«Per sconfiggere la mafia, la scuola e la cultura sono fondamentali»

GLI ANGELI DI PAOLO. L’IIS Floriani di Vimercate ha organizzato, su iniziativa del locale movimento delle Agende Rosse “Claudio Domino”, un incontro (a distanza) con gli ex agenti della scorta di Giovanni Falcone, Angelo Corbo e Francesco Mongiovì, in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita in prima linea per proteggere i magistrati simbolo della lotta alle mafie. Con la partecipazione del presidente e fondatore delle Agende Rosse Salvatore Borsellino, i ragazzi sono intervenuti ponendo agli ospiti alcune domande.

«Per sconfiggere la mafia, la scuola e la cultura sono fondamentali»
«Per sconfiggere la mafia, la scuola e la cultura sono fondamentali»

Un evento in ricordo di una stagione indelebile nella storia del nostro paese e di chi ne fu protagonista: quella degli attentati di Capaci e di via d’Amelio del 23 maggio e 19 luglio 1992 raccontata ai ragazzi dell’Istituto di Istruzione Superiore “Floriani” di Vimercate attraverso le testimonianze dirette di Angelo Corbo, già componente della scorta di Giovanni Falcone sopravvissuto alla strage del 23 maggio, e Francesco “Ciccio” Mongiovì, membro della scorta di Falcone e successivamente della Sezione Catturandi che arrestò nel 1996 Giovanni Brusca e, tra il 2005 e il 2006, Bernardo Provenzano e decine di suoi uomini fidati.

L’istituto di via Cremagnani, su iniziativa del movimento delle Agende Rosse “Claudio Domino” di Vimercate e dell'Associazione culturale "Scibilis", ha voluto dedicare la mattina del 5 febbraio al ricordo degli “Angeli di Paolo”, gli uomini della scorta del magistrato ucciso dalla mafia in via d’Amelio su mandato di «soggetti o gruppi di potere estranei a Cosa Nostra» (così nelle motivazioni del processo d’appello Borsellino-quater): Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddi Cosina, Emanuela Loi e Antonio Vullo, quest’ultimo unico sopravvissuto alla strage del 19 luglio 1992. Nonché al ricordo degli agenti della scorta di Giovanni Falcone: Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, deceduti nella strage di Capaci, e Gaspare Cervello, Paolo Capuzza e Giuseppe Costanza, rimasti feriti nello stesso attentato.

In collegamento dalla loro classe, gli studenti hanno potuto interagire direttamente con il presidente e fondatore delle Agende Rosse Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, oltre che con due straordinari uomini dello Stato - Corbo e Mongiovì - i quali, al tempo giovanissimi, consapevoli dei rischi che correvano, accettarono di entrare a far parte della scorta di un magistrato che, insieme a Borsellino, incarnava ai loro occhi lo spirito di servizio verso le istituzioni e verso la stessa divisa che indossavano.

«La mafia - ha esordito Franceso Mongiovì - non sta mai a guardare, basti considerare gli ultimi arresti che ci sono stati a Palermo. È importante farlo presente ai ragazzi, perché questo anti-Stato è sempre pronto a funzionare. Anche in periodo di Covid, abbiamo visto, la mafia è stata pronta ad elargire soldi a chiunque, e solo per il proprio tornaconto personale: ottenere consenso. Noi dobbiamo impedire alla mafia di avere questa forza, per questo dobbiamo essere sempre in grado di dire ‘no’ anche quando siamo in difficoltà e la mafia si presenta davanti a noi».

«Non dobbiamo dimenticarci - ha aggiunto Angelo Corbo - che non è solo un problema di Palermo, di Napoli o di Reggio Calabria, ma è un problema nazionale (oltre che mondiale)».

È intervenuto anche Salvatore Borsellino, sottolineando l’importanza di parlare di questi temi nelle scuole. E lo ha fatto ricordando quello che, a lui e alle sue sorelle Adele e Rita, disse la madre all’indomani di quel terribile 19 luglio: “Fino a quando qualcuno parlerà di vostro fratello, Paolo non sarà morto”. Solo così il sogno di Paolo (e degli agenti della sua scorta) non è mai venuto meno. Il sogno di una Palermo che - ha ricordato Salvatore - a Paolo non piaceva, ma che proprio per questo diceva di amare. Quando a Palermo comandava Cosa Nostra, il sindaco era il mafioso Vito Ciancimino e per le strade i morti per mafia erano all’ordine del giorno: magistrati, politici, ufficiali di polizia, giornalisti. In quella Palermo, Paolo era rimasto. Salvatore invece è venuto al Nord, in cerca di una vita migliore. Invano. «La mia scelta non è servita a niente, perché quel cancro da cui ho creduto di scappare, oggi me lo ritrovo anche qui, in una forma molto più pericolosa. Perché oggi - ha osservato Salvatore - la mafia è diventata infiltrazione nelle amministrazioni pubbliche, accaparramento degli appalti, traffico di rifiuti pericolosi. È diventata finanza, si è inabissata, non è riconoscibile, e quindi i cittadini non si possono neanche fare gli anticorpi».

Si è dunque dato modo agli studenti di porre alcune domande agli ospiti dell’evento. «Sono nato nel quartiere Noce, nel cuore di Palermo. Un quartiere altamente delinquenziale, per cui fin da giovane ho dovuto in qualche modo fare delle scelte», ha raccontato Angelo Corbo. «Queste scelte mi hanno portato a subire episodi di bullismo, proprio quando, negli anni ’80, non se ne parlava. E questo solo per il mio rifiuto di essere coinvolto in gruppi o atteggiamenti di tipo pseudo-mafioso. Perché non c’è questa gran differenza tra il comportamento di un bullo e quello di un mafioso: si tratta pur sempre di un atteggiamento di sopraffazione nei confronti di chi è ritenuto più debole». Al contrario di molti suoi coetanei, Angelo ha scelto di intraprendere un altro percorso. Grazie a familiari, professori e ad altre persone a lui vicine, che hanno saputi indicargli sani principi, ha scelto di fare il poliziotto: «Ho cercato di fare nel mio piccolo qualcosa che potesse servire a dare a me stesso dignità. Anche solo per poter continuare a vivere nella mia città».

Anche Salvatore ha parlato dell’ambiente in cui è nato e cresciuto insieme a suo fratello e allo stesso Giovanni Falcone, il quartiere della Kalsa. Ricordando come molti dei ragazzi con cui giocavano sarebbero poi «finiti, purtroppo, nelle spire della criminalità mafiosa, diventando addirittura esponenti di spicco di questa società criminale. Lo stesso Buscetta era originario di quel quartiere. Il che è servito a mio fratello, perché ha potuto conoscere il linguaggio dei mafiosi». Quei quartieri dove un tempo imperversavano le lotte fra cosche rivali, sono oggi segnati da povertà, emarginazione, criminalità. Per questo Salvatore ha fondato, nei locali dell’ex farmacia dei suoi genitori in via della Vetriera, la “Casa di Paolo”, «una struttura in cui i ragazzi, con l’aiuto dei volontari, possono venire a trovare l’amore di Paolo per la sua città e per il suo paese: quello che l’ha spinto addirittura a sacrificare la propria vita».

Quindi, in risposta alla domanda di uno studente del primo anno, Angelo Corbo ha rievocato il giorno dell’attentato di Capaci: «Quando senti l’esplosione, non hai tempo di pensare. Non te ne rendi neanche conto, talmente è veloce. È tutto quello che c’è intorno all’esplosione: la sensazione di alzarti da terra e poi ricadere violentemente sopra quello che rimaneva dell’asfalto. Oppure il boato dei macigni che piombano sulla macchina. Ma quello che sovrasta ogni cosa è il momento post-esplosione: quando esci dalla macchina e ti accorgi che è successo qualcosa di impensabile, che nessuna mente umana avrebbe potuto mettere in atto». Dopo l’esplosione, i loro pensieri erano quelli di chi, poco più che ragazzo, si vede «spaesato imbracciare l’arma, e cercare di salvare il salvabile. Di fare, cioè, fino all’ultimo quello che è il proprio dovere. Accorrere alla macchina della personalità, ossia di Falcone. Anche se nessuno aveva la forza di aprire quello sportello. L’unica cosa che mi è rimasta impressa - ha ricordato Angelo - è il suo sguardo. Quando noi ci avviciniamo, e lui, ancora in vita, si gira verso lo sportello e, pur non riuscendo a parlare, con gli occhi chiede aiuto. Per noi questo è un ricordo ancora più brutto dell’esplosione. Perché in quel momento noi, quell’aiuto, non eravamo in grado di darglielo. Questo è il nostro più grande rimorso».

Riguardo poi al presentimento che quel 23 maggio qualcosa stesse per succedere, «quando fai la scorta a Giovanni Falcone o a Paolo Borsellino - ha risposto Angelo Corbo - sai benissimo di trovarti appresso dei “morti che camminano”. E chi fa la scorta a un morto che cammina, diviene tale per forza di cose. Quel giorno non era diverso da quelli precedenti. In cuor mio, però, avevo una sensazione strana. Quel giorno ero convinto di fare una grossa vincita al Totocalcio. E il mio cruccio è quello di aver esternato questa mia sensazione di euforia a uno dei miei colleghi che oggi non c’è più, Antonio Montinaro, che mi chiese il motivo di quel mio stato d’animo. Questa però era una sensazione personale, del mio intimo».

«La scorta aveva già subìto un fallito attentato all’Addaura nell’estate dell’89, ci avevano messo una borsa piena di tritolo», ha aggiunto Francesco Mongiovì. «Quindi, già da allora si capiva che avremmo incontrato la mafia. Quell’episodio non ci ha fatto desistere e mollare tutto, anzi. Abbiamo continuato ad adempiere il nostro dovere di proteggere quella persona che per noi era un idolo, una persona per proteggere la cui vita valeva la pena di mettere a rischio la propria». Per loro i giorni erano tutti uguali. La mattina uscivano di casa, senza sapere se quel giorno avrebbero fatto ritorno: questo era il sentimento con cui convivevano. Per cui, «da un lato, ci eravamo abituati alla paura di morire, ma dall’altro dovevamo saperla gestire ed essere sempre pronti ad affrontare ogni situazione. Ognuno di noi è sempre stato orgoglioso di aver fatto questo tipo di lavoro con queste persone».

«Mi ha raccontato Antonio (Vullo, ndr) - è stata la risposta di Salvatore Borsellino sul punto - che, mentre facevano il percorso da Villagrazia di Carini a via d’Amelio, avevano la sensazione che il cielo diventasse di un colore di verso, come se qualcosa incombesse sulla loro macchina. E subito dopo l’esplosione, quando Antonio scese dalla macchina, sentì sotto i piedi come se ci fosse del bagnato: era una giornata d’estate, e quello che calpestava erano il sangue e la carne dei ragazzi che erano stati fatti a pezzi, e con i quali magari un momento prima aveva parlato o scherzato».

E ci sono ancora incubi ricorrenti su quel tragico attentato? - la domanda del giovanissimo studente. «Io convivo con gli incubi - ha risposto Angelo Corbo -. Così è da quasi 29 anni, e non quando percorro l’autostrada Palermo-Punta Raisi, ma continuamente, anche di giorno. Il mio interiore è rimasto scosso da quell’esplosione. Ricordiamoci che è stata un’esplosione di quasi 500 chili di tritolo, più tutto quello che è stato aggiunto. Non so se riuscirò mai a superare veramente queste problematiche. L’unico rimedio, quantomeno per soffocare gli incubi, sono queste “medicine”, che prendo quasi giornalmente, parlando con voi ragazzi. È l’unica soluzione per ovviare al pensiero di aver perso il giudice Falcone, ma soprattutto dei colleghi che per me erano fratelli di sangue».

«Ancora oggi - ha ricordato in proposito Salvatore - Antonio Vullo mi dice che quando si sveglia di notte e deve alzarsi dal letto ha paura di mettere i piedi a terra perché ricorda ancora i pezzi dei suoi compagni sotto i piedi. Emanuela Loi era stata letteralmente “stampata” sull’intonaco del portone. Ancora dopo due ore c’erano pezzi di carne che si staccavano e un carabiniere li raccoglieva dentro una scatola da scarpe…».

Riguardo poi alla “celebrazione” delle ricorrenze, «per noi - ha commentato Francesco Mongiovì - è il 23 maggio ogni giorno. Ma il 23 maggio ’92 era un normale giorno di lavoro. Ogni anno evitiamo di partecipare all’evento del 23 maggio, perché quella è solo una passerella. Per noi è molto più importante incontrare il 23 maggio una scuola». Ne sono convenuti Angelo e Salvatore, sostenendo il primo la vacuità delle cerimonie ufficiali («il 23 maggio è un momento in cui rimanere con la famiglia, nel proprio intimo, senza “farsi vedere”») e rievocando, il secondo, gli atteggiamenti opportunistici di quanti se ne sono avvalsi per mettersi in mostra («da dieci anni io vado in via d’Amelio per evitare che vengano degli “avvoltoi” sul luogo della strage ad assicurarsi che Paolo sia effettivamente morto e non possa dare più fastidio»). Ragion per cui da quest’anno ci sarà, «per tutti e tre i mesi delle stragi», la “Scorta della Memoria”: un folto gruppo di volontari provenienti da tutta Italia per presidiare l’albero di via d’Amelio ed evitare che si ripetano le «squallide passerelle» degli ultimi anni.

Si può sconfiggere la mafia? - domanda una studentessa del primo anno. «Hai voglia se si può sconfiggere! Basta volerlo», ha replicato Angelo Corbo. «Dobbiamo fare squadra. Si parla di infiltrazioni mafiose nel Centro-Nord. Io non ricordo di aver mai letto o sentito di eserciti di mafiosi che sono arrivati per conquistare i territori. Io ho visto al massimo il contrario, e cioè qualcuno del Nord stendere al mafioso un bel tappeto rosso dicendogli “Io sono disposto a fare affari con te: fammi arricchire, che stiamo bene tutti quanti”. Quindi, la mafia è riuscita ad impadronirsi anche del Centro-Nord grazia alla connivenza di molte persone che vivono, sono nate e sono da generazioni al Nord. Ma questo non vuol dire la mafia non si possa sconfiggere: basta dire ‘no’ ai soprusi, alla droga, al facile guadagno, alla prostituzione, dire sì alla legalità. Dev’essere qualcosa che vogliamo tutti quanti. I magistrati del pool antimafia erano uniti, la stessa cosa dobbiamo fare noi. Chi rimane solo e isolato diventa una facile preda per loro».

Quanto a Paolo - ricorda il fratello Salvatore - stava facendo «qualcosa di terribile», in quei 57 giorni prima della strage. Non faceva più le carezze ai figli, neanche alla figlia più piccola, Fiammetta, «per abituarli a quello che sarebbe successo dopo la sua morte». Eppure, «Paolo aveva una tale forza nell’affrontare la morte che incombeva su di lui, che dava coraggio a tutti». Salvatore ha raccontato di come Paolo negli ultimi giorni della sua vita andasse ogni mattina a prendere le sigarette, prima dell’arrivo della scorta, facendo sempre la stessa strada da solo: «Mia madre mi disse che in questo modo, se qualcuno lo avesse ammazzato, lo avrebbe fatto senza uccidere anche la sua scorta». Perché Paolo, ormai da qualche tempo, sapeva che a Palermo era già arrivato il tritolo per lui. “Io devo essere pronto”, avrebbe detto al suo padre spirituale, Cesare Augusto Rattoballi, che era venuto a confessarlo e comunicarlo in Procura.

Perdere dei colleghi? - si domanda ad Angelo Corbo. «È come se ti venisse a mancare una parte del corpo». Dietro le stragi? «Ci sono menti raffinatissime», non certo «due pecorari» come Riina o Provenzano. Infatti, Paolo Borsellino, al pari di Falcone, era «andato in guerra per combattere il nemico. Ma il fuoco gli è arrivato anche dalle spalle, da chi avrebbe dovuto combattere insieme a loro, e invece scese a una scellerata trattativa» con i mafiosi. Questa è stata la causa della morte (anche) degli “Angeli di Paolo”.

Corbo e Mongiovì hanno ricordato le due diverse personalità di Falcone e Borsellino: «Paolo era un padre di famiglia. Due caratteri diversi, lui e Falcone». «Paolo - ha ricordato Salvatore - aveva un rapporto quasi familiare con la scorta. Ricordo che disse a nostra madre, in dialetto, riguardo alla giovane Emanuela Loi: “Mi hanno assegnato come scorta una ragazza che con un soffio cade per terra”. Eppure, ci volle ben altro che un soffio per farla cadere a terra: una bomba che la fece a pezzi». Salvatore trattiene a fatica le lacrime.

Ha anche raccontato di aver appreso da Lucia Borsellino (la figlia maggiore di Paolo) che, una volta pulito dal fumo con un fazzoletto il volto del padre sulla scena della strage, le era sembrato di intravedere sotto i baffi un sorriso. «Non so se sia vero, ma io voglio pensare che abbia sorriso, mentre la vita lo stava lasciando». Magari perché, suppone Salvatore, stava pensando alla lettera che aveva iniziato a scrivere quello stesso giorno in cui morì ai ragazzi del liceo di Padova, ai quali a gennaio avrebbe dovuto fare visita, se solo non fossero intercorsi i soliti impegni d’ufficio, prima, e la bomba di Capaci, poi. I ragazzi gli avevano mandato a febbraio una missiva contenente nove domande, e Paolo non si sarebbe certo sottratto alla risposta (che tuttavia si interromperà al punto 4). In risposta alla prima domanda, Paolo si definiva «ottimista» riguardo alla lotta criminalità mafiosa, «perché - scriveva la mattina del 19 luglio - vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta».

L’ultimo pensiero di Paolo Borsellino va quindi ai giovani. Perché, per sconfiggere la mafia, e «chi con la mafia fa affari, chi con la mafia collude», la scuola e la cultura hanno un ruolo fondamentale. In chiusura, si è citato uno degli ultimi discorsi di Paolo Borsellino, in occasione della veglia di preghiera organizzata dall’Agesci di Palermo il 20 giugno 1992, a 28 giorni dalla morte del collega e amico Giovanni Falcone: «La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».

 

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