Paola Beltrano, fotografie di sguardi

Il viaggio, attraverso le immagini di Paola Beltrano, si fa per l’interlocutore una vera e propria condizione emozionale e incessante di “attraversamento”. Un transito finalmente lieve e misurato all’interno di quell’essere intrinseci alla natura che l’artista pare ribadire e avvalorare per immagini mai iconografiche o rincuoranti.

Paola Beltrano, fotografie di sguardi
Paola Beltrano - Vento di grecale

Avrei scritto di Paola mi son detto. Di Paola che ritrae la lungimiranza del sole o declina per ombre il divenire della sera. Di Paola che ha scelto il mare e a questo ha offerto lo sguardo come approdo precario o molo di attracco. Scrivo di Paola Beltrano in questo tempo avverso dove le immagini, le parole, le ipotesi sembrano (in verità lo sono) incrostate di un timore tutto umano; privi di sollievi o aspettative.

Come se con quelle immagini (con le parole e le ipotesi) dovessimo fare i conti ogni istante; come se a loro affidassimo l’umore e l’intensità di un inedito capitolo fatto di attesa, di diffidenza, di tellurica incertezza. Da qui la necessità, oggi più di ieri, di affidarci allo sguardo degli artisti: al loro “occhio di Macalube” che tuona e implode ad ogni inquietudine, che lievita e restituisce bagliori di lava; al loro passo preveggente che risale, senza scorciatoie, le rotte che conducono al cortile di una probabile verità.

Nei giorni scorsi leggevo le parole di Michele Serra: “ l’anima mundi sulla quale in molti abbiamo riflettuto sotto pandemia, e dentro clausura, è il nostro essere intrinseci alla natura e poi il nostro averlo dimenticato, rischiando di perderci e di dannarci.” Ecco, mi piace allertare questo resoconto breve per parlare – direi meglio, scrivere – intimamente del lavoro fotografico di Paola Beltrano. Perché nelle immagini raccolte c’è come il senso di un “guardare specchiato” capace di raccogliere – e accogliere – il senso duplice dell’azione: guardare se stessi osservando l’altrove.  Come a dire che ogni ragionevole “paesaggio” è di per sé un frammento ritrattuale; un’isola ancorata nell’illimite di un arcipelago.

Il viaggio dunque. Non intrapreso per centellinare una  meta ambita o per definire il salutare compiacimento di un approdo. Il viaggio, attraverso le immagini di Paola Beltrano, si fa per l’interlocutore una vera e propria condizione emozionale e incessante di “attraversamento”.

Un transito finalmente lieve e misurato all’interno di quell’essere intrinseci alla natura che l’artista pare ribadire e avvalorare per immagini mai iconografiche o rincuoranti. Direi della bellezza innaturale della natura, quella troppo spesso “archiviata o maltrattata” dall’indecenza di una “pigrizia” eloquente, dall’intolleranza, dalla sconfinato desiderio di non ascoltare. Paola Beltrano è tra gli artisti che amo “ascoltare”.

Perché l’osservazione delle sue opere è un crocevia di minuti intendimenti, di rare riflessioni. E ci aiuta a non dimenticarlo, a non perderci e dannarci. Lo è il mare, come luogo introspettivo che si fa pianoro di segni ventosi, di aliti millenari, di colori indicibili. Ovvero scrigno delle nostre attese. Per geometrie che appartengono al potere dell’immaginifico o, in verità, ad una memoria (ad un’appartenenza) che abbiamo dismesso. Lo sono le nuvole che dialogano per sillabari appena udibili; lo è il cielo che accoglie piccoli fuochi e schiude alla notte un silenzio che non confessiamo.

Allora guardo le immagini di Paola Beltrano che sosta al limite di un arcipelago sconfinato e ci mostra i colori che abbiamo conosciuto un tempo. Con quello sguardo della memoria che ci apparteneva, un tempo.

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