Pensare agli ultimi

Riccardo Noury racchiude il suo pensiero in una frase che dovremmo tutti tenere a mente: «non ci sono persone sacrificabili in questa epidemia».

Pensare agli ultimi

Qualcosa di sconosciuto e inaspettato, come il coronavirus, ha portato alla luce il mondo degli invisibili. La limitazione agli spostamenti e l'indicazione di restare a casa, trovano difficoltà di applicazione per i tanti che una casa non la hanno. Pensiamo a chi non ha un alloggio, ai senza fissa dimora, a chi vive nelle baraccopoli o a chi riempie i centri di accoglienza. Pensiamo a tutti i luoghi di assembramento forzato.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Gli invisibili, gli ultimi del mondo si fanno in questo momento reali: cosa si sta facendo per loro?
«Diventa evidente in questo momento cosi drammatico che il tema del diritto alla salute da solo non è sufficiente, emergere chiaramente durante questa pandemia che occorre metterlo in correlazione al diritto alla casa, all'alloggio. Come possono tutelarsi in questo momento quelli che ne sono privi? Purtroppo il virus non discrimina, ma i governi si: più ci sono persone private del diritto alla salute e alle quali è negato l'accesso alle cure e maggiore sarà il rischio di contagio in ambiti dove non sono garantite neanche le  minime possibilità di isolamento e di tutela».

Quali sono la priorità per affrontare la questione?
«Occorre rimettere al centro dell'azione politica l'idea che nessuno venga lasciato indietro soprattutto i più esposti e quindi più fragili. Chi crede nei diritti umani, ma anche chi ha un approccio più egoista riguardo ai diritti universali, deve necessariamente ripartire dal diritto per tutti alla salute e all'accesso alle cure come punto base».

Quali sono le proposte di Amnesty International ai governi di tutto il mondo?
«Se pensiamo ai migranti, accalcati l'uno sopra l'altro in sterminati centri di accoglienza, chiediamo che ne vengano aperti in numero maggiore e di dimensioni più piccole nel rispetto della sicurezza degli ospiti e degli operatori che vi lavorano. Per ciò che riguarda le carceri Amnesty propone di applicare misure alternative alla detenzione dove è possibile, ma anche il rilascio dei malati e degli ultrasessantenni; potrebbe anche valutarsi una liberazione condizionata per chi è in attesa di giudizio. Questo per evitare il sovraffollamento e l'elevato rischio di contagio. Un'altra situazione preoccupante e non  tollerabile, è ciò che sta avvenendo all'interno delle residenze per anziani dove è in atto una vera e propria “decimazione” di un'intera generazione. La cosa più terrificante è una sorta di indifferenza di fronte a queste morti, una rassegnazione, come se la morte di un anziano avesse meno peso e fosse meno grave.

L'epidemia del coronavirus purtroppo concentra l'attenzione del mondo intero sull'emergenza sanitaria: le chiediamo se sta proseguendo il lavoro di ricerca per far luce sulla scomparsa di alcuni nostri connazionali, pensiamo a Silvia Romano e allo studente dell'Università di Bologna Patrick Zaky per citarne alcuni. 
«Naturalmente anche in questa fase il lavoro deve assolutamente proseguire da parte nostra c'è tutto l'impegno perché resti alta l'attenzione».

Che mondo sarà quello dopo la pandemia, quando supereremo questo passaggio così buio per l'umanità?
«Molto di ciò che sarà si sta decidendo in queste settimane: tutte le norme eccezionali e a termine poste essere per l'emergenza relative alla limitazione della libertà, alla tracciabilità dei nostri spostamenti,  all'imposizione di isolamento sociale, devono rimanere tali e cioè  temporanee ed eccezionali. Occorre sempre fare attenzione perché potrebbero diventare parte integrante del nostro ordinamento rischiando così di trasformare per sempre la nostra vita».

Riccardo Noury racchiude il suo pensiero in una frase che dovremmo tutti tenere a mente e cioè che «non ci sono persone sacrificabili in questa epidemia». Il coronavirus ha acceso una luce sugli invisibili, sugli ultimi che la società lascia ai margini: pensiamo ai poveri, ai malati, ai  emigranti, gli anziani.
Un esercito che ancora una volta non ha gli strumenti per difendersi dalla pandemia mondiale che rende alcuni più vulnerabili di altri, più indifesi, costretti come sono a vivere in pessime condizioni senza alcuna scudo sociale. 
È vero il coronavirus non guarda in faccia a nessuno ma mentre alcuni hanno la possibilità di reagire o tentare almeno di tenergli testa, per molti altri il contagio è già di per se una condanna a morte.