove giganti silenziosi misurano i loro anni sullo scandire dei secoli. Legno, ferro, rete metallica, sabbia, cemento, gesso e colore; eccoli gli elementi in dialogo tra loro e anche in forte opposizione per la loro natura, ma qui convergono e mentre taluni si sciolgono e si rapprendono in fiumi di materia liquida, altri dall’alto fieramente osservano.

Corpo di carta di donna (carta pesta riciclata nel periodo della quarantena) – questo il nome attribuito alla figura – che Nello Mocerino offre svettante nello spazio verde dove gli alberi portano i secoli addosso. Dicevo svettante, perché interagisce nello spazio con la sua natura formosa e terragna (gessi, colle, cementi) a ricoprire un deperibile scheletro di carta. La superficie solcata da impronte rivela arcane temperature emozionali, un ductus irruento svela caparbie voluttà del modellato; epidermide fenomenica, teme le intemperie e può sgretolarsi sotto l’impeto delle forze della natura. Metafora acuta della chiusura e dell’isolamento forzato, concepita dalla fertile immaginazione sarcastica dell’autore.

Michelangelo Napolitano si aggira fremente tra i ruderi della civiltà consumistica (sdegno e domande di senso) segnano la sua ricerca, che vorrebbe farsi carico dei residui e degli scarti prodotti dall’uomo; ne seleziona alcuni di questi, come legni disutili, tele di sacco sdrucite e consunte, ferri e lamierati e assembla così una ouverture lacerante e polifonica sotto il cielo stellato. Opere come Natura Precaria, Omphalòs, dicono del tentativo dell’autore, comune ad una vasta area di arte povera, presente nell’arte contemporanea, di acciuffare il senso e il linguaggio estetico nella panoplia di materie che il sistema prima produce e poi espelle, irriconoscibili resti.

AEquilibrium, installazione fortemente suggestiva di Gianfranco Racioppoli, tremula istantanea concettuale dell’habitat umano, nel contesto degli alberi secolari, con legno ricoperto di calce viva (cura, antitodo) e casetta periclitante (in origine con scorrimento di acque) – è interrogazione sui destini dell’uomo e sulle sue insensatezze che hanno leso per sempre il fragile equilibrio della natura. Con lirica emozionante proposizione, Racioppoli riesce a dire l’indicibile, il de profundis dell’ambiente e della vita con rigore e severa maestria.

Cosmo Scalfito, l’opera con la quale Pasquale Simonetti si introduce nel verde dell’Orto (cedro, rame, acciaio) è dialogo di materie che cercano l’abbraccio nella forma circolare della terra o del sole, di cui conservano asperità e fratture – divinità primordiali venerate nel tempo dai popoli. Ma anche superfici dove a lungo ha penetrato la ricerca e la mano, perché in particolare per Simonetti, potrei usare l’espressione “le mani sanno”. Il suo operare proviene infatti dall’esercizio ostinato di ricerca di forme figurative naturali e dialoganti nello spazio – ovali, teste, busti, volti corrucciati, un esercizio pulsante che non vede tregua tra materie come il legno, la pietra (basalto e arenaria) ma anche acciaio, per soluzioni più ardite e sperimentali.

I Totem o Sentinelle di Raffaele Sorrentino, hanno valenza fortemente assemblativa; ricicla materiali eterocliti e disutili (in prevalenza legni, ferri rugginosi) prelevati da ciò che il mare rifiuta, o da scarti delle discariche a cielo aperto che stanno diventando le città e i paesi, e ottiene da siffatta procedura, corpi verticali urticanti di forme acute e penetranti; non è un penetrare indolore nell’ambiente, ma forzato, un contrasto o uno iato, simile alla fatica che sopporta chi si dia a scalare una ripida parete e ad ogni passo deve conficcare un chiodo nella nuda roccia.

 

ORTOARTE – Orto Botanico Reggia di Portici (Na) – inaugurazione 24 ottobre – a cura di Gaetano Romano -  Direzione artistica: Diana D’Ambrosio, Giovanni Mangiacapra - La mostra sarà visitabile fino al 17 novembre 2020 - Orari di apertura dal giovedì alla domenica 9:30 > 14:00 e 15:30 > 18:30 – in collaborazione con l’Associazione aps Culture Contemporanee e il Musa

 

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