Pandemia, parla Spaccavento: «Rigore e responsabilità, prepariamo per la terza ondata»

LA PARTITA. «Faccio sempre un esempio molto chiaro: come in una partita di calcio la sanità sta facendo l’attacco, ma serve anche una buona difesa e questa deve farla la cittadinanza attraverso comportamenti adeguati e responsabili, perché la partita contro il Covid va giocata tutti insieme da un’unica squadra.»

Pandemia, parla Spaccavento: «Rigore e responsabilità, prepariamo per la terza ondata»
Il dott. Spaccavento (dal profilo fb)

Si parla tanto del commercio, dello shopping natalizio, di cenoni e del capodanno. Ma il Covid esiste e resiste, gli ospedali sono in grossa difficoltà, il numero giornaliero dei decessi è drammatico.

Abbiamo incontrato il dottor Felice Spaccavento, responsabile delle cure palliative della unità di fragilità e complessità della Asl di Bari che, negli ultimi mesi, sta prestando servizio come volontario nella rianimazione Covid dell’ospedale di Putignano


Dottor Spaccavento qual è la situazione attuale negli ospedali?

«Per quello che riguarda la Puglia, le terapie intensive sono sature di pazienti affetti da covid. Con grossi sacrifici si sta cercando di mantenere un equilibrio tra degenti covid e gli altri che necessitano della terapia intensiva per diverse patologie. Purtroppo da mesi il sistema di assistenza per malati non covid risente gravi rallentamenti, con una riduzione delle ore di assistenza anche domiciliare. I reparti covid sono al completo; una cosa leggermente migliorata in questi ultimi giorni in Puglia riguarda il numero degli accessi in pronto soccorso.»

 

Qual è l’andamento della curva dei contagi in questo momento?

«Abbiamo avuto qui in Puglia, così come in tutto il territorio nazionale, un quasi totale azzeramento del numero di contagi nel periodo estivo, per arrivare poi nel mese di ottobre al picco di una seconda ondata molto forte e inattesa nella sua intensità. La fine delle restrizioni durante il periodo estivo e la seguente apertura delle scuole hanno sicuramente influito. Ecco perchè temo il periodo natalizio che stiamo vivendo; mi accusano di essere troppo rigido e di fare allarmismo, ma in questa seconda fase c'è stata meno attenzione rispetto alla prima. Dobbiamo comprendere che in questo momento l’unica terapia efficace è il contenimento, non abbiamo altra difesa alla malattia se non il distanziamento e l’applicazione delle misure di protezione. Questo almeno fino al vaccino.»

 

Parliamo del vaccino. Possiamo essere tranquilli in fase di somministrazione?

«Il vaccino è fondamentale e naturalmente io mi vaccinerò. Anche questa sarà una battaglia importante da fare per garantire una vaccinazione di massa che permetterà la riduzione dei contagi. Il vaccino è la sola soluzione per fermare il diffondersi della pandemia. È vero che questo vaccino è stato fatto velocemente rispetto ad altri, ma occorre precisare che dietro vi è una sperimentazione sicura. È stato già testato su 47 mila soggetti. Non dimentichiamoci che i vaccini hanno salvato negli anni milioni di persone.»

 

Perchè abbiamo un numero così elevato di decessi rispetto ad altri paesi?

«I fattori sono tanti: ogni nazione ha una realtà a sé stante e non faccio paragoni. Da noi si sono fatti tantissimi tamponi, la nostra è una popolazione tendenzialmente più anziana e le diagnosi di covid sono spesso molto difficili essendo presenti anche altre patologie. In questo caso il coronavirus diventa concausa della morte o la accelera. Questo non significa che non ci siano anche molti decessi tra i pazienti giovani.»

 

Lei è uno che opera sul campo. Cosa ha visto e vede nei reparti di rianimazione con la diffusione del covid?

«Innanzitutto lavorare completamente coperti, con una sorta di scafandro per tutto il tempo, rende ogni cosa più difficile. Ho paura di contagiarmi e di contagiare la mia famiglia. Lo ripeto da mesi: questo grande sacrificio di noi operatori sanitari deve trovare una risposta importante da parte dei cittadini che devono sostenerci; ricordiamoci dei moltissimi medici e infermieri morti in questa guerra al covid. Faccio sempre un esempio molto chiaro: come in una partita di calcio la sanità sta facendo l’attacco, ma serve anche una buona difesa, a farla deve essere la cittadinanza attraverso comportamenti adeguati e responsabili, perché la partita contro il covid va giocata tutti insieme da un’unica squadra. Quello che si vede nei reparti è drammatico: io ho un contatto molto empatico con i miei pazienti (spesso per la mia specializzazione lavoro con i bambini o con malati terminali), ma con i pazienti affetti da covid, molti dei quali intubati, c’è il dramma della solitudine a cui sono costretti e questo è uno degli aspetti peggiori della malattia. Nei loro occhi c’è un terrore che non si può scordare. Ho esperienza in tema di sofferenza, ho lavorato in Kosovo durante la guerra, conosco e tratto la malattia anche dei bambini, ma la grande paura che vedo nello sguardo dei ricoverati per covid non la dimenticherò mai. Per fortuna spesso c’è anche l’emozione nel vedere rinascere molti di loro, la gioia di vederli superare quel momento difficile, vivere i loro progressi, le risposte agli stimoli. Una mia paziente proprio in questi giorni sta “rinascendo”: le parlo, le chiedo di muovere un dito o gli occhi per farmi capire se può sentirmi. Sono pazienti con una grande possibilità di non farcela e vivere questa ripresa è molto bello.»

 

Cosa non ha funzionato e cosa non sta funzionando nella gestione della pandemia?

«Questa estate ci siamo fatti prendere tutti dall’idea che questa seconda ondata sarebbe stata come la prima; è accaduto in tutta Europa, una grave sottovalutazione da parte dei cittadini e dei governi. Non si è pensato ad una fase peggiore, invece ci siamo trovati di fronte ad una mareggiata imprevedibile. Ecco perchè adesso dobbiamo gettare le basi per trovarci pronti alla terza ondata che inevitabilmente ci sarà tra gennaio e febbraio, meglio fare adesso una prevenzione anche esagerata che trovarci nuovamente impreparati. Dobbiamo cercare di recuperare il tracciamento, riattivare l'assistenza sul territorio per limitare gli accessi ospedalieri. Aumentare i posti in rianimazione va bene, ma poi resta il problema del numero insufficiente di medici e anestesisti. Occorre evitare gli ingressi in ospedale per non rischiare il collasso del sistema, potenziare il territorio e l’assistenza domiciliare è fondamentale.»

 

Quindi rigore, restrizioni e nessuna cena di Natale?

«Per controllare ciò che accadrà nelle prossime settimane, occorre essere rigidi e rigorosi. Non possiamo permetterci di fare festeggiamenti o di pensare al capodanno, dobbiamo pensare a gennaio e arrivare alla vaccinazione di massa per iniziare a vedere un po’ di luce a marzo. Io capisco la voglia di normalità, così come comprendo le problematiche legate all'economia: ma da medico non posso pensare che l’economia prescinda dalla salute delle persone che deve essere un diritto per tutti. Un’economia che cammina su cittadini malati e di per sé un'economia malata.»

 

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