POLITICA E FINANZA

«Se la politica non riprende un posto di supremazia, corriamo il rischio di un collasso generale di tutto il sistema per favorire un mercato che non è affatto una entità libera ma è regolato da specifici interessi.»

POLITICA E FINANZA
Foto di Capri23auto da Pixabay

Ieri, nella trasmissione Di Martedì, ho sentito alcune cose interessanti pronunciate da Bersani.

Un tentativo di riportare il primato della politica sulla finanza. Bersani ha evidenziato come in una pandemia mondiale, la gestione dei vaccini non possa essere lasciata alle multinazionali che cercano il migliore offerente e trattano questo farmaco come una qualsiasi merce da cui trarre profitto.

Se i vaccini sono la risposta alla pandemia, allora la gestione dei brevetti, a cui le industrie sono arrivate con notevoli capitali pubblici, non può essere soggetta alla sola logica di profitto. Gli Stati devono agire, remunerando le industrie ma non sottoponendosi al ricatto di una logica di mercato.

Questo avviene molto spesso.

Voglio ricordare che la cura per l'epatite C scoperta da una piccola start-up finanziata con denari pubblici, venne acquisita, insieme alla start-up, da una grande multinazionale che impose un prezzo esorbitante (io sapevo 86.000 dollari, Bersani ha riferito ieri 36.000 euro). Questo rende non accessibile a tutti la cura. In India la stessa cura ha un costo di 800 euro. La ragione del profitto domina sulla possibilità di cura per tutti.

I trattati di libero scambio internazionali fissano regole che permettono alle multinazionali di andare oltre le legislazioni e Costitizioni nazionali. È il loro modo di imprimere un neocostituzionalismo che impone una supremazia della finanza sulla politica, anche formale.

Porre questa questione è fondamentale per tutti noi e non soltanto in relazione ai vaccini.

Se la politica non riprende un posto di supremazia, corriamo il rischio di un collasso generale di tutto il sistema per favorire un mercato che non è affatto una entità libera ma è regolato da specifici interessi.

Il fallimento delle privatizzazione dei beni comuni che si è avuta in Italia, é sotto gli occhi di tutti. L'aver ceduto le industrie di Stato, tra cui quelle farmaceutiche, le banche, le infrastrutture, svendendole a privati, ha reso il nostro Paese più fragile, diseguale, con una precarietà diffusa e senza reali speranze per il futuro. Nessun vantaggio si è avuto da questo regalo di beni pubblici fatto a privati.

Sarebbe ora che la politica riprendesse egemonia, che si rompesse con una idea di mercato globale e si ritornasse ad una rilocalizzazione dei mercati, riservando lo scambio alle merci in eccesso.

La centralità del mantenimento dell'equilibrio del sistema Terra ed il soddisfacimento dei bisogni dell'uomo, non passa dalla logica del semplice profitto.

 

Lucio Pastore